OSPEDALE DI CASERTA. La denuncia di un medico: “Vi racconto l’odissea di mia madre, entrata con una colite e uscita quasi morta”
20 Gennaio 2026 - 11:50
La lettera, che pubblichiamo integralmente, è un racconto denso di dettagli scientifici che denotano la piena cognizione di causa di chi l’ha scritta e alla fine ha dovuto letteralmente togliere la sua congiunta da un reparto divenuto inospitale e strafottente, trasportandola a Benevento dove è stata curata adeguatamente. La missiva è stata inviata anche alla Direzione Generale dell’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano
CASERTA – Egregio Direttore, le porgo in primis i miei saluti.
Questa lettera, che come medico non avrei mai voluto inviare, è una denuncia e, nel contempo, una triste testimonianza.
Mi presento. Mi chiamo Maria Carola, sono specialista in Chirurgia Generale e di pronto soccorso, con esperienza quarantennale, maturata con attività lavorativa in vari ospedali quale, codesto spettabile nosocomio (anni 80/90), l’ Ospedale Monaldi, dove ho imparato con il prof. Francesco Corcione le tecniche laparoscopiche e, infine, il Fatebenefratelli di Benevento. Ho lavorato nei reparti di chirurgia con intensa attività di sala operatoria, anche in regime di urgenza e di emergenza e come componente di un team di Chirurgia Endoscopica e di endoscopia diagnostica.
Il giorno 25 dicembre, Natale, tramite 118, ho ricoverato d’urgenza mia madre, anni 94 ma sino a quel momento in ottima salute (assume solo terapia per colesterolemia). L’ho ricoverata per violenti dolori addominali e frequenti scariche diarroiche, il tutto preceduto da due episodi febbrili.
Soprassiedo al trattamento ricevuto in PS, dove dopo varie insistenze, sono riuscita a farla visitare dal medico di turno, a fare gli esami previsti e una TAC toraco-addominale. Gli esami effettuati hanno evidenziato un quadro compatibile, poi confermato, di colite pseudomembranosa da Clostridium difficile.
Mia madre viene ricoverata in Gastroenterologia ma appoggiata in Chirurgia Vascolare.
Il giorno successivo, Santo Stefano, per il grave squilibrio idroelettrolitico, si presenta una fibrillazione atriale ad alta frequenza. Per avere la consulenza cardiologica, mi informano gli infermieri del reparto, che è necessario chiamare il medico di guardia dipartimentale, che a sua volta deve chiamare il cardiologo. Per non portargliela per le lunghe, poichè tali medici non si riescono a reperire, mi sono recata presso il reparto di cardiologia e ho pregato il medico di guardia di venire a vedere mia madre, il quale, constata l’urgenza, ha iniziato subito la terapia di cardioversione farmacologica.
Finalmente il lunedi successivo, 29 dicembre, si predispone il trasferimento in Gastroenterologia, prima però vengo affrontata dal direttore della chirurgia vascolare, il quale inviperito con me e con la responsabile della gastroenterologia che ero riuscita a portare a vedere mia madre, in vista del trasferimento, inviperito, ripeto, perchè nel suo reparto non poteva esserci una paziente con quella patologia, mi chiede chi sono e dove ho lavorato. Alla mia risposta “al Fatebenefratelli di Benevento”, mi risponde: “perchè non te la sei portata nel tuo ospedale?”
Già questa risposta non depone bene per l’immagine dell’ospedale di Caserta.
Ma il peggio doveva ancora venire. C’è il problema delle vene della paziente, fragili e difficili da cannulare. Cinque giorni per avere il componente del PICC team, braccia livide e gonfie.
