37 ARRESTI, MA NON SOLO. Indagato, con posizione stralciata, anche il super mattatore dell’Asi di CASERTA Ferdinando Canciello. Secondo la Dda e i carabinieri ha ostacolato l’attività di indagine contro il clan dei Casalesi

22 Novembre 2022 - 13:35

Gli inquirenti avevano a disposizione elementi solidi, concreti e ampiamente dimostrativi sul fatto che Marican avesse ricevuto richieste estorsive. Ma alla caserma di via Laviano, l’imprenditore di Frattamaggiore, trapiantato ad Aversa e che in pochi anni è passato dall’essere un valente coltivatore di asparagi al rango di vero e proprio sceicco di quella che noi abbiamo sempre definito una speculazione immobiliare, realizzata, caso unico in Italia e nel mondo, su terreni che dovrebbero essere solo e solamente vincolati alla creazione di attività industriali del settore secondario sin dall’inizio. Ciò è avvenuto con buona pace dei vincoli novennali che vietano, a chi li ha edificati, la vendita dei capannoni. Un divieto, le cui modalità di aggiramento, CasertaCe ha più volte raccontato

AVERSA

(g.g.) – Una storia poco chiara, che andremo sicuramente a spiegare meglio nei suoi dettagli documentali e documentati nel corso della mattinata: Ferdinando Canciello, dominus dell’Asi di Caserta, vero e proprio mattatore negli insediamenti delle strutture industriali del comparto di Aversa nord, quello più importante, che racchiude i territori dei comuni di Teverola, Carinaro, Gricignano e della stessa Aversa; l’imprenditore che nel giro di pochi anni ha costituito centinaia di società, collegando questa sua bulimia da notaio alla edificazione e alla messa in funzione di un numero impressionante di capannoni industriali, la maggior parte dei quali contrassegnati con il principale marchio di famiglia, cioè la Marican,
nonostante che al loro interno l’attività sia svolta da altri soggetti imprenditoriali, ha subito anche lui l’attività estorsiva del vecchio-nuovo gruppo criminale del clan dei Casalesi, divenuto terminale, stamattina all’alba di una corposa ordinanza di custodia cautelare, la quale ha portato all’arresto, tra carcere e domiciliari di 37 persone e di 8 notifiche di informazione di garanzia ad altrettanti soggetti rimasti a piede libero.

Tra questi 8 non leggerete il nome di Ferdinando Canciello, la cui posizione è stata strakciata dalla Dda e viene valutata anche nell’ambito di un’ulteriore attività di indagine.

Qualcuno potrebbe immediatamente obiettare: ma scusate, se Canciello è stato vittima dell’attività estorsiva del clan dei Casalesi per il suo lavoro su cui abbiamo da anni alzato le nostre antenne, nonostante le sue azioni giudiziarie mosse nei nostri confronti e largamente intimidatorie, come è possibile ora che anche il suo nome sia impresso nell’elenco degli indagati?

Questa indagine, come del resto è stato subito segnalato nei primi comunicati, da noi già pubblicati all’alba di oggi, è stata lunghissima, molto complessa e soprattutto riservatissima.

Nel senso che chi ne conosceva in qualche modo l’ossatura apparteneva alla categoria dei professionisti seri che, prima di pensare al proprio legittimo interesse, pensano, anteponendolo al primo, agli interessi dello Stato, facendo il tifo sempre e comunque per le guardie e non per i ladri.

Durante questa indagine, Ferdinando Canciello è stato convocato dai carabinieri del comando provinciale di Caserta e durante l’interrogatorio, fondato su elementi che oggettivizzavano il fatto delle richieste estorsive formulate nei suoi confronti, avrebbe opposto un vero e proprio muro, divenuto di gomma e sopravvissuto anche alle molte ore durante le quali gli inquirenti cercavano di convincerlo a non opporre quel silenzio, visto e considerato che loro erano in possesso di intercettazioni e di altri elementi ampiamente probanti, sulle vicende che aveva coinvolto i Canciello.

Niente da fare: secondo i magistrati della Dda, che non hanno la verità in tasca, ma che pur sempre magistrati sono, gente che ha studiato, a cui Canciello non potrà facilmente infliggere la sua pedanteria consistente nelle risibili diffide a mezzo pec, questa resistenza a rivelare tutti gli aspetti che lo riguardavano, ha integrato l’ipotesi di reato di favoreggiamento.

Una procedura, quella fondata sull’ipotesi di questo reato, staccata dall’ordinanza dei 37 arresti di stamattina, ma che procede comunque nel lavoro che nei prossimi mesi i magistrati dell’Antimafia continueranno a svolgere.

Il tempo è galantuomo e la perseveranza, fondata sempre e comunque sulla necessità di fare il proprio dovere ogni giorno, senza stare lì a pensare e ad arrabbiarsi sul fatto che le proprie tesi giornalistiche siano ignorate in sede giudiziaria, paga sempre e comunque.

Un giornalista vero non deve indugiare e non deve abbattersi se, scoprendo una serie di comportamenti discutibili, non ravvisa alcun interesse da parte di chi è deputato dalla costituzione italiana a esercitare l’azione penale.

Il giornalista non è giudice; il giornalista non è pubblico ministero; il giornalista scrive ogni giorno una storia e il giorno dopo ne scrive un’altra. Questo è il segreto (si fa per dire) della nostra resistenza e per una volta, ce lo vogliamo concedere questo termine tanto e troppo utilizzato negli ultimi anni, della nostra resilienza.