Bische clandestine e autolavaggi: ECCO LA MAPPA degli interessi economici del clan dei casalesi nell’area tra CURTI e S.MARIA C.V.
2 Febbraio 2026 - 16:37
In questo caso si tratta dell’attività del boss grazzanisano del boss Mezzero. Stamattina in aula la testimonianza del maresciallo maggiore Nicola D’Agostino che ha seguito le attività a stretto contatto di gomito con la dda
GRAZZANISE/CURTI – Il processo è quello a carico di Giuseppe Diana, 79enne di san Cipriano d’Aversa e Vincenzo Addario, 59enne di Santa Maria Capua Vetere, entrambi considerati dalla Dda di essere fedelissimi del boss di Grazzanise, storico appartenente del cartello dei capizona degli Schiavone e dunque del clan dei casalesi. I due sono accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, incendio, detenzione di armi e ricettazione.
Oggi si è tenuta l’udienza dibattimentale davanti al collegio della seconda sezione penale del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere presieduto dal giudice Rosetta Stravino e, sul banco dei testimoni, è salito il maresciallo maggiore dei carabinieri Nicola D’Agostino, in servizio presso una delle sezioni del nucleo investigativo del comando provinciale di Caserta che si è occupato con funzioni di polizia giudiziaria di questa indagine condotte sotto il coordinamento della dda di Napoli.
“Il nostro lavoro investigativo – ha dichiarato il sottoufficiale dell’Arma – è scaturito da una serie di segnalazioni che indicavano un possibile tentativo di riorganizzazione da parte di Antonio Mezzero, appena tornato in libertà. Mettendo insieme i diversi elementi emersi nel corso delle attività, è venuta fuori una rete ricostruita con precisione: Mezzero avrebbe cercato di ricompattare il suo storico gruppo, affidandosi a persone di assoluta fiducia. In particolare al nipote Alessandro, figura centrale nelle comunicazioni e nei collegamenti operativi, oltre a Michele Mezzero e Davide Grasso, quest’ultimo considerato il braccio destro del boss”.
Le bische clandestine
Le attività di questo gruppo di camorra erano focalizzate sulle bische clandestine. Sempre il maresciallo maggiore D’Agostino ha raccontato stamane, al riguardo, ai magistrati: “Una delle bsiche – ha spiegato il testimone – era quella di Curti in via Piave, a cui siamo arrivati attraverso il monitoraggio su Davide Grasso, che intratteneva rapporti costanti con Michele Caduco, gestore dell’attività illecita – ha dichiarato il militare in aula –. Caduco consegnava del denaro a Grasso. In due occasioni, è stato documentato il passaggio di somme da Caduco a Grasso, poi ad Alessandro Mezzero e infine ad Antonio Mezzero. Le consegne avvenivano nei pressi del distributore Gaffoil, su via Nazionale Appia, o all’interno del bar adiacente”.
“Dopo l’irruzione nella bisca del marzo scorso – ha continuato D’Agostino l’attività investigativa è andata avanti. Nonostante il blitz, i rapporti tra Grasso e Caduco sono proseguiti, tanto che fu aperta un’altra bisca, sempre sotto la gestione di Caduco, questa volta nei pressi del tribunale di Santa Maria Capua Vetere. In un’intercettazione telematica, si è appreso che Antonio Mezzero stava contando il denaro alla presenza di Michele Mezzero, lamentandosi con Grasso per gli incassi esigui. Il clan, infatti, puntava ad ottenere una percentuale fissa sulle giocate autorizzate”.
Sempre nel contesto delle bische, secondo la ricostruzione del sostituto procuratore Vincenzo Ranieri, si inserisce anche la figura di Vincenzo Addario, zio di Alessandro Mezzero. “In precedenza, ha chiarito il sottufficiale, era Addario a fare da intermediario tra i gestori e il clan, percependo i proventi delle bische. Ma emersero malumori: le somme versate risultavano inferiori o non venivano affatto consegnate. Le lamentele furono raccolte da Grasso e riferite ad Antonio Mezzero”.
Lo schiaffo nella concessionaria d’auto
Questo passaggio di consegne della bisca di Curti non avvenne in maniera serena, ma determinò delle tensioni dovute al fatto che il gruppo di Antonio Mezzero, a partire da Davide Grasso, maturò l’idea che Addario non avesse un comportamento ortodosso come risulta dal seguito della deposizione del carabiniere: “Grasso ottenne il via libera dal boss per regolare i conti con Addario. Si vantò di essersi recato davanti all’autosalone di Addario e di averlo schiaffeggiato. Le motivazioni erano diverse: non solo la cattiva gestione delle bische clandestine, ma anche l’uso improprio del nome di Antonio Mezzero senza autorizzazione e una truffa ai danni di un amico di Grasso, al quale Addario aveva venduto un’auto non funzionante. Fu proprio quell’amico a rivolgersi a Grasso per ottenere giustizia”.