Alla sottoscritta, presentatasi come medico, oltre che figlia della paziente, con perfetta conoscenza del suo stato di salute, è stato consentito di assisterla solo perchè mia madre è in possesso di invalidità (104), per pregresse fratture femorali bilaterale. Da tutti i medici del reparto sono stata trattata con indifferenza, arroganza, insofferenza, dimostratami ogni qualvolta chiedevo notizie sugli esami di mia madre e volevo informazioni circa eventuali segni di miglioramenti degli indici infiammatori e di sepsi che erano gravemente alterati. Nel corso del ricovero nel reparto (dal 25 dicembre al 10 gennaio) è stata visitata da un medico raramente e, in più, solo su mia insistente richiesta. Assoluta incapacità di gestire una terapia di supporto con un corretto bilancio idro-elettrolitico (mia madre sembrava un canotto: gonfia, edematosa, anasarcatica allora diuretici per forzare la diuresi; si disidratava e allora nuovo carico di liquidi),
Una mattina di un giorno di festa sono stata pregata dagli infermieri di procurarmi in altri reparti un goccimetro, perchè in gastroenterologia ne erano totalmente sprovvisti. Alla mia preghiera ad un infermiere di misurare la pressione a mia madre, ho sentito il suo collega di turno affermare “che gliela misuri a fare, tanto ha novanta anni” !!!. Una mattina mi vengono date delle compresse che devo io somministrare alla paziente, ma mi rendo conto che non corrispondono alla sua terapia. Inizia ad alimentarsi, dovrebbe avere una dieta semiliquida ma portano vitto normale (pasta al sugo, carne e broccoli).
Altro episodio nefasto, mia madre, per le sofferenze patite e per le condizioni di squilibrio metabolico, va in agitazione psicomotoria dissociandosi completamente. Viene in consulenza un neurologo che prescrive una terapia con Quetiapina in dosaggio di 5 cp (2-1-2 matttino mezzogiorno e sera). Il giorno successivo, sabato 3 gennaio, mia madre è completamente addormentata, in stato di semincoscienza, in iniziale stato di edema diffuso, con difficoltà
respiratorie. In tutto questo totale assenza della responsabile del reparto, che sarebbe rientrata in servizio il lunedi successivo. Mi rendo conto che ha bisogno di un trattamento da terapia intensiva e chiedo ai due medici presenti in reparto di visitarla. Per carità di patria non faccio i nomi, che conosco perfettamente, ma una mi risponde che la paziente non si trova nella camera di sua competenza e il medico che dovrebbe invece visitarla, ancorchè chiamato a tempo debito, ignora la richiesta e si reca in PS per una consulenza. A questo punto prendo la mia decisione. Fortunatamente ho sempre le porte aperte nel mio ospedale a Benevento (avessi ascoltato il suggerimento del direttore della chirurgia vascolare!). Trasferisco mia madre in rianimazione che viene accettata, in PS di quell’ospedale, con diagnosi di insufficienza renale acuta, stato di sepsi non completamente risolto, alcalosi metabolica e sato di semincoscienza.
Conclusioni: dopo sette giorni di cure, terapie, attenta monitorizzazione di tutti i parametri, adeguata alimentazione e riequilibrio metabolico e idroelettrolitico, adeguata gestione della terapia antibiotica, mi sono riportata a casa mia madre anemizzata, debole ma in condizioni generali discrete, tali da poter continuare a domicilio le opportune terapie.
Mia madre è viva e vegeta 1) perchè cosi ha voluto il Cielo, 2) perchè dotata di un fisico fondamentalmente integro ( la sua unica malattia, se cosi la vogliamo definire, è l’età avanzata), 3) perchè ho vegliato su di lei 24 ore su 24, sostenendo ogni giorno delle guerriglie urbane per ottenere il minimo indispensabile in termini di cure essenziali.
Sottolineo, oltre le incongruenze rilevate per alcune terapie, non tutte per la verità, poichè grazie alla consulenza dell’infettivologa, ha avuto la corretta terapia antibiotica, l’assoluta incapacità di comunicazione, di empatia e di solidarità nei confronti della paziente e soprattutto di un familiare in ansia per le sorti della madre.
Vi prego di prendere in considerazione queste mie comunicazioni e le mie riflessioni, oltretutto un medico che ha vissuto negli ospedali, con i pazienti, situazioni dolorose, oltre che fisicamente, anche psicologicamente.
Grazie a quanto vissuto ricorderò per sempre queste feste natalizie e di fine anno.
Vi ringrazio per l’attenzione che mi avete dedicato nel leggere questa lettera.
Cordialmente
Maria Carola
Caserta, 16/01/2026
