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Il boss avvertito dell’arresto: “La sera prima era a casa del “carabiniere infedele”

6 Gennaio 2019 - 12:52

MADDALONI – La sera prima dell’arresto, eseguito lo scorso aprile, Pasquale Fucito, il capo dell’organizzazione criminale che gestiva lo spaccio di droga a Caivano e dintorni, era a casa del “carabiniere infedele” Lazzaro Cioffi, insieme al suo sodale Raffaele Garofalo.

Cioffi seppe degli arresti e riferì la notizia ai due.

E’ stata la Corte di Cassazione a mettere nero su bianco, quanto accaduto, nelle motivazioni con le quali ha respinto l’istanza di scarcerazione presentata dal militare e dalla sua consorte di Maddaloni Emilia D’Albenzio, finita ai domiciliari.

La sera prima dell’esecuzione dell’ordinanza cautelare Fucito e l’altro sodale Garofalo Raffaele si trovavano a casa del Cioffi e, non appena ricevuta la telefonata dal proprio comando, ne informava immediatamente i due, mettendoli sull’avviso circa la possibilità che si trattasse di arresti imminenti, come poi effettivamente verificatosi. A fronte di tale circostanza, che conferma ulteriormente ed attualizza l’intraneità del ricorrente e la solidità del rapporto con il Fucito ed i componenti del gruppo, coerentemente il Tribunale ha ritenuto ininfluente sia la sospensione dal servizio che la domanda di pensionamento avanzata dal Cioffi, essendo l’una connessa al presidio cautelare e l’altra ancora in corso di valutazione, attribuendo rilievo alla risalente e duratura messa a disposizione dell’associazione per fini di profitto, svelata dalle indagini”,

scrivono gli ermellini.

Le condotte infedeli del Cioffi – proseguono – sono emerse dalle intercettazioni attivate nel periodo in cui era in congedo per motivi di salute, durate solo tre mesi perché le operazioni di intercettazione furono interrotte, essendo emerso che il Cioffi aveva appreso delle indagini ed aveva avvertito la moglie del Fucito. Già tale circostanza sconfessa l’asserita mancanza di prova della violazione dei doveri d’ufficio e della rivelazione di attività di indagine riservate al Fucito. Inoltre il ricorrente, pur essendo in congedo, si era attivato per interferire in una perquisizione in corso per evitare il sequestro di 18 mila euro, dovuti al Fucito per una pregressa cessione di droga, che proprio per tale motivo gli aveva chiesto di intervenire”.

Cioffi ha avanzato la tesi, respinta dai giudici, secondo la quale Fucito fosse un suo “confidente”: La prospettazione, estremamente riduttiva, è stata motivatamente respinta dai giudici di merito, in quanto smentita dalla chiarezza dei colloqui intercettati, dalle precise e convergenti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che nelle prime trovano riscontro, nonché dall’anomalia del rapporto tra il ricorrente ed il Fucito, che travalica i limiti del rapporto confidenziale e si risolve in un reciproco scambio di favori, anche di natura strettamente personale, di cui fornisce plastico esempio l’affidamento del figlio del Fucito alla moglie del Cioffi per accudirlo, facendo da babysitter o da accompagnatrice alla moglie del Fucito”.