Alimenti scaduti nel pacco solidale della chiesa. Don Antonio: “Il latte non era nostro (allora di chi?) e sul formaggio le persone sapevano”. Ma poi chiede di riportarlo indietro
26 Giugno 2026 - 14:21
Lo ha scritto in un messaggio nel gruppo Whatsapp dedicato alla distribuzione dei generi alimentari. Ovviamente il sacerdote rinnova l’atto scorretto di non replicare a chi ha scritto l’articolo
CARINARO (fede.borr.) – La risposta è arrivata. E, su questo, non avevamo dubbi. E’ arrivata, però, senza che don Antonio Lucariello abbia voluto interfacciarsi direttamente con noi, che avevamo pubblicato la notizia (CLICCA E LEGGI) sulla presenza di prodotti scaduti nei pacchi alimentari distribuiti dal Gruppo Carità. E, a dire il vero, anche questo ce lo aspettavamo.
Oramai abbiamo capito che don Antonio Lucariello, nei confronti di questo giornale, ha scelto una linea di totale chiusura. Salvo poi ricordarsi di CasertaCe quando c’è da presentare una querela. Come è difatti accaduto l’estate scorsa, quando si recò dai carabinieri con un fascicolo contenente tutti gli articoli che avevamo scritto su di lui, ritenendo di essere stato diffamato. Una denuncia che, ad oggi, non ha avuto alcun seguito e che, da quanto ci ipotizziamo, potrebbe essere stata addirittura archiviata dalla Procura.
Nonostante la sua scelta, del tutto legittima, di non voler proferire parola alcuna con questo giornale, con tutto il rispetto per il sacerdote e per la chiesa di Sant’Eufemia, noi continueremo a fare il nostro lavoro: porre domande e occuparci di vicende che riteniamo meritevoli di attenzione. Poi, per quanto riguarda la scelta di rispondere altrove questa è una prassi eticamente scorretta. Lo diciamo forte e chiaro. Si replica all’organo di informazione che ha diramato la notizia, e con tutto il rispetto per l’abito che porta, noi riteniamo di avere un comportamento professionale molto lineare e molto più corretto rispetto alle prassi usate dal parroco di Carinaro.
E quindi, conseguentemente, non ci aspettiamo neanche stavolta che don Antonio risponda a questo articolo, mezzo che utilizzeremo per porgli, nuovamente, alcune domande.
Partiamo, però, con ordine. Perché prima di arrivare ai nostri interrogativi è giusto tenere conto degli ultimi aggiornamenti. Ebbene, come dicevamo più sopra, don Antonio ha deciso di “replicare” al nostro articolo attraverso un video pubblicato su facebook nel quale si lascia andare ad una serie di affermazioni. Anzitutto, nega che il latte scaduto il 14 giugno – quindi ben cinque giorni prima della distribuzione – e a cui facciamo riferimento all’interno dell’articolo succitato con tanto di foto, sia mai uscito dalla sua parrocchia. La qual cosa corrobora i nostri dubbi. A meno che don Antonio – e ci dispiacerebbe perché quelle foto sono genuine e originali – non venti maliziosamente l’ipotesi di immagini farlocche, allora deve essere l’associazione Carità a scoprire come siano arrivate nella propria area di distribuzione confezioni di latte imbucate, portate da qualcun altro e non dall’organizzazione di solidarietà carinarese.
Tra l’altro, a sostegno della propria tesi, il parroco afferma di avere delle fatture che lo dimostrerebbero. Dice di averle, appunto, ma sarebbe stato più coerente mostrarle, no?
Al contrario, ci ha messo davvero un attimo però a mettere a favore di telecamera le 200 famiglie, sempre a suo dire, che ricorrerebbero costantemente all’aiuto del Gruppo Carità. Ma questo, come si suol dire, non ci azzecca, perché noi non abbiamo contestato la validità dell’iniziativa ma abbiamo posto la questione su alcuni punti della stessa che, francamente, non convincono.
Per cui, mostrare la faccia di chi viene ristorato costituisce una inutile forma di esibizionismo, per altro coltivato in un contesto nel quale la chiesa, i religiosi, dovrebbero ben badare alla riservatezza, dato che il bene si fa ma non si ostenta. Quanto meno i volti, nella fase di montaggio, sono stati tutti oscurati per ragioni di privacy.
Ma andiamo avanti. Sempre nel video, don Antonio affronta anche la vicenda dei formaggi scaduti il 19 giugno, venerdì scorso, giorno dell’ultima distribuzione, e che erroneamente definisce “stracciatelle”, anche se in realtà sono delle certose. Questa volta, a differenza di quanto accaduto con il latte, il sacerdote non nega che quei formaggi siano stati distribuiti dal suo gruppo. Fa però una precisazione e comunica: “Abbiamo informato le persone che il prodotto scadeva quella sera a mezzanotte, ma loro ci hanno risposto che lo avrebbero mangiato comunque a cena”.
Dopodiché il video prosegue con una visita ai locali in cui vengono conservati gli alimenti, mostrando anche le date di scadenza annotate su pasta, legumi e altri prodotti. Per il resto, se ci tenete, potete visionare il filmato integrale a questo link.
