L’EDITORIALE. Breve storia della procuratrice Troncone. Dalla controversa e contestata nomina a S.MARIA C.V. alla cittadinanza onoraria di MONDRAGONE, quando Zannini si è imbucato a sua insaputa (o almeno lo speriamo)
17 Marzo 2026 - 13:59
Ci fa davvero molto piacere annunciare l’inizio della collaborazione con Casertace di una firma di rilievo del giornalismo televisivo campano e nazionale: Geo Nocchetti entra a far parte dei nostri editorialisti, esordendo con un articolo coraggioso, frutto di una ricerca approfondita sui fatti e le situazioni che hanno riguardato un magistrato che non intendiamo assolutamente giudicare, ma di cui è giusto e doveroso raccontare le vicende degli ultimi dieci anni. Bibliografia solida e autorevole: Lettera 43, La Repubblica, la sentenza del TAR del Lazio, quella del Consiglio di Stato, l’intervento dell’allora presidente del Tribunale di Aversa–Napoli Nord Pierluigi Picardi, e un’intervista rilasciata a Report dopo l’esecuzione dell’ordinanza sul Pineta Grande Hospital, poi annullata dal Riesame, dalla Cassazione e dal capo dei GIP sammaritani, Orazio Rossi
di GEO NOCCHETTI
Non siamo qui per lodare la dottoressa Antonietta Troncone, tantomeno per mettere in discussione la sua professionalità. Siamo qui per raccontare una parte importante della carriera di un magistrato che ha lasciato il segno in entrambi i territori in cui ha svolto l’incarico di procuratore della Repubblica: Santa Maria Capua Vetere e Napoli Nord.
Nel lontano 2015, la dottoressa Maria Antonietta Troncone viene nominata, a sorpresa, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Una nomina discussa, accompagnata da polemiche e ricorsi, dei quali il periodico Lettera 43, in un articolo firmato da Gianluigi da Rold, dà notizia nell’ottobre 2015. Tra i ricorsi, accolto dal tribunale, figura quello proposto dall’allora capo della procura di Isernia, Paolo Albano, per dieci anni procuratore aggiunto proprio a Santa Maria Capua Vetere.
La sentenza del tribunale amministrativo, se non è un vero e proprio atto d’accusa, rappresenta comunque una dura reprimenda nei confronti del Consiglio Superiore della Magistratura, al quale il TAR Lazio contesta “l’eccessiva enfatizzazione” dei titoli presentati dalla candidata Troncone. In effetti, come vedremo, il gioco delle correnti avrebbe avuto spesso il sopravvento sul merito effettivo dei candidati. Il favorito a ricoprire l’incarico di vertice alla Procura sammaritana era indicato dalla stessa commissione nella persona del procuratore aggiunto di Napoli, Antonio D’Avino, il cui curriculum risultava ritenuto superiore a quello degli altri candidati, tra cui il procuratore di Gela e la stessa Troncone.
Nel ricorso di Paolo Albano e nella censura del TAR Lazio al CSM si sottolinea come l’enfatizzazione dei titoli si manifesti attraverso espressioni come “ha collaborato con le procure distrettuali di Nola e altre d’Italia” – laddove Nola non ha mai avuto una procura distrettuale antimafia – oppure “ha intrattenuto rapporti giudiziari internazionali importanti”, quando, secondo la sentenza di primo grado, quei rapporti altro non erano che rogatorie internazionali, prerogativa di qualunque pubblico ministero italiano.
Dieci mesi dopo la sentenza del TAR Lazio, il Consiglio di Stato darà ragione alla dottoressa Troncone, che continuerà a ricoprire il ruolo di procuratore della Repubblica anche durante la sospensione decretata dal tribunale amministrativo. Ribadiamo: non siamo qui per lodare Maria Antonietta Troncone né per contestarla. Siamo qui per raccontare.
Accade dunque che, nonostante D’Avino sia il più votato in commissione, per un accordo tra correnti venga abbandonato dal suo stesso relatore, il quale, convinto da una “ipotetica via consiliare magistrale di Damasco”, ritiene che la meno titolata Troncone sia la più idonea a ricoprire la carica di responsabile della Procura di Santa Maria Capua Vetere. Ci inchiniamo naturalmente alla sentenza del Consiglio di Stato, che non entra nel merito della controversia e non valuta l’enfasi dei titoli. Il supremo organo della giustizia amministrativa si limita a osservare che quel tipo di nomine è frutto di valutazioni insindacabili, nell’ambito dei cosiddetti interna corporis. Chi siamo noi per mettere in dubbio la sapienza e l’indiscutibile autorità di una sentenza del Consiglio di Stato?
Chi siamo noi per sospettare che quell’incarico possa essere stato il frutto di uno degli accordi denunciati dal presidente dell’ANM Luca Palamara, poi destituito non solo da quella carica ma dalla stessa magistratura? Chi siamo noi per pensare che lo stesso metodo sia stato applicato anche alla nomina della dottoressa Maria Antonietta Troncone?
A nulla valgono i dubbi sollevati in un articolo su Repubblica del 27 settembre 2015, nel quale si legge testualmente: “Singolare gara per la Procura di Santa Maria Capua Vetere. Il 2 luglio vince Maria Antonietta Troncone, proposta da Unicost; sconfitto Fausto Zuccarelli di Magistratura Indipendente, prima appoggiato, poi abbandonato; e soprattutto perde Lucia Lotti di Magistratura Democratica, che bene ha fatto alla Procura di Gela”. E a nulla valgono le osservazioni di Luca Palamara a pagina 152 del libro scritto a quattro mani con il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, dove elogia le capacità professionali di Fulvio Troncone, fratello di Maria Antonietta, rivendicandone la nomina presso la Cassazione e poi come assistente di studio della Presidente della Corte Costituzionale. I meriti dei fratelli non possono ricadere sui meriti delle sorelle.
Perplessità sulla conduzione e sui risultati delle procure rette dalla dottoressa Troncone possono nascere, se si guardano i dati del 2021 per Santa Maria Capua Vetere e del 2022 per Napoli Nord. Le cosiddette inchieste da Codice Rosso riportano un tasso di archiviazione del 70% per la Procura sammaritana, guidata dall’ex aggiunto Alessandro Milita, e del 75% per Napoli Nord, tasso leggermente superiore rispetto alle archiviazioni complessive delle richieste avanzate dalla stessa Procura, come dichiarato dall’allora presidente del Tribunale di Napoli Nord, Pierluigi Picardi.
Ci limitiamo, per ora, alle inchieste da Codice Rosso, data l’ipertrofia dell’azione giudiziaria e giornalistica in un contesto di inaugurazioni di panchine rosse, stanze di ascolto e centri di permanenza, tutti finanziati con fondi pubblici. Non è chiaro se tra questi contributi siano inclusi anche quelli relativi al 70% dei casi archiviati, così come le parcelle agli avvocati d’ufficio, concesse per legge a qualunque donna indipendentemente dal reddito, a differenza di quanto previsto per imputati e vittime di reati ordinari.
Un cenno va alla maxi-inchiesta coordinata dalla dottoressa Troncone sul Pinetagrande Hospital di Castel Volturno, il terzo miglior ospedale italiano. Nei confronti del titolare Vincenzo Schiavone fu ipotizzato un vasto sistema corruttivo, ipotesi poi smentita dal Tribunale del Riesame, dalla Cassazione e infine dal giudice per l’udienza preliminare Orazio Rossi. Tra i principali accusatori vi era Giovanni Zannini, presente al conferimento della cittadinanza onoraria a Mondragone, evento a cui la dottoressa Troncone, secondo l’articolo, non era a conoscenza.
Infine, va ricordata l’ammirevole coerenza della dottoressa Troncone, che, pur in pensione, continua a sostenere attivamente il “No”, affinché tutto resti com’era quando lei era in servizio, dentro e fuori la magistratura.
