Cronaca Nera

IL RACCONTO DI SETOLA. La storia del kalashnikov sparito dal covo, poi la sortita da boss: "Se i carabinieri avessero dato fastidio alla vita di mia moglie e di mia figlia, qualcuno gli avrebbe sparato"

Giuseppe Setola e sua moglie, Stefania Martinelli

Altri due stralci, che non presentiamo in maniera integrale ma in una loro versione più sintetica, di quello che è stato l'unico interrogatorio seppur complicato effettivamente sostenuto dal criminale dei criminali


CASAL DI PRINCIPE- Si avvia verso le ultime battute il lungo focus da noi dedicato al complicatissimo interrogatorio a cui l'allora apubblico ministero della dda Alessandro Milita sottopose Giuseppe Setola al cospetto di una sezione della Corte d'Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere nell'aprile del 2015. L'unico interrogatorio in cui Setola accettò, a modo suo però, di rispondere alle domande rivoltegli dal magistrato dell'accusa e dal presidente di quella sezione della corte Maria Alaia.

Quelli che proponiamo oggi sono due stralci. Il primo è relativo alla questione fondamentale del kalashnikov che i pentiti i quali stettero anche attorno a Setola nel periodo della sua latitanza indicano come presente nel bunker di via Cottolengo a Trentola. Naturalmente, Setola nega. Nega di averlo portato con sè lungo quele fognature piene di topi (uno di questi lo morse) atrraverso le quali riuscì ancora una volta a sfuggire alla cattura. E anche in questo caso il livello di tensione tra il camorrista e il magistrato che lo interroga si alza esponenzialmente.

Milita sembra obiettivamente irritato dal fatto che Setola neghi l'evidenza che addirittura usi parole di scherno nei confronti del magistrato, ricorrendo ad esempi che dimostrerebbero a suo dire l'inconsistenza dell'accusa mossagli. Ad esempio, dice che qualora lui avesse fatto quello di cui è accusato, avrebbe portato poi con sè l'arma nel covo finale di Mignano Montelungo, dove fu catturato e dove invece furono trovate due pistole e un Safari.

In realtà, Setola quell'arma la fece sparire. Forse con l'obiettivo di utilizzarla ancora ma soprattutto di non farla trovare nel luogo in cui le forze dell'ordine trovarono anche sua moglie. Uno sforzo vanificato dal fatto che in via Cottolengo, da una botola di quel rifugio bunker, saltò fuori un'altra pistola che permise poi agli inquirenti di formulare un'accusa anche ai danni della signora Martinelli coniugata Setola.

Il secondo stralcio riguarda la sorveglianza ferrea a cui durante la latitanza di quello che, come viene ribadito nell'interrogatorio, fu per più di un anno l'uomo più ricercato d'Italia, fu sottoposta la casa di Stefania Martinelli, in cui la donna era ai domiciliari e in cui abitava insieme ai suoi genitori entrambi, a detta di Setola, molto scossi al punto che quando lui fu arrestato gli mandarono a dire che da un lato erano dispiaciuti, dall'altro sollevati in quanto sotto casa loro non c'era più la stabile presenza di auto dei carabinieri, della polizia o della finanza.

Qui salta fuori l'identità camorristica e criminale di Setola abilmente sollecitata dalla domanda del pm Milita, il quale gli chiede se quei carabinieri rappresentassero un fastidio, un peso al punto da determinarne una reazione emotiva espressa in quel periodo stando al racconto dei pentiti alle persone che ne proteggevano la fuga permanente.

Setola dice no. Ma lo dice aggiungendo al concetto una chiosa inquietante: "Se mi avessero dato fastidio, cerot non io ma magari qualcuno, qualche amico solidale con me e bravo con le armi, avrebbe sparato."

E qui tutta la sceneggiata della negazione ad ogni costo rispetto ad ogni fatto criminale addebitato si sbriciola perchè Setola afferma, ostenta in maniera arrogante, la sua identità di boss addirittura in condizione di scatenare una guerra armata contro le divise attraverso le quali lo stato si rappresenta nella maniera migliore. 

 

 

QUI SOTTO GLI STRALCI DELL'INTERROGATORIO DI GIUSEPPE SETOLA