L’autolavaggio e l’ingerenza sgradita dei marcianisani
Un ruolo processualmente rilevante ricoperto dai due imputati, Addario e Diana, si connette anche alla vicenda di un’autolavaggio, così esplicitata dal maresciallo maggiore della polizia giudiziaria.
Un’attività localizzata, anche in questo caso, a dimostrazione che quella era un’area di grande interesse criminale in quel di Curti: “Antonio Mezzero puntava alla gestione di un autolavaggio a Curti che, secondo la nostra interpretazione, avrebbe rappresentato un modo per esercitare controllo sul territorio, un luogo strategico dove incontrare persone e riorganizzare il gruppo criminale – ha spiegato il carabiniere. “L’attività individuata era gestita da un soggetto che risultava anche socio, in parte, di un caseificio a Ischitella. Mezzero era così interessato alla struttura che incaricò il nipote Alessandro di riferire allo zio Vincenzo Addario di intervenire presso un altro nipote, Giovanni Addario, già titolare di un autolavaggio a Santa Maria Capua Vetere, affinché rinunciasse all’idea di rilevare proprio l’autolavaggio di Curti, perché destinato a lui, al boss”.
Ma un’intromissione inaspettata sembra cambiare i piani del gruppo criminale. Difatti, il titolare dell’autolavaggio di Curti fu avvicinato da diverse persone e, alla fine, decise di cedere l’attività a due soggetti di Marcianise, già attivi nel settore. Al che, come spiega il maresciallo D’Agostino, il gruppo di Mezzero dovette intervenire.
“Mezzero non accettò passivamente la decisione e si lamentava del fatto che non erano riusciti a fargli ottenere l’autolavaggio. Per questo motivo si rivolse a Pasquale Apicella e ad Elio Diana, chiedendo loro di intercedere con il titolare dell’attività per fargli cambiare idea. Diana, a sua volta, coinvolse altre persone, tra cui Giuseppe Diana”.
Conclude il maresciallo D’Agostino: “Le indagini hanno portato gli inquirenti a risalire a Giuseppe Diana grazie sia alle dichiarazioni della persona offesa sia ad alcune intercettazioni che lo descrivevano come “una persona anziana”, soprannominata “Sanzaro” o “Oraziucciello”. Diana avrebbe tentato di persuadere il titolare dell’autolavaggio ad abbandonare l’accordo con i due imprenditori di Marcianise, lasciando intendere che, in caso contrario, “sarebbe potuto succedere qualcosa”.
La prossima udienza sarà dedicata alle escussioni testimoniali del proprietario dell’autolavaggio e della bisca clandestina.
Vincenzo Addario e Giuseppe Diana, insieme ad altre undici persone, tra cui il boss Antonio Mezzero, sono finiti al centro dell’operazione condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Caserta, sotto il coordinamento del sostituto procuratore della DDA di Napoli, Vincenzo Ranieri. L’inchiesta, culminata con i provvedimenti emessi nell’ottobre 2024, ha visto la maggior parte degli imputati optare per il rito abbreviato.
Gli unici a compiere il percorso del rito ordinario sono stati, per l’appunto, Addario e Diana.
L’attività investigativa, condotta tra settembre 2022 e giugno 2023, ha permesso di ricostruire il riassetto interno del clan dei Casalesi, tornato operativo nei comuni di Grazzanise, Santa Maria La Fossa, Vitulazio, Capua, San Tammaro, Santa Maria Capua Vetere, Casal di Principe e nelle aree limitrofe.
Antonio Mezzero, figura storica del gruppo Schiavone, era tornato in libertà nel luglio 2022 dopo oltre vent’anni di carcere. Nonostante le misure di sorveglianza, prima la libertà vigilata, poi la speciale con obbligo di soggiorno, avrebbe immediatamente ripreso le redini del gruppo, cercando di riaffermare la sua influenza sul territorio.
Le indagini hanno inoltre documentato la disponibilità di armi da parte del sodalizio, a conferma della pericolosità dell’organizzazione criminale.
Parte civile si sono costituite le associazioni Sos Impresa Rete per la Legalità della Campania APS e Ambulatorio Antiracket e Antiusura di Terra di Lavoro APS.
