TUTTI I NOMI. Truffe online per riempire le casse del clan dei casalesi: conti svuotati e SIM clonate. Il ruolo del fedelissimo di Bidognetti e del genero del boss

11 Marzo 2026 - 09:53

A dare impulso alle indagini è stato il racconto del collaboratore di giustizia Vincenzo D’Angelo, che ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia ha illustrato il funzionamento del sistema di truffe svuota-conto che, per anni, avrebbe garantito entrate al clan dei Casalesi

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CASAL DI PRINCIPE – Tra i business illeciti che negli ultimi anni hanno finanziato il clan dei casalesi figurano anche le truffe online, un articolato meccanismo che secondo quanto emerso dall’attività di indagini coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli e condotta dal dai finanzieri del nucleo provinciale di polizia valutaria, che ha portato all’esecuzione di due misure cautelari in carcere, ha fatto emergere l’esistenza di un presunto sistema organizzato di riciclaggio di denaro proveniente da truffe informatiche, con collegamenti con ambienti della criminalità organizzata.

In carcere sono finiti Pasquale Corvino, 40 anni, di Castel Volturno, e la compagna Angela Turco Cirillo, 43 anni, di Casal di Principe. Per entrambi l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro proveniente da reati contro il patrimonio, con l’aggravante di aver favorito il clan dei Casalesi, in particolare la fazione legata alla famiglia Bidognetti.

Secondo gli inquirenti, della presunta associazione avrebbero fatto parte anche Giovanni Pellegrino e Gabriele Pellegrino, rispettivamente 38 e 36 anni entrambi di Casal di Principe, Salvatore Papale (42 anni, di Curti), Sossio Sorrentino (33 anni, di Caivano), Nicky Accetta (34 anni, di Potenza), Francesco Di Guida (50 anni) e Marina Rovolano (58 anni, di Potenza).

Sono invece indagati a piede libero per singoli episodi di riciclaggio diversi altri soggetti, tra cui Nicola Sergio Kader, 39 anni, di Castel Volturno, già detenuto e ritenuto dagli investigatori referente del gruppo Bidognetti sul litorale domizio. Nella lista figurano anche Sergio Sigillo (50 anni, di Casal di Principe), Raffaele Pianese (24 anni, di Savignano sul Panaro) e Guido Pagano (36 anni).

L’elenco degli indagati a piede libero prosegue con Alfonso Neri (40 anni, di Napoli), Aniello D’Onofrio (54 anni, di Villa Literno), Giuseppe Martino (33 anni), Antonio Luongo (52 anni, di Castel Volturno), Nicola Picone (27 anni, di Casal di Principe), Mario Di Meo (64 anni, di Mondragone), Salvatore Iovinella (54 anni, di Sant’Arpino), Stefano Bruno (39 anni, di San Giorgio del Sannio), Rosa Tessitore (41 anni, di Sant’Arpino), Ester Oliva (32 anni, di Aversa) e Vincenzo D’Angelo, collaboratore di giustizia e genero del boss Francesco Bidognetti, detto “Cicciotto ’e mezzanotte”.

A dare impulso alle indagini è stato il racconto del collaboratore di giustizia Vincenzo D’Angelo, detto Biscottino, che ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia ha illustrato il funzionamento del sistema di truffe svuota-conto che, per anni, avrebbe garantito entrate al clan dei Casalesi.

Il pentito ha spiegato nel dettaglio i meccanismi tecnici delle operazioni e ha raccontato di aver voluto verificare personalmente il metodo, rivolgendosi a Gennaro Papale, conosciuto in carcere. Quest’ultimo, secondo il suo racconto, gli avrebbe fornito i nominativi di persone disposte a intestarsi carte Postepay e a prelevare il denaro in cambio di un compenso.

D’Angelo ha inoltre consegnato agli investigatori un lungo elenco di soggetti coinvolti nel sistema, precisando che i proventi più recenti sarebbero stati trasferiti su piattaforme bancarie online, ritenute più sicure e difficili da tracciare. Le sue dichiarazioni hanno quindi spinto la Guardia di Finanza ad avviare una complessa attività di riscontro investigativo che ha permesso di ricostruire nel dettaglio il sistema utilizzato per svuotare i conti correnti di ignare vittime, attraverso accessi abusivi ai servizi di home banking e il furto di dati sensibili tramite phishing, smishing e telefonate fraudolente.

Gli investigatori hanno documentato 38 episodi di truffa ai danni di altrettante vittime italiane, per un totale di circa 800mila euro che, secondo l’accusa, sarebbero poi confluiti nelle casse del clan.

Il meccanismo era collaudato. Le vittime ricevevano SMS o email che segnalavano presunte operazioni bancarie sospette. Poco dopo venivano contattate telefonicamente da falsi operatori bancari che le convincevano a effettuare bonifici verso conti correnti indicati come “sicuri”, ma in realtà riconducibili al gruppo criminale.

Un secondo metodo prevedeva invece la duplicazione fraudolenta delle schede SIM associate ai conti correnti delle vittime. In questo modo i truffatori potevano accedere direttamente ai servizi di home banking e utilizzare i codici temporanei inviati tramite SMS per disporre bonifici istantanei.

Il denaro sottratto veniva poi rapidamente trasferito su altri conti, anche all’estero, per ostacolarne la tracciabilità.

Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, circa il 40% dei proventi illeciti sarebbe stato destinato agli esponenti del clan per finanziare le attività dell’organizzazione e garantire il sostentamento delle famiglie dei detenuti.

Le somme, stando alla ricostruzione degli investigatori, venivano consegnate a Pasquale Corvino, ritenuto tra i promotori e organizzatori del sistema, che avrebbe poi provveduto a farle arrivare a esponenti di vertice del clan, tra cui Vincenzo D’Angelo e Nicola Sergio Kader.