Sanità al collasso. Ecco cosa accade all’ospedale di MARCIANISE: le segnalazioni
22 Marzo 2026 - 18:00
Attese infinite. Ore, a volte giorni. In alcuni casi, secondo quanto raccontano i familiari, anche settimane prima di riuscire a ottenere un ricovero o un trasferimento in reparto
MARCIANISE (Michela Salzillo) – Sanità al collasso. È questa l’immagine che emerge dalle denunce di alcuni pazienti che nelle ultime settimane si sono rivolti per cure d’emergenza al presidio ospedaliero Ospedale Anastasia Guerriero di Marcianise.
Attese infinite. Ore, a volte giorni. In alcuni casi, secondo quanto raccontano i familiari, anche settimane prima di riuscire a ottenere un ricovero o un trasferimento in reparto. L’attesa si consuma spesso nei corridoi. Se si è fortunati su una barella. Per altri l’unica soluzione resta una sedia a rotelle. Non c’è spazio, non ci sono posti letto e la permanenza nel Pronto Soccorso si trasforma in una lunga sospensione, una zona grigia in cui si resta ad aspettare che si liberi qualcosa, qualcuno.
I familiari dei pazienti restano fuori dalla struttura ospedaliera, nel tentativo di ottenere informazioni sui propri parenti. Non sempre è chiaro quando i medici siano disponibili a parlare con le famiglie e questo alimenta la sensazione di disorientamento e di abbandono. In alcuni casi viene segnalata anche una gestione incerta delle terapie che i pazienti assumono abitualmente fuori dall’ospedale e che, anche in una situazione di emergenza, dovrebbero continuare a ricevere.
Nel frattempo il personale sanitario prova a reggere l’urto. Medici e infermieri fanno quello che possono nelle condizioni in cui si trovano a lavorare.
Secondo chi denuncia questi episodi, il disservizio principale riguarda soprattutto la carenza di spazi, di posti letto e di personale, a prescindere dalla competenza sanitaria.
Elementi che finiscono per rallentare l’intero percorso di assistenza che, a sua volta, incide sui pazienti.
È una situazione, questa, che non riguarda solo Marcianise. Le difficoltà dei pronto soccorso sono ormai un tema nazionale e forse non fanno neppure più notizia.
Secondo un’analisi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore attraverso il centro di ricerca Altems, basata sui dati del Servizio sanitario nazionale, in Italia i pronto soccorso sono passati da 808 nel 2011 a 693 nel 2023. In poco più di un decennio sono quindi scomparse 115 strutture di emergenza. Meno presidi significa inevitabilmente maggiore pressione su quelli rimasti.
Anche la tipologia degli accessi contribuisce a congestionare il sistema. Il Ministero della Salute ha evidenziato che oltre il 40 % degli accessi ai pronto soccorso italiani riguarda codici bianchi o verdi, quindi situazioni non urgenti che in teoria potrebbero essere gestite dalla medicina territoriale. Questo squilibrio finisce per rallentare la presa in carico dei casi più complessi e allunga inevitabilmente i tempi di attesa.
Un’indagine della Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenza, inoltre, ha stimato che nel 2026 circa un pronto soccorso su quattro rischia di lavorare con meno della metà dei medici previsti in organico. Un dato che aiuta a comprendere perché in molte strutture l’emergenza sia diventata la normalità.
Nel casertano la pressione sulle strutture sanitarie è significativa non meno che altrove.
All’Azienda Ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, uno dei principali punti di riferimento della provincia, si registrano oltre 67 mila accessi al pronto soccorso all’anno secondo documenti amministrativi dell’azienda ospedaliera relativi agli ultimi anni. Numeri che rendono evidente quanto il sistema dell’emergenza sia sottoposto a un carico continuo.
Il quadro che emerge dalle testimonianze raccolte a Marcianise si inserisce quindi in una crisi più ampia. Ma il fatto che il problema sia diffuso non significa che debba essere accettato come inevitabile.
Il diritto alla cura dovrebbe restare un diritto inviolabile e non trasformarsi in una corsa a soluzioni alternative, magari private, per chi può permettersele.
Nel 2026 segnalazioni di questo tipo mostrano il rischio più tenuto. Quello di abituarsi a queste condizioni e di considerarle normali solo perché si ripetono ovunque. Ma la normalizzazione del disservizio non può diventare la risposta. Perché se la sanità pubblica è in difficoltà in molti territori, il punto resta sempre lo stesso. Non dovrebbe essere così da nessuna parte.

