REGIONE, LE VIE DELLA CORRUZIONE. Nella vicenda di Zannini, Bonavitacola si comporta in maniera inaccettabile. Ecco come il Riesame ha inchiodato il mondragonese che non trovava requie sul caseificio dei Griffo
7 Maggio 2026 - 19:45
Stiamo veramente vivisezionando l’ordinanza del Tribunale del Riesame e il suo ineccepibile processo logico che ha portato non solo alla conferma del divieto di dimora, ma anche ad una valutazione molto severa nei confronti del politico e del suo modo di agire. La doccia fredda sotto al solleone. L’integerrima dirigente Brancaccio non trema il 27 luglio nemmeno al cospetto del vice di De Luca
CANCELLO E ARNONE (G.G.) – 12 giugno 2023: Giovanni Zannini esce furioso e letteralmente spiritato dall’ufficio di Simona Brancaccio, dirigente della Regione Campania per le valutazioni ambientali legate a opere pubbliche e private di significativa entità.
Il 12 giugno 2023 Zannini non si trattiene ed emotivamente telefona al sindaco di Castello del Matese, Antonio Montone. Il consigliere regionale già conosce la procedura di secondo livello finalizzata al superamento del problema della valutazione d’incidenza ambientale che, secondo la Brancaccio, rappresenta una condizione insuperabile nell’ambito della procedura che ha portato alla costruzione del nuovo caseificio della Spinosa Spa di Luigi Griffo e di suo figlio Paolo.
Zannini dimostra, in quella telefonata, di conoscere a menadito la procedura che consente a un Comune in cui opera una commissione ambientale di rilasciare una Vinca oppure di pronunciarsi per la non assoggettabilità del progetto a questa valutazione.
E indovinate perché la conosce a menadito? Perché si era già servito del Comune di Castello del Matese per questioni Vinca riguardanti il Comune di Mondragone e quello confinante di Falciano del Massico, anch’esso sotto il suo stretto controllo politico.
Montone gli dice che Castello del Matese svolge questa sua funzione per gli altri comuni della Comunità montana del Matese, solo eccezionalmente per enti esterni a quel perimetro. Manco a dirlo, gli enti extra, fino ad allora, erano stati solo Mondragone e Falciano.
Da qui alla disponibilità di stare sul pezzo per risolvere il problema a Zannini, qualora questi lo chiedesse, il passo è brevissimo. Ma Zannini tiene il piano B in stand-by fino al 27 luglio.
Qui, ci dispiace dirlo, dobbiamo gonfiare di nuovo il petto, ribadendo che i contenuti dell’ordinanza del Tribunale del Riesame, che ha confermato la misura del divieto di dimora a carico di Zannini, ci danno piena soddisfazione e ragione sull’atteggiamento del signor Fulvio Bonavitacola, all’epoca vicepresidente della Regione, assessore all’Ambiente ma, soprattutto, braccio destro, sinistro e arti inferiori del governatore Vincenzo De Luca.
Parlare, al riguardo, di relativismo etico è persino riduttivo. Zannini concorda con Fulvio Bonavitacola la stesura di una relazione più o meno tecnica da consegnare alla dirigente Brancaccio affinché questa trovi al suo interno non la ragione giuridica che consenta ai Griffo di chiudere felicemente la procedura per intascare i 10 milioni di euro del finanziamento Invitalia, bensì l’appiglio, il cavillo, la sponda, qualcosa che possa ammorbidirla rispetto alla perentoria durezza di ciò che aveva detto in faccia a Zannini il 12 giugno.
Il consigliere regionale di Mondragone si reca a Palazzo Santa Lucia, a un passo dalla stanza del governatore e nelle aree di utilizzo del vicegovernatore, cioè Bonavitacola, ritenendo che quest’ultimo sia riuscito ad ammorbidire la Brancaccio. Una convinzione dimostrata nella telefonata che fa a Luigi Griffo, durante la quale parla di “documento condiviso”.
Condiviso una cippa, perché in quella stanza Zannini è costretto ad afflosciarsi ulteriormente sul comodo divano su cui è seduto quando la Brancaccio, arrivata insieme alla sua collega Nevia Carotenuto, ribadisce il concetto che poi non è altro che ciò che una persona onesta, un pubblico ufficiale della Regione e dello Stato, può dire: c’è una legge e noi la dobbiamo rispettare. Questo progetto dei Griffo è nato già morto perché privo dei necessari documenti relativi alle valutazioni ambientali. Della Vinca e anche della Via, perché se è vero, come Zannini dice e ribadisce, che il volume della produzione del caseificio è inferiore alle 100 tonnellate, è anche vero che questa circostanza non è stata messa nero su bianco nella fase preliminare, che costituiva condicio sine qua non affinché il Comune di Cancello e Arnone firmasse il permesso di costruire ed emettesse quel titolo che, a quel punto — secondo la Brancaccio e la legge — può essere revocato senza se e senza ma, in quanto mancante di elementi propedeutici.
Un discorso che ghiaccia, nonostante il solleone di luglio, Zannini, che da quel giorno non entra più nei radar di Simona Brancaccio.
Secondo punto: il consigliere regionale, nella sua memoria difensiva, sostiene di non aver avuto nulla a che fare con il cosiddetto “piano B”, cioè con la procedura del “braciolone” che, attraverso atti pubblici falsi, ha indotto la commissione di Castello del Matese a sancire la non assoggettabilità alla Vinca del progetto del caseificio.
Già la telefonata che fa a Montone il 12 giugno, da noi già citata, smentisce in maniera evidente questa posizione dell’indagato. Ma il Riesame nota un’altra cosa molto importante. Zannini dice apertamente a Bonavitacola, che sta lì ad avallare una procedura assolutamente irrituale e illegittima — perché quando mai si è visto, in uno Stato di diritto che funziona, che una relazione firmata da privati venga consegnata dalle mani di un consigliere regionale a pubblici funzionari grazie all’avallo e alla preparazione logistica, e oseremmo dire complice, dell’incontro del 27 luglio da parte di Bonavitacola? — che quella relazione è soprattutto opera della sua penna. In pratica l’ha scritta lui, non i Griffo né i loro tecnici, e i contenuti di quella relazione, nota il Riesame, ricalcano pressoché pedissequamente la relazione dei consulenti grazie alla quale la Commissione Ambiente del Comune di Castello del Matese emette la sua decisione.
Zannini, dunque, è grande protagonista di questa seconda fase, come lo è stato della prima, quando ha tentato invano di ammorbidire la Brancaccio. L’11 agosto il consigliere regionale di Mondragone si reca di persona a parlare con il sindaco Antonio Montone, e lui — così è scritto nell’ordinanza del Tribunale del Riesame — da quelle parti non si era visto mai, pur essendo Montone un sindaco appartenente alla sua scuderia politica.
È evidente che ci sia una connessione tra ciò che Zannini dice e chiede al primo cittadino di Castello del Matese nella telefonata del 12 giugno e quello che va a concordare l’11 agosto. Basta considerare il calendario dei successivi passaggi: il 31 agosto il Consiglio comunale di Cancello e Arnone approva la convenzione con quello di Castello del Matese, che a sua volta accoglie la stessa con un’altra delibera di Consiglio comunale nei giorni immediatamente successivi.
In mezzo c’è la gita dirottata in yacht a Capri, di cui torneremo a parlare nei prossimi giorni.