Ora, è arrivato il momento di fare le nostre domande. La prima cosa che chiediamo a don Antonio è questa: perché decidere di distribuire lo stesso il formaggio scaduto e mettere alla scelta i beneficiari se consumarlo o meno? Non sarebbe stato meglio sostituirlo con un altro prodotto, considerando il fatto che la scadenza delle certose è tassativa, trattandosi di prodotti freschi, e soprattutto con il caldo di questi giorni nessuno può sapere con certezza se quel prodotto sia stato conservato sempre alla giusta temperatura. Forse, sarebbe stato meglio non correre rischi.
Anche perché, don Antonio, noi vogliamo pure credere che quel prodotto fosse effettivamente consumabile entro la mezzanotte del giorno indicato. Anzi, non solo ci crediamo, sappiamo che è così. Ma lei non ha distribuito un numero di certose proporzionato ai componenti delle singole famiglie. Lei e i suoi volontari avevate già preparato intere casse con decine e decine di confezioni per ogni beneficiario.
A meno che ognuna di queste famiglie non abbia organizzato un’immediata sotto distribuzione di queste certose in modo che le stesse fossero comunque consumate da altre persone entro la mezzanotte, il rischio che molte confezioni siano rimaste non consumate, al di là della data di scadenza, è molto alto.
C’è poi un altro aspetto che merita di essere affrontato. Nel gruppo Whatsapp che don Antonio utilizza abitualmente per avvisare della consegna del pacco alimentare ha dedicato alcuni messaggi a seguito del nostro articolo. Dopo averne condiviso uno screenshot che ritrae il profilo della sottoscritta condividere la notizia nel gruppo “Sono di Carinaro e ne sono fiero”, ha chiesto di farsi riportare indietro “il prodotto scaduto che qualcuno di voi (i sussidiari, ndr) ha ricevuto”, invitando a consegnarlo “direttamente a lui, in privato”. E, in un secondo messaggio, precisa: “Il prodotto che vedete nella foto”.
Ora, nella foto di copertina che apre il nostro articolo della volta scorsa, i prodotti in questione erano due: la certosa e il latte. Orbene, se sul latte ci è stata raccontata e noi abbiamo riporatato, secondo il parroco, una cosa imprecisa il prodotto a cui si riferisce non può che essere la certosa. Ma se era stato lui stesso ad avvisare della scadenza e le persone avevano deciso di assumersi la responsabilità di consumare comunque quell’alimento, perché farselo riportare indietro? E perché poi in privato?
Non lo sappiamo. A noi questa vicenda continua ad apparire poco chiara e dubitiamo che ci sarà mai un confronto con don Antonio, ma quelle domande avevamo il dovere di porle.
Nel frattempo, don Antonio in questi giorni non si è limitato a pubblicare solamente il video. Ha già organizzato per questa domenica un aperitivo al termine della messa per chiunque vorrà visitare i locali del Gruppo Carità. Per annunciare l’evento si è servito anche dell’intelligenza artificiale affinché gli realizzasse una locandina. E l’AI, per la serie “melius abundare quam deficere” (anche se qui non siamo tanto d’accordo), non si è risparmiata nemmeno il logo ufficiale della Caritas, sbagliando dato che quella di don Antonio non è ufficialmente iscritta. Un peccato veniale, tutto sommato, che è meno importante rispetto alle ombre che ci sono sui prodotti altamente deperibile.
Non solo. Come anticipavamo prima, sulla pagina della parrocchia sono state già pubblicate le foto dei pacchi pieni di prodotti da distribuire nel pomeriggio di oggi. E ci fa piacere forse di aver contribuito a questa operazione di trasparenza. Ma anche queste sono state modificate con l’ausilio dell’AI per la creazione di un collage. A noi, tuttavia, sono arrivate delle immagini più nitide, vale a dire quelle che il parroco stesso ha inviato sempre nel solito gruppo whatsapp.
I fatti nostri, si è capito, non ce li sappiamo fare. Ingrandendo la foto, da quel che riusciamo a scorgere, possiamo notare che i panini hot dog di una famosissima marca sono scaduti il 24 giugno di quest’anno, appena due giorni fa. Ma va bene, atteniamoci alle linee guida del Ministero, che dicono possano essere consumati fino a sette giorni dopo la data di scadenza. Quindi, almeno quelli, sono ancora commestibili.
Ma per quanto riguarda i cracker, invece, sempre della medesima marca ultra conosciuta, beh, sembrerebbe che siano scaduti un anno fa, precisamente il 4 luglio 2025. Non vogliamo darlo per certo, però se effettivamente l’anno riportato è il 2025 vi invitiamo a ritirare dalla distribuzione di oggi pomeriggio queste confezioni, che se fossero scadute un anno fa, supererebbero di gran lunga ogni limite consigliato anche dallo stesso Ministero sulla consumazione di alimenti che hanno superato la soglia del TMC.
E forse una tirata d’orecchie andrebbe fatta anche quegli imprenditori della zona Asi che il parroco non si smentisce mai di ringraziare, e che poi però sembrano voler più togliersi qualcosa piuttosto che dare.
