LA NOTA. L’Internazionale del patriarcato s’é desto. Donna ostacola il marito, non gli fa vedere i figli e viene condannata
13 Luglio 2026 - 10:28
di Geo Nocchetti
Con tutto l’imbarazzo, anzi la vergogna, della nostra condizione maschile, dobbiamo ancora una volta raccontare il complotto dell’«internazionale del patriarcato», che, come documenteremo più innanzi, è riuscita a infiltrarsi persino nella giustizia civile e in quella penale, nascondendosi dietro toghe indossate da donne, in tutta evidenza traditrici e collaborazioniste del maschilismo sciovinista che ancora dilaga in Italia e non solo.
Ci riferiamo alla recentissima sentenza della Corte d’Appello di Roma, sezione minorenni, che ha condannato una donna a risarcire l’ex marito perché la stessa, nel corso degli anni, ha ostacolato in ogni maniera le relazioni tra l’ex marito, nonché padre del figlio, e quest’ultimo.
La condanna arriva dopo il rinvio disposto dalla Cassazione, che aveva accolto il ricorso del «presunto maschio ostacolato nelle relazioni paterne», ritenendo errata la sentenza della Corte d’Appello, la quale aveva riconosciuto le responsabilità della donna circa un suo atteggiamento palesemente ostativo al sereno rapporto tra padre e figlio, ma non aveva accolto la domanda paterna.
E dunque la matrice del «complotto» appare in tutta la sua evidenza. Non solo quello della Cassazione, ma anche il collegio della Corte d’Appello non è composto da soli uomini. Come dicevamo, «l’internazionale del patriarcato» ha suoi infiltrati ovunque, anche tra le donne, persino quelle in toga. Giacché il collegio della Corte che ha emesso la sentenza di risarcimento di 156.000 euro a favore del «presunto maschio ostacolato» è composto da tre donne su cinque membri.
Ora, a nessuno sfugge come sia stato possibile perpetrare un simile «abominio», nascondendosi dietro le presunte «puntuali argomentazioni» della stessa Corte d’Appello, che, è di tutta evidenza, ha percorso la fredda strada del diritto, trascurando i lamenti mediatici, e non solo, della donna, premiata nel 2022 dal Parlamento europeo come esempio di «Madre Coraggio».
Pensate: il Parlamento europeo premia una «Madre Coraggio» sulla base di autocertificazioni e certificazioni extragiuridiche della benemerita rete che protegge le donne vittime di violenza, ovvero tutte le donne dell’universo. E questo Parlamento europeo si vede smentito da una Corte d’Appello di una «piccola città italiana», Roma, che, invece di dare per «rato e approvato» il conferimento della qualifica di vittima a mezzo di votazione unanime, si permette di applicare gli articoli del codice, che non distinguono le vittime in base al genere, ma in base ai fatti.
Lo confessiamo: ci sentiamo vicini, ancorché indegni, a causa della nostra natura maschile, a tutte quelle donne che hanno subito sentenze ineccepibili nella forma e nella sostanza, ma ingiuste rispetto alla realtà mediatica e in linea con il patriarcato universale.
Ci sentiamo vicini, ancorché indegni, a quel quasi 70% di donne le cui denunce vengono archiviate perché ritenute infondate, sempre sulla base di «discutibili» argomentazioni di diritto che non comprendono le affermazioni «ex cathedra» delle eroiche e instancabili difensore sparse nelle migliaia di associazioni, ONLUS e strutture che, giustamente, sono mantenute con le tasse di tutti e, va detto, soprattutto dei maschi che, in questa maniera, sia pure molto parzialmente, contribuiscono a risarcire le vittime del patriarcato italiano contemporaneo.
Ma non finisce qui. Nella stessa vicenda, persino la Corte europea, ignorando il conferimento, ritenuto sacrosanto, del titolo di «Madre Coraggio», ha stabilito che l’Italia andava condannata per aver violato l’articolo della Convenzione europea che garantisce il corretto svolgimento delle relazioni genitoriali.
Ma se una Corte nega «giustizia», la stessa Corte europea sanziona l’Italia, in un altro procedimento, per aver accumulato ritardi nei confronti della denuncia di una donna, per la quale il PM della Procura di Benevento aveva chiesto l’archiviazione, «permettendosi» valutazioni che non sono consentite a uomini che non «possono capire»: affermazioni del tipo, riassumiamo, che tra moglie e marito spesso la «conjunctio carnalis» non si svolge secondo il rito del neocodice di procedura femminista, ma secondo l’antico rito, che non può codificare emozioni, pulsioni, schermaglie amorose e non. E dunque affermare che talvolta bisogna convincere uno dei due coniugi ad avere, appunto, la «conjunctio carnalis» equivale a giustificare lo stupro.
Un vero ragionamento da maschio sciovinista. Peccato che a farlo sia stata una donna, immediatamente crocifissa da altre donne che le sono passate addosso, calpestando toga e codici e obbligando, a furor di «femmina», il procuratore beneventano ad affidare il caso a un’altra collega.
Da qui il ritardo censurato dalla Corte, che però non si è risparmiata una tirata d’orecchie alla PM, tacciandola di «sessismo». Ben le sta: la prossima volta imparerà a decidere non secondo coscienza e diritto, nel rispetto della sua indipendenza, ma secondo il neocodice morale e orale riscritto dalle coraggiose «partigiane rosa».
Perché ci siamo occupati su Casertace di questo? Perché, per fortuna di tutte le donne, questa è terra di associazioni contro la violenza, avvocatesse oberate di lavoro dopo decenni di astinenza, case famiglia e panchine rosse sparse ovunque.
Il filo, nemmeno sotterraneo, che lega avvocatesse casertane semisconosciute ad avvocatesse romane, note solo per il «massacro mediatico» dei presunti maltrattanti o violentatori, è corroborato da regolari parcelle, il 99% delle quali rigorosamente frutto di difese d’ufficio, ovvero di un dovere civico e solidale, rispetto al quale la parcella, o meglio le parcelle, sono un particolare trascurabile.
Esattamente come il rispetto del diritto e delle procedure giuridiche. Diritto che, come possono osservare anche i bambini delle elementari, finisce per «o». A riprova dell’inemendabile maschilismo che alligna in tutti i settori della vita civile.
