FOCUS REGGIA, TERZA PARTE. Le luci della solidarietà e la necessità di un controllo di qualità sulle iniziative autorizzate

CASERTA (Pasman) – E veniamo alla questione spinosa e controversa con cui ci siamo lasciati nella prima parte, anche se sappiamo che essa potrebbe alienarci molte simpatie. Ma invitiamo i nostri lettori ad uno sforzo di riflessione ed a non cedere all’istintiva emotività.

Il fatto è che la facciata della Reggia, per determinate ricorrenze, viene sempre più spesso illuminata con colori improbabili. Quasi un calendario laico, che sostituisce i santi con le tinte, che tra poco diventerà indecifrabile, per l’impossibilità di risalire dal colore all’avvenimento od alla circostanza dei tanti che si succedono.

Qualche settimana fa venne illuminata da una luce violacea inquietante, di intonazione halloweeniana, per la giornata mondiale contro il tumore al pancreas.

Nella foto, la facciata della Reggia variamente illuminata

A distanza di qualche sera la luce divenne rossa, per la giornata mondiale contro la violenze alle donne. Poi blu per il diabete e bianco per una qualche altra patologia.

Ora, le finalità di queste iniziative sono lodevolissime. Ma non queste modalità. La nobiltà della causa non modifica la nostra netta contrarietà al fatto che il monumento venga usato come schermo per esercizi e spettacoli di illuminazione.

In questi casi, come in tutti gli altri che si sono contati, compreso quello ultimo del convegno della Thun, “…che ha ridotto la facciata di Vanvitelli a grande torta di compleanno, e a fondale su cui far scorrazzare i suoi orsacchiotti giganti”, come ha avuto a commentare il più che noto storico dell’arte Tomaso Montanari in un articolo sul “Il Fatto Quotidiano” delle scorse settimane, poi riportato anche da noi.

Contrarietà che abbiamo espresso fin da quando il nuovo sistema di illuminazione del palazzo reale venne inaugurato nel dicembre 2014, costando peraltro uno sproposito di soldi che avrebbero potuto finanziare spese più urgenti, magari di rinforzo strutturale. L’impianto dei fari di nuova concezione, immaginato come attrazione turistica sul modello salernitano della tutt’altra cosa – per senso e contesto – che sono le Luci d’Artista, proiettava sul monumento una carnevalata di luci, nonostante la sacrosanta opposizione del soprintendente Salvatore Buonomo, che venne messo davanti al fatto compiuto da parte del Comune. Poi il silenzio e l’indifferenza che ci sono propri, e che fanno sguazzare faccendieri di tutte le risme, scese su tutta la faccenda.

E qui si impone una riflessione, per l’aspetto più serio della vicenda: come spiegarsi che associazioni che si impegnano in campi così gravi come quello della malattia tumorale o diabetica possano volere una tale iniziativa che sconfina quasi nel futile?

Per molti, il cancro ed altre gravi patologie sono ancora un tabù, nonostante gli enormi progressi raggiunti dalla medicina nel loro contrasto. Pur sembrando incredibile, si danno persino casi di persone che, atterrite dall’idea di esserne colpite, rifiutano di sottoporsi agli accertamenti clinici diagnostici.

Deve essere questa – possiamo supporre – il motivo inconscio per il quale, al limite della pulsione superstiziosa, si può immaginare di affidarsi a manifestazioni di estetismo come è l’illuminazione di un monumento. Qual è il senso di alterare, con luci colorate, acontestuali, un capolavoro, in questo caso architettonico, che è tale per le sue forme, la sua potenza coloristica, il cromatismo ed il suo aspetto, che non sono casuali, ma frutto di studio e meditazione dell’artefice.

Noi, onestamente, non riusciamo a coglierlo. Anzi, crediamo che un tale modo di fare possa essere persino controproducente. C’è il rischio che la persona comune, concessa una generica adesione morale all’iniziativa, abbia poi l’alibi per disinteressarsi di tutto il resto.

Per noi, con tutta franchezza, queste sono manifestazioni della sottocultura dell’apparenza, che mentre sviliscono la Reggia, nulla cambiano sul piano concreto. Quella concretezza che proprio tali associazioni di volontariato pure testimoniano e praticano con l’assistenza ed il sostegno ai pazienti, e che non avrebbero ragioni per cedere alle lusinghe della visibilità.

E poi c’è il profilo economico di tali manifestazioni, per le quali forse occorrerebbe una migliore comunicazione, non solo sui contenuti dell’evento, ma anche sui risultati economici, in termini di raccolta fondi, realizzati dagli stessi. Nel senso che l’ente museo avrebbe il dovere di verificare in termini di resoconto, se la concessione morale dell’utilizzo del monumento abbia avuto veramente un senso. D’altra parte il Comune di Caserta la frittata l’ha fatta a suo tempo con i soldi mal spesi per un impianto di illuminazione che costò una cifra, a nostro avviso, nettamente superiori.

Per tornare alla Reggia, al dunque, il ritardo che si è registrato nell’insediamento ad interim di Antonio Lampis già è stato preoccupante. Auguriamoci che ora  egli metta subito mano a questa vera e propria urgenza, cercando di capire chi, come e perché autorizzi tutto il peggio che avviene al monumento, che è davvero fuori della grazia di Dio, per restituire questo alla sua autentica funzione culturale.