IL MAXI PROCESSO agli agenti della Penitenziaria di S. MARIA C.V. Il Pm chiede condanne pesantissime fino a 21 anni di carcere. I primi 10 NOMI

22 Luglio 2026 - 17:09

Alessandro Milita ha concluso oggi la sua lunghissima requisitoria

SANTA MARIA CAPUA VETERE (g.g) – Il pubblico ministero Alessandro Milita, nel maxi processo che vede imputate oltre cento persone tra agenti della Polizia Penitenziaria, dirigenti del Corpo e vertici della Casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere per i fatti avvenuti durante il lockdown dell’aprile 2020 ai danni dei detenuti del reparto Nilo, ha concluso la sua lunga requisitoria, articolata nel corso di più udienze, formulando le richieste di pena, nella quasi totalità dei casi di condanna.

Tra le richieste più significative c’è quella nei confronti di Antonio Fullone, all’epoca dei fatti Provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Campania, per il quale il pubblico ministero ha chiesto 10 anni di reclusione.

Per Maria Parente, allora direttrice reggente della Casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, la richiesta è di 8 anni di carcere, la stessa pena invocata per l’allora vicedirettore Arturo Rubino.

Per il dirigente medico Pasquale Iannotta sono stati chiesti 7 anni di reclusione, mentre per il medico Raffaele Stellato la richiesta è di 9 anni. Secondo l’accusa, entrambi avrebbero avuto un ruolo determinante perché avrebbero potuto documentare correttamente le lesioni riportate dai detenuti e garantire loro cure adeguate. Il pubblico ministero ha contestato il rilascio di certificazioni mediche ritenute “leggere” e non corrispondenti alla gravità delle ferite riportate.

Nel corso della requisitoria non sono mancati toni particolarmente duri. Rivolgendosi a Gaetano Magnanelli, all’epoca comandante della Polizia Penitenziaria dell’istituto sammaritano e oggi comandante del carcere di Salerno, Milita ha pronunciato parole pesanti, definendolo un “criminale”.

Per Magnanelli il pubblico ministero ha chiesto 14 anni di reclusione.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, pur non avendo preso parte direttamente ai pestaggi, Magnanelli avrebbe avuto piena consapevolezza di quanto stava accadendo nel reparto Nilo in quella giornata dell’aprile 2020 e avrebbe deliberatamente scelto di rimanere nel proprio ufficio, consentendo così che le violenze proseguissero. Una scelta che, secondo Milita, sarebbe stata dettata dalla volontà di evitare un coinvolgimento diretto, pur essendo perfettamente consapevole delle violenze e delle sofferenze inflitte ai detenuti, in particolare ai quindici ritenuti promotori della protesta scoppiata nei giorni dell’emergenza Covid. A Magnanelli viene inoltre contestata la partecipazione all’attività di depistaggio che, secondo l’accusa, sarebbe stata organizzata dopo i pestaggi.

La richiesta di pena più elevata riguarda però Pasquale Colucci, altro dirigente della Polizia Penitenziaria, oggi vicecomandante del carcere di Avellino, per il quale il pubblico ministero ha invocato 21 anni e 4 mesi di reclusione.

Milita lo ha indicato come “il regista fondamentale” della vicenda. Su Colucci gravano tutte le principali contestazioni formulate nell’ambito del processo: dalla tortura ai danni dei detenuti del reparto Nilo fino al collegamento con la morte di Hakimi Lamine, detenuto deceduto circa un mese dopo i fatti. A suo carico viene inoltre contestata una partecipazione determinante all’attività di depistaggio attraverso la redazione di relazioni ritenute false.

Tra le altre richieste di condanna figura quella nei confronti della commissaria capo del reparto Nilo Annarita Costanzo, per la quale sono stati chiesti 12 anni di reclusione. Secondo l’accusa, non avrebbe impedito i pestaggi durante le operazioni di perquisizione e avrebbe preso parte anche all’attività di depistaggio.

Il pubblico ministero ha inoltre richiamato un messaggio inviato dalla stessa Costanzo ai colleghi, con il quale li avrebbe informati che le telecamere erano spente. Circostanza che, successivamente, si è rivelata errata, poiché proprio le immagini registrate dagli impianti di videosorveglianza hanno costituito uno degli elementi probatori principali dell’intero procedimento.

Per Nunzia Di Donato il pubblico ministero ha chiesto 11 anni di reclusione, mentre per Tiziana Perillo, funzionaria proveniente dal carcere di Avellino e giunta a Santa Maria Capua Vetere come rinforzo durante la gestione della protesta, la richiesta è di 10 anni.

Secondo l’accusa, entrambe non sarebbero intervenute per fermare le violenze né avrebbero assicurato la necessaria assistenza ai detenuti rimasti feriti.