LA FOTO. AVERSA. Il Comune è costretto, da CasertaCe e dai cittadini perbene, a bloccare ancora una volta i lavori per i 38 posti di studentato del palazzo di Piazza Municipio
28 Luglio 2026 - 20:15
Francamente quello che sta facendo il costruttore Umberto Sarno con la sua società Artemide appare totalmente fuori dalle leggi. Il giochetto del retino, dell’articolo 32 del PRG, e dell’amnesia sul piano di recupero del centro storico che non consente assolutamente interventi di ristrutturazione come quelli che sono pesantemente in atto in quel palazzo
AVERSA (g.g.) – Occorrerebbe avere un presidio giornalistico fisso sulle attività della cucina molto creativa, installata nell’ufficio tecnico del Comune di Aversa. Fatalmente, infatti, quando questo giornale si muove, magari con l’ausilio di qualche cittadino perbene, capita che la signora ingegnera Danila D’Angelo, il signor architetto Leopoldo Graziano, e i loro adepti ingegneri, architetti, geometri, istruttori di pratiche, sono costretti a ripiegare rispetto a certe loro azioni per l’appunto molto creative, per usare un eufemismo.
Per cui, se ci fosse CasertaCe con la frusta in mano ogni giorni, sicuramente la produzione di “braciole” da parte della cucina creativa si ridurrebbe ulteriormente.
Prendete ad esempio questa storia del palazzo storico di piazza Municipio ad Aversa, sottoposto ad un vero e proprio supplizio, ad una ristrutturazione profonda che ha addirittura provocato sfondamenti che hanno condizionato anche l’attività della banca Credem che del palazzo in questione occupa il pian terreno, e i cui locali sono impegnati da impalcature e strani soppalchi.
Il diniego sulla Scia presentata dal proprietario che si chiama Umberto Sarno, con la sua società immobiliare Artemide Srl, sembrava fatto apposta per essere impallinato dal Tar.
Attenzione, massima concentrazione: “sembrava” significa una cosa, “era fatto apposta” significa una cosa diversa.
E noi abbiamo scritto, tra virgolette, sembrava. Ingegnera D’Angelo, segua il percorso logico del nostro ragionamento: se quel diniego sembrava fatto apposta, lei è una buonafede, ma c’è da dubitare sulla preparazione sua e dei dipendenti dell’ufficio che lei dirige e che si sono occupati di questa pratica. E noi vogliamo propendere per questa spiegazione, che però non deporrebbe bene per la sua qualità professionale e in generale per quella dell’ufficio che lei dirige. Se invece quel diniego è stato fatto apposta per essere impallinato al Tar, allora saremmo di fronte all’applicazione dolosa di quella che a Caserta capoluogo abbiamo definito, a suo tempo, la dottrina Biondi, dal nome di Francesco Biondi, oggi stra indagato, sta sospeso dalle sue funzioni ad opera del ministero dell’interno. Biondi, dirigente specializzato in dinieghi fatti a pezzettini dai tribunali amministrativi e scritti apposta per essere fatti a pezzettini e per poi poter dire che non era stato il Comune, il suo dirigente, a permettere la consumazione della dominio edilizio di turno, ma che tutto sommato era stato il Tar oppure il Consiglio di Stato, dove il Comune magari dimenticava di costituirsi o si costituiva in maniera molto flebile, ad aver deciso.
Ci siamo capiti, ingegnera D’Angelo? Noi siamo sicuri che ricorra la prima ipotesi, e cioè che il suo diniego, limitato a connettere l’impossibilità di intervenire su quell’immobile al di fuori di un’attività di restauro – solo e limitatamente ad alcuni interventi sulla sopraelevazione, sulle cornici, ossia a questioni di lana caprina, facile bersaglio del Tar – sia stato frutto di un momento di confusione, di una distrazione, consumate in buonafede, che non hanno permesso a lei e al suo ufficio di rendersi conto che all’interno di quell’immobile venivano giù scale che erano lì da più di un secolo, venivano costruiti solai, impianti elettrici sovrastavano e calpestavano dei quadri antichi, magari non delle opere d’arte, ma comunque testimonianze d’epoca. Insomma, che all’interno del palazzo venivano effettuati degli interventi di ristrutturazione profondissima e soprattutto vietata.
Ovviamente un diniego di tal fatta è stato impallinato dal Tar della Campania. Prima con una decisione monocratica, urgentemente cautelare, assunta dal presidente di una delle sezioni con la procedura della cosiddetta inaudita altera parte, cioè esaminando solo la tesi del ricorrente, poi in maniera ancor più grave, da una decisione collegiale arrivata il 23-24 luglio scorsi in cui lo stesso Tar sospendeva la bocciatura della Scia presentata da Umberto Sarno e da Artemide, con la prospettiva di poter realizzare tranquillamente tutti i lavori, di poter fregare la legge, dato che il Tar stabiliva un’udienza di merito di qui a più di un anno.
