Imprenditori e commercianti “strozzati” dal racket del clan dei Casalesi: le nuove CONDANNE

17 Marzo 2026 - 20:00

AVERSA – La Corte d’Appello di Napoli, I sezione, con sentenza emessa ieri mattina, ha riformato le pene a carico di Antonio Barbato, Carmine Lucca, Antonio Chiacchio e Antonio Palumbo, quattro uomini accusati aver condotto attività estorsive, gestite ed ordinate dal clan dei casalesi, fazione Bidognetti.

Le pene si aggiornano, perciò, in questo modo: Antonio Barbato, difeso da Giovanni e Michele Cantelli, passa da una condanna a 14 anni di reclusione ad una di 9 anni e 6 mesi; Carmine Lucca, difeso da Luciano Fabozzi, passa da una pena di 11 anni di detenzione a 8 anni; Antonio Chiacchio, difeso da Agostino Di Santo, vede la propria condanna ridursi da 8 a 6 anni e 8 mesi; Antonio Palumbo, difeso da Agostino D’Alterio che vede la sua pena ridotta da 6 anni e 6 mesi a 5 anni di reclusione.

I fatti contestati risalgono al biennio 2018-2019 e ruotano attorno a una serie di estorsioni messe in atto, secondo la Procura, ai danni di un commerciante di Teverola, titolare di un minimarket. In particolare, Barbato e Lucca avrebbero sfruttato il proprio “peso criminale”, legato alla loro presunta affiliazione ai Casalesi, per ottenere generi alimentari senza mai pagare, alimentando un clima di intimidazione e paura.

Tra gli episodi più gravi contestati, anche un tentativo di estorsione da parte di un uomo identificato come Improda, che avrebbe preteso 1.500 euro dalla vittima, trattenendo l’auto del figlio del commerciante come forma di pressione. Non solo generi alimentari: gli imputati sono accusati anche di aver imposto l’acquisto forzato di materiale pubblicitario a prezzi gonfiati e di aver chiesto denaro con la giustificazione di fare “regali” ai detenuti, in realtà sempre sotto la minaccia implicita della loro vicinanza al clan.