Quei 20 minuti di black-out nel video dell’arresto di Michele Zagaria. Il tribunale: “Forse pattuita prima la cattura in cambio della sparizione di dispositivi elettronici”

CASAPESENNA – I giudici del tribunale di Napoli Nord Domenica Miele, Debora Angela Ferrara e Maria Gabriella Iagulli hanno firmato le motivazioni di condanna del processo Medea, concluso con 4 condanne e tre assoluzioni.

Per i giudici è certo che nel bunker di Michele Zagaria sito a vico Mascagni, in casa di Vincenzo Inquieto, c’era una pen drive a forma di cuore in cristalli Svarovski. E si esprimono sulla sparizione dell’oggetto: “l’unica risposta, logica e compatibile con la certezza della sua esistenza, è che la pennetta sia stata sottratta da qualcuno dei poliziotti intervenuti al momento della cattura del latitante e, quindi, che la stessa, per tale motivo, non sia stata sequestrata”.

Dunque la circostanza per la quale la Procura ha aperto un’indagine sul poliziotto Oscar Vesevo, sarebbe confermata dai tre giudici. E ci sarebbe anche un colloquio tra Antonio Zagaria, fratello di Michele, e la moglie, avvenuto nel carcere di Sulmona, dove i due parlano proprio della pen drive e di una “visita” che Vesevo avrebbe fatto da solo a casa della cognata di Zagaria.

E ancora: “Anche il lungo periodo di black-out tra il penultimo e l’ultimo filmato visionato, oltre 20 minuti, in cui non è dato sapere cosa accadde nel corso della permanenza di circa 30 minuti dei poliziotti da soli col latitante, prima che scendessero il questore ed il procuratore della Repubblica, appaiono tutte circostante che possano aver favorito l’accordo (sempre che il tutto non fosse stato già pattuito prima, come contropartita in campo della cattura del latitante) o comunque, la sparizione del dispositivo elettronico”.
Per i giudici infine mancano le prove del coinvolgimento di Orlando Fontana: “Non sfugge che Orlando Fontana poteva rappresentare, per tutti, “l’uomo giusto al posto giusto”. Sia per chi effettivamente ha operato la sottrazione della pennetta Usb ed ha proposto lo scambio, e sia per chi, di converso, cercava un comodo capro espiatorio al quale addossare la responsabilità della vicenda, tenendo così tutelati e preservati gli effettivi partecipi della compravendita, che, forse, avevano un ruolo più importante e vitale per le vicende del clan, rispetto a quello di Orlando Fontana”.