CAMORRA & AFFARI. I due caseifici, un autolavaggio da fittare e che il clan voleva. La minaccia davanti alle mozzarelle

23 Febbraio 2026 - 19:01

Stamattina ha deposto in aula, nel processo contro due persone (altri 11 imputati hanno preferito il rito abbreviato) che avrebbero voluto ricostruire la forza del clan Mezzero, l’imprenditore titolare di un’attività commerciale a…

GRAZZANISE/CURTI – Si torna in aula con una nuova udienza del processo sul clan Mezzero di Grazzanise. Alla sbarra Giuseppe Diana, 79enne di San Cipriano d’Aversa, e Vincenzo Addario, 59enne di Santa Maria Capua Vetere, entrambi accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso, nell’ambito di un procedimento che punta a ricostruire in maniera organica le attività del clan Mezzero, ritenuto costola del clan dei Casalesi, insieme ad altri undici imputati, tra cui il boss Antonio Mezzero.

Oggi ha testimoniato E.C., titolare di un autolavaggio. L’imprenditore ha raccontato di aver messo in affitto la propria attività e di aver incontrato diversi potenziali interessati, tra cui Alessandro Mezzero. Quest’ultimo, secondo quanto riferito in aula, avrebbe cercato subito di instaurare un clima cordiale, parlando delle rispettive attività imprenditoriali e presentandosi come collega nel settore caseario, citando il proprio caseificio “Alba” a San Prisco, mentre E.C. ne gestiva uno a Villa Literno.

L’interesse per l’autolavaggio si sarebbe concretizzato in un incontro al quale Alessandro Mezzero si presentò insieme allo zio Vincenzo Addario, rivenditore di auto lungo la Nazionale e tra gli imputati del processo. A quell’appuntamento ne seguirono altri, anche in videochiamata. Secondo la ricostruzione fornita in aula, l’intenzione sarebbe stata quella di coinvolgere nella gestione dell’attività un congiunto dei Mezzero, da poco uscito dal carcere.

Addario avrebbe prospettato un’integrazione tra le due attività: l’autolavaggio sarebbe diventato punto di riferimento per il lavaggio delle auto e dei camper della rivendita, con la possibilità di utilizzare il piazzale anche come spazio espositivo per la vendita dei veicoli. Una sorta di fusione operativa tra le due realtà, che avrebbe dovuto incrementare gli incassi.

Il progetto, però, non andò in porto. E.C. aveva già deciso di affidare la gestione dell’autolavaggio a un giovane di Marcianise ritenuto più affidabile. A quel punto, sempre secondo la testimonianza resa in aula, sarebbe intervenuto Giuseppe Diana, detto “Peppe Oraziunciell”, che si sarebbe fatto avanti per sostenere la candidatura del parente dei Mezzero. Non una semplice sollecitazione, ma – stando al racconto – una vera e propria minaccia: se non avesse scelto quella soluzione, gli sarebbe accaduto qualcosa di brutto.

La reazione dell’imprenditore fu immediata: contattò Alessandro Mezzero contestando l’invio di una persona a minacciarlo. Il Mezzero, secondo quanto riferito, si sarebbe scusato e da quel momento non si sarebbe più fatto vivo.

Nel corso della deposizione è emersa anche una riflessione personale del teste, che ha ammesso come il cognome Mezzero non fosse certo sconosciuto sul territorio e come, col senno di poi, alcune dinamiche avrebbero dovuto indurlo a maggiore cautela, soprattutto dopo aver ricevuto pressioni per la locazione dell’attività.

Il processo proseguirà nelle prossime udienze con l’ascolto di ulteriori testimoni, nel tentativo di chiarire ruoli e responsabilità all’interno di una vicenda che punta a fare luce sugli assetti e sulle modalità operative del clan Mezzero nel territorio tra Grazzanise e l’Agro aversano.