TUTTI I NOMI. Imprenditore minacciato nella sua concessionaria per un debito da 600 MILA EURO. E arriva a far paura anche il clan: “Ora tieni un problema a Casal di Principe”

9 Giugno 2026 - 11:31

CASERTA – Con il passare delle ore emergono nuove informazioni sull’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che ha portato all’emissione di un decreto di fermo nei confronti di nove indagati, accusati a vario titolo di tentata estorsione, sequestro di persona, lesioni, rapina e porto illegale di armi, con l’aggravante del metodo mafioso.

Si tratta della vicenda che abbiamo trattato ieri, relativa all’aggressione subìta dall’imprenditore di Portico di Caserta, attivo nel settore delle auto, ma anche degli orologi di lusso, Pasquale Walter Stellato. I destinatari del fermo sono Francesco Argenziano, 49 anni, di Casapulla; Cuono Domenico Buonavolontà, 32 anni, e Pasquale Campolattano, 44 anni, entrambi di Maddaloni; Carmine Derrotti, 34 anni, domiciliato a Caivano; Andrea Menditti, 51 anni, Fabrizio Menditti, 47 anni, e Antonio Rosato, 50 anni, tutti di Recale; Lorenzo Smeragliuolo, 38 anni, e Marco Varletta, 45 anni, entrambi di Marcianise.

Nell’inchiesta risultano coinvolti anche Marco Albertini, 47 anni, di Napoli, Pasquale Apicella, 58 anni, e Pasquale Corvino, 40 anni, entrambi di Casal di Principe, attualmente liberi. Nei confronti di tutti i dodici indagati è stato disposto anche un decreto di perquisizione per la ricerca di ulteriori elementi utili alle indagini. Tutti sono presunti innocenti fino a una eventuale sentenza definitiva di condanna.

A Stellato sarebbe stata chiesta una somma inizialmente quantificata in 600mila euro, presentata come un credito vantato nei suoi confronti. Il presunto motore della richiesta sarebbe stato Carmine Derrotti, descritto come un broker di auto di lusso con contatti in Germania. Derrotti avrebbe determinato e sollecitato le pretese estorsive, servendosi di più intermediari. Tra questi, Lorenzo Smeragliuolo e Marco Varletta vengono indicati come emissari e ambasciatori delle richieste. Derrotti avrebbe inoltre chiesto l’intervento di Pasquale Corvino e Pasquale Apicella, soggetti connessi al clan dei Casalesi.

L’inchiesta allarga poi il raggio all’area di Marcianise e Recale. I fratelli Andrea e Fabrizio Menditti sono indicati come soggetti chiamati a intervenire rappresentando, secondo l’accusa, il clan Belforte. Francesco Argenziano, invece, avrebbe fatto da tramite per la convocazione dell’imprenditore presso l’abitazione dei Menditti a Recale, finalizzata a una videochiamata con un soggetto ristretto in carcere.

Gli investigatori hanno ricostruito diversi passaggi. Il 25 novembre 2025, Smeragliuolo e Varletta si sarebbero presentati a Santa Maria Capua Vetere, presso l’abitazione di Stellato e gli avrebbero detto con tono intimidatorio: “Scendi che ti dobbiamo parlare un poco”. Nei giorni vicini all’Immacolata del 2025, Corvino avrebbe contattato la vittima per consentire ad Apicella di rivolgerle una comunicazione ritenuta minacciosa: “Tieni un problema a Casale, quando ci possiamo vedere?”. A quella frase sarebbe stato aggiunto un riferimento preciso: “Per la questione di quell’auto di Carmine”.

Ad aprile 2026, Argenziano si sarebbe recato nella concessionaria dell’imprenditore intimandogli di presentarsi presso l’abitazione di uno dei fratelli Menditti. L’obiettivo, per gli inquirenti, sarebbe stato quello di metterlo in contatto tramite videochiamata con un soggetto detenuto. In quell’occasione, alla vittima sarebbe stato contestato di non essersi adeguata alla convocazione ricevuta: “Quelli ti hanno mandato a chiamare e tu non ti sei presentato”. P. L’incontro non si sarebbe concretizzato per circostanze indipendenti dalla volontà degli indagati.

Accanto alla presunta estorsione, la Dda contesta anche un episodio di sequestro di persona. L’imprenditore sarebbe stato pedinato e bloccato mentre era a bordo del proprio veicolo. Secondo il decreto, sarebbe stato costretto a salire su una Fiat Punto bianca, immobilizzato con fascette, incappucciato e portato nei pressi del cimitero di San Prisco. Qui sarebbe stato minacciato con armi e colpito con schiaffi, pugni e cazzotti. Questa condotta viene attribuita a Derrotti, ai fratelli Menditti, a Campolattano, Buonavolontà, Rosato e Albertini.

Per la Dda, le condotte contestate avrebbero una precisa connotazione mafiosa, non solo per la violenza esercitata, ma per il ricorso a modalità tipiche dell’intimidazione camorristica: convocazioni, emissari, riferimenti ai clan, messaggi dal carcere, aggressioni e richieste di denaro.