SORELLE D’ITALIA, anatomia di una disfatta. Cirielli era il peggior candidato possibile. Meloni, errore catastrofico oppure…😎😎😎

14 Dicembre 2025 - 20:31

C’erano due strade, come abbiamo invano scritto dal gennaio scorso in poi, per giocarsi realmente le elezioni regionali. Né per la prima, né per la seconda l’ex carabiniere di Cava dei Tirreni era minimamente adatto. Freddo, (in)comunjcativo fisiognomica poco rassicurante, carisma di una sogliola da abissi marini , incapace di parlare alle aree del centro, decisive nella larga vittoria di Roberto Fico e, soprattutto, desideroso solo di garantirsi il suo futuro, rimanendo l’unico capo di Fdi in Campania, impedendo così al suo partito di crescere in qualità

CASERTA (Gianluigi Guarino) – Sapete perché abbiamo impiegato tutto questo tempo per commentare l’esito, totalmente infausto per il centrodestra, il delle elezioni regionali? Perché ci eravamo portati il lavoro avanti, perché più volte avevamo scritto e ribadito, nel corso dell’intero 2025, che la coalizione guidata a Roma da Giorgia Meloni avrebbe rimediato non una sconfitta, ma un’autentica batosta in