Cronaca Nera

MARCIANISE. Ecco perchè Mimì Belforte non ha più alcuna credibilità. Le sue strane manovre per uscire dal 41 bis, la moglie Maria Buttone e...

Nelle foto da sinistra, Domenico Belforte, Maria Buttone, Salvatore Belforte e Camillo Belforte

In questi anni abbiamo seguito con molta attenzione le acrobazie del boss il quale ha parlato sempre di dissociazione. Concetto che il pm della dda liquidò affermando al suo cospetto...


MARCIANISE - Quando iniettiamo scetticismo intorno alle iniziative assunte da Domenico Belforte, finalizzate a cambiare la propria condizione di vita, riteniamo di farlo a ragion veduta, cioè con profonda cognizione di causa. 

Da anni, infatti, seguiamo le vicende giudiziarie di Marcianise e assorbiamo situazioni che tutto sono fuorchè nitide e chiaramente esplicative della volontà del boss di fare sul serio in un percorso di autentico pentimento.

Perchè se da un lato, lui ha detto e continua a dire che con la camorra non c'entra più nulla, a partire dal fatidico 17 settembre 1998, giorno del suo arresto quando all'età di 39 anni entrò in carcere, senza esserne più uscito, dall'altra parte ci sono prove, atti fondati non solo su dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ma anche su testimonianze di vittime su nuove intercettazioni telefoniche, che hanno dimostrato un dato di fatto e cioè che i suoi diretti congiunti, la moglie Maria Buttone e il figlio Camillo Belforte hanno continuato a fare il mestiere di camorrista, esigendo e ottenuto cifre di danaro a titolo di estorsione. 

E siccome questi soldi sono serviti e servono anche per la detenzione di Domenico Belforte, è chiaro che la dda non ha mai seriamente assecondato le posizioni di Mimì Mazzacane e le sue dichiarazioni di innocenza su altri capi di imputazione, contestati a suo carico durante il citato periodo di detenzione.

Insomma, questo qui scrive lettere alla moglie che fino a 2 mesi fa ha fatto estorsioni e costruisce meccanismi poco credibili. 

L'intera questione di Domenico Belforte potrebbe essere ben riassunta da una frase, che il pubblico ministero della dda di Napoli, Raffaello Falcone, ha pronunciato nel corso dell'interrogatorio datato primo marzo 2012, chiesto direttamente dal boss, nell'esercizio del suo diritto di indagato ai sensi dell'articolo 415 bis del codice di procedura penale e a conclusione delle indagini relative proprio a una contestazione di un nuovo reato associativo, relativamente a comportamenti e ad azioni che Mimì Belforte avrebbe compiuto in carcere, quale beneficiario delle attività criminali della sua famiglia e pianificatore delle stesse.

"Lei - affermò il pm rivolgendosi al boss - ha fatto riferimento, ha detto: io mi sono sempre dissociato. La dissociazione è una cosa diversa - sicuramente gli è stato detto - la dissociazione non esiste come istituto giuridico, quello che vale ai fini del 41 bis sono altri presupposti, non la dissociazione così come lei l'ha indicata."

Gli "altri presupposti" di cui parlava Falcone era il percorso serio di confessione e di riconoscimento di tutti i propri delitti, obbligatorio viatico per diventare collaboratori di giustizia, così come poi avrebbe fatto in maniera molto piàù convincente suo fratello Salvatore Belforte.

Insomma il problema del 41 bis cioè del carcere duro è stato sempre al centro dei pensieri di Domenico Belforte. Nel 2006 con la storia della dissociazione era riuscito ad ottenerne la revoca dal tribunale di sorveglianza di Perugia. Le nuove indagini della dda, culminate con ordinanze come quella riferibile all'interrogatorio del primo marzo 2012, avevano pienamente ricostituito i rigori del 41 bis.

Quella richiesta di sostenere un interrogatorio che Belforte fa precedere dalla lettura di un suo piccolo memoriale, all'interno del quale afferma che lui con il clan non c'azzeccava più nulla facendo anche capire che la decisione di non pentirsi fosse frutto di minacce e di aggressioni subite in carcere ha rappresentato uno dei molti tentativi operati da un boss, ormai considerato non credibile dai magistrati della dda, come abbiamo scritto ieri.

Ed è per questo che abbiamo speso le parole dell'ironia, della satira per commentare questa idea della lettera alla moglie. 

Vedremo cosa succederà. In effetti sua moglie cioè Maria Buttone, è stata a piede libero e ha incassato anche un'assoluzione prima di incrociare altri gravi problemi giudiziari. Lei forse potrebbe fornire un contributo utile e prezioso alle indagini della magistratura inquirente. 

Ma una sua eventuale e al momento non prevedibile volontà di pentirsi potrà essere legata all'affievolimento del regime di carcere duro per il marito Domenico Belforte o a un avallo della dda a un pentimento, sicuramente meno importante dal punto di vista del contributo potenziale, di quest'ultimo?

Riteniamo che si tratti di un percorso tortuoso e difficile. 

Staremo a vedere.

G.G.