I furti più assurdi (e irrispettosi) avvengono tutti nel casertano, ovvero la follia di rubare i citofoni da un palazzo e le lettere da una lapide
1 Marzo 2026 - 12:30
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ALL’INTERNO LE IMMAGINI. È successo a Marcianise e Santa Maria Capua Vetere
MARCIANISE/S.MARIA C.V. – C’è il furto “classico”, quello che almeno conserva una sua logica criminale. E poi c’è il furto creativo, surreale, quasi artistico nella sua inutilità. Tra Marcianise e Santa Maria Capua Vetere sembra essersi aperto un vero e proprio campionato dell’assurdo, con due episodi che superano qualsiasi fantasia.
Prima tappa: Marcianise. In un palazzo cittadino qualcuno ha pensato bene di portarsi via non uno, ma due citofoni, completamente sradicati dal muro. Restano i cavi penzolanti, il vuoto sulla facciata e una domanda sospesa: ma cosa ci si fa con due citofoni usati? Collezionismo vintage? Arredamento industrial chic? Mercato nero condominiale?
La scena è talmente paradossale da strappare un sorriso amaro. Perché non si tratta solo di un danno economico, ma di un gesto che comunica sciatteria, vandalismo puro, l’idea che tutto sia arraffabile, anche ciò che ha un valore prossimo allo zero.
Seconda tappa: Santa Maria Capua Vetere. Qui l’asticella dell’assurdo si alza ulteriormente. Nel cimitero cittadino qualcuno ha rubato le lettere metalliche del nome di un defunto da una lapide. Quelle che tengono insieme il ricordo, che trasformano una pietra in una storia, in una vita, in un legame.
Se a Marcianise sparisce il citofono, a Santa Maria Capua Vetere sparisce l’identità. E qui l’ironia si fa inevitabilmente più amara. Perché rubare delle lettere da una lapide non è solo un gesto meschino: è un colpo ai sentimenti, alla memoria, alla sacralità di un luogo che dovrebbe essere intoccabile.
Quando si arriva a rubare un citofono o le lettere da una lapide, il problema non è più solo la sicurezza. È il senso del limite che si è perso per strada. È l’idea che tutto sia lecito, purché si possa staccare dal muro o dalla pietra.