Poi è arrivata CasertaCE e queste cose le ha denunciate. Fatto sta che, anche grazie alla giusta indignazione che ha percorso i pensieri, le opere di qualche cittadino onesto, stamattina dall’ufficio di Danila D’Angelo, Graziano e di quel paio di istruttori della pratica di cui stiamo cercando i nomi, è arrivata una seconda bocciatura della Scia.
A quanto se ne sa, scritta leggermente meglio della prima, ma mica poi tanto. Perché troppo generica. Comunque, meglio di nulla.
Questa è una storiaccia e vi aggiungiamo, per dimostrarlo, un altro elemento. La legge impone che ci siano due dichiarazioni a sostegno di una Scia: la prima la deve redigere il proprietario, quale deve dimostrare di essere tale, di possedere un titolo e di indicare da quale processo negoziale questo derivi. Una dichiarazione dei proprietari non ci sono mai problemi di sorta. È sulla seconda dichiarazione però che si giocano le carte più importanti per ottenere il via libera a lavori come quelli che sta realizzando il signor Sarno, per altro fratello della dirigente del comune di aversa Virginia Sarno. Ma questa dichiarazione la deve redigere il progettista.
Abbiamo la sensazione che l’ingegnera D’Angelo sia troppo condizionata dalla scuola professionale da cui proviene, quella dello straordinario ufficio tecnico di Marano di Napoli, da dove è uscito anche Graziano e dove si è allenato il mitico Davide Ferriello, di cui CasertaCE ha scritto tantissimo, e dove ha operato anche il grande caposcuola Gennaro Pitocchi. Però vogliamo darle ancora qualche possibilità di resipiscenza e allora le chiediamo se risulti agli atti della Scia di Sarno questa dichiarazione del progettista e se risulti, dunque, la certificazione da parte sua della piena rispondenza dell’intervento edilizio dichiarato agli strumenti normativi vigenti della città di Aversa.
Su questo punto potremmo essere più precisi nel prossimo articolo che dedicheremo a questa vicenda, che non finisce qui. Magari anche la progettista, perché si tratta di una donna, ha fatto un po’ di confusione, poggiando un retino, che è quel segno che si pone su un piano regolatore o di un Puc, adattandolo al punto in cui sorge il palazzo e dando allo stesso il segno della sua esistenza materiale all’interno del centro storico di Aversa, genericamente considerato. Ma dire centro storico non basta. Il retino doveva essere più specifico, cioè un’area specifica del centro storico in cui è possibile effettuare solo e solamente attività di restauro di quell’immobile.
Sempre la progettista farebbe riferimento all’articolo 32 del Prg, il quale riguarda il centro storico, ma rimanda gli interventi che insistono in quella parte specifica dell’area antica e storica di Aversa ad un atto normativo di pianificazione specifico, che si chiama Pru (Piano di recupero del centro storico). E nel PRU si restaura, non si ristruttura. Perché se si ristruttura si compie un reato, penale, ed è sempre buono usare l’aggettivo anche se non occorrerebbe, così magari il concetto assume più forza, più efficacia.
La differenza tra la prima partita che si è giocata al Tar e quella che quasi sicuramente si giocherà dopo che Sarno e Artemide impugneranno anche questa seconda revoca della Scia, chiedendo un secondo intervento cautelare urgente e monocratico del giudice amministrativo, non è irrilevante. Nel primo caso, infatti, tutto è capitato velocemente e soprattutto fuori dal cono di attenzione di CasertaCE. Stavolta sorveglieremo tutto, a partire dalla data che il Tar stabilirà per emettere la decisione cautelare.
State tranquilli: questa nostra attenzione stimolerà sicuramente chi ha diritto ad intervenire come parte già a partire dalla procedura cautelare d’urgenza, in quanto titolare di un diritto che può essere leso da questi lavori non legali di ristrutturazione. Il Tar dunque potrebbe conoscere la questione molto meglio rispetto a quanto sia riuscito a conoscere grazie ai contenuti del primo diniego, e forse a questo punto anche del secondo. Noi non saremo parte in causa, ma ci saremo come cronisti, terremo alta la nostra attenzione, come è storicamente nello stile di CasertaCe, che magari ad Aversa è stata meno presente di quanto non lo sia stato in altre parti della nostra provincia ma che comunque è stata determinante nell’innesco di alcune vicende giudiziarie che hanno coinvolto il comune in passato.
E state tranquilli: sia la prima udienza monocratica, ma soprattutto la seconda collegiale si svilupperanno molto diversamente da come si sono sviluppate quella di inizio luglio e del 24 luglio scorsi, perché riteniamo che sia certo che la verità su questa storia verrà raccontata ai giudici da chi questa verità conosce e da chi ritiene che questa verità abbia violato ogni norma di diritto.
