I Canciello & il Clan dei Casalesi. Agli imperatori dell’Asi di CASERTA chiede il pizzo anche il suocero del fratello di Sandokan

24 Novembre 2022 - 12:07

Qualche nostra valutazione sulla definizione che i pm danno della famiglia monopolista dell’Asi

AVERSA/CASAL DI PRINCIPE – (G.G.) Nella giornata di ieri (CLIKKA E LEGGI L’ARTICOLO) abbiamo illustrato la vicenda delle estorsioni, perpetrate dal nuovo gruppo del clan dei casalesi, riedificato attorno alle figure di Giovanni Della Corte e, seppur in misura minore, su quella di Franco Bianco, ai danni della famiglia Canciello, che certo non dobbiamo presentare ai lettori di CasertaCe che da anni ne leggono le controverse gesta.

Quando parliamo di famiglia Canciello, ci riferiamo ai nomi che vengono formulati nei due capi di imputazione provvisori, sia quello di cui abbiamo scritto ieri che quello di cui scriviamo stamattina. Il giudice per le indagini preliminari Isabella

Iaselli, un magistrato di lunghissima e vastissima esperienza nel settore valutativo delle richieste di applicazione di misure cautelari avanzate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, assorbe in pratica la definizione che la stessa Dda fornisce, quale carattere identificativo, dei fratelli Ferdinando,
Michele, Carlo e Carmine Canciello
, “soci e comunque gestori di fatto (sic!) della Marican holding spa, impresa operante nel settore dell’edilizia industriale”.

In effetti la definizione è a nostro avviso appropriata al 70%. Ma d’altronde, più di questo i magistrati inquirenti della Dda non potevano scrivere. Perchè è vero che Ferdinando, Michele Carlo e Carmine Canciello sono i proprietari o, almeno per qualcuno di loro, i gestori di fatto, ripetiamo, di fatto – così testualmente scrive la Dda – della Marican Holding spa, cioè la società di famiglia da noi più volte descritta in tutte quante le sue strutture interne e dalla quale sono gemmate centinaia, sì, centinaia – lo scriviamo da anni e la cosa viene considerata da queste parti un fatto normale – di altre società contrassegnate con il marchio Marican oppure con quello Vega e con altri ancora.

Non è certamente questo il contesto dentro al quale ribadire le perplessità. i dubbi da noi avanzati e ripagati dalla strana strategia giudiziaria dei Canciello, che prima ci citano in giudizio civile chiedendo un risarcimento di 4 milioni di euro e poi, dopo aver letto la nostra costituzione, scritta in pratica di mio pugno, chiedono un superamento, un accordo transattivo, fondato su una serie di articoli che non abbiamo avuto nessuna difficoltà a firmare, semplicemente perchè questo giornale non ha mai scritto un articolo sui Canciello che non fosse basato su documenti, citati e pubblicati a margine dello stesso. Non è questa la sede, anche perchè il nostro punto di vista sulla ragione delle 70, 80, 100 e più società chiamate tutte Marican o tutte Vega, eccetera, l’abbiamo scritto e siamo ancora in attesa che il leader di famiglia, cioè Ferdinando Canciello possa confrontare la sua opinione, la sua spiegazione in modo da demolire la nostra.

Detto questo, la Dda definisce la Marican holding spa “impresa operante nel settore dell’edilizia industriale“. Ovviamente si tratta di una definizione di scuola che prende atto di una situazione che così viene presentata nelle visure camerali e nell’oggetto sociale di Marican. Noi, invece, riteniamo, sempre a disposizione di Canciello qualora volesse confutare questa nostra tesi, che l’attività di questa società integri le modalità tipiche della impresa di edilizia immobiliare, cioè quella di chi costruisce esclusivamente per vendere o fittare ciò che costruisce, con l’anomalia che tutto ciò avviene nel perimetro che delimita le aree di sviluppo industriale della provincia di Caserta e dell’agro averano in particolare, dove, sulla carta, ma solo sulla carta, perchè la governance di Asi che non a caso ha speso più di 60mila euro di soldi pubblici per guinzagliare alle mie e alle nostre calcagna fiori di avvocati, soprattutto romani, interpreta quelli della famiglia Canciello come insediamenti industriali, non spingendo nemmeno un metro in avanti l’analisi dei meccanismi che portano Marican a costruire capannoni che, per legge, e per i vincoli regolamentari dell’Asi di Caserta, non potrebbero cambiare proprietà per ben 9 anni e che invece di fatto la cambiano anche se formalmente non la cambiano, perchè allora abbiamo scritto decine di volte, che ci stanno a fare le 70, 80, 90, 100 società targate Marican e Vega, le cui insegne non a caso campeggiano su quasi tutti i capannoni dell’area industriale di Aversa nord, racchiusa soprattutto in territori nei comuni di Carinaro, Teverola e Gricignano? Ecco perchè siamo d’accordo al 70% sulla definizione che la Dda declina per Marican holding spa.

Ritornando a trattare dell’ordinanza, la contestazione del reato di estorsione aggravata (articolo 629 commi 1 e 2 collegato proprio nella conformazione di aggravamento all’articolo 628 comma 3 numero 3) riguarda stavolta il versante giuglianese che, badate bene, in questa ordinanza non è un versante antagonista, concorrente rispetto alla organizzazione messa in piedi da Giovanni Della Corte e Franco Bianco. Tutt’altro: la Dda scrive più volte che all’ala degli Schiavone appartengono i giuglianesi, guidati fino alla sua morte da Salvatore Sestile, incredibile ma vero, proprietario di uno dei ristoranti per cerimonie più noti della Campania, frequentato anche da molti vip, dal cardinale Sepe, stiamo parlando de La Contessa.

Per carità, il fatto che Salvatore Sestile sia stato il suocero di Antonio Schiavone, fratello di Francesco Schiavone Sandokan e di Walter Schiavone Scarface, non entra nella valutazione giudiziaria degli elementi, operata dalla Dda. Detto questo, però, i magistrati dell’antimafia considerano il gruppo di Salvatore Sestile e di Giuseppe Granata di Giugliano, “vicino alla famiglia Schiavone“, esattamente allo stesso modo considerano il nuovo gruppo, fondato da Della Corte detto “cucchione” e Franco Bianco detto “Musullin”.

E allora la contestazione di reato formulata ai danni di Giuseppe Granata, è in pratica speculare, una vera e propria fotocopia di quella formulata ieri nei confronti di Della Corte e del suo fedelissimo Salvatore De Falco. Salvatore Sestile, patron de La Contessa, aveva scampato all’arresto qualche anno fa perchè un’altra gip del tribunale di Napoli non ritenne sufficienti gli elementi per costituire quei gravi indizi di colpevolezza ai suoi danni quando i carabinieri di Caserta lavorarono duramente su tutto quello che succedeva all’interno de La Contessa che in un salone ospitava vip e cardinali e n altre stanze summit di camorra.

Stavolta, non l’avrebbe scampata e se non è andato in carcere è solo perchè è deceduto come è facile dedurre dalla formulazione tecnica del capo 3. Ai Canciello veniva chiesto di versa periodicamente somme di denaro di almeno 10mila euro, precisamente la stessa cifra che compare nell’accusa a carico di De Falco e Della Corte. In questo caso, il mediatore scelto dai Canciello Biagio Francescone non è indagato come nel capo 3 visto che ciò succede in quanto a un certo punto, Francescone più che difendere gli interessi di Canciello, passa armi e bagagli con Giovanni Della Corte andato a condividere con lui l’accusa di estorsione.

Ma Biagio Francescone è comunque presente anche nel capo 4 in quanto l’attività estorsiva del gruppo di Salvatore Sestile con Giuseppe Granata braccio armato, più datata rispetto a quella messa in piedi da Della Corte, veniva gestita dalla famiglia imprenditoriale di Frattamaggiore, trapiantata ad Aversa, sempre attraverso l’opera di questo Francescone, evidentemente uno specialista della mediazione con la camorra.

Come abbiamo scritto anche ieri, di questi episodi è stato chiesto conto dai carabinieri e dai magistrati della Dda ai Canciello che però, nonostante il fatto che gli inquirenti avessero in mano elementi inconfutabili che provavano l’attività estorsiva dei Casalesi, hanno opposto un muro di gomma talmente integrale da convincere i pubblici ministeri dell’Antimafia a fare una cosa che raramente gli abbiamo visto fare: indagare quella che in un’indagine si incardina come parte offese, per favoreggiamento al clan dei casalesi.

QUI SOTTO IL CAPO 3 DELL’ORDINANZA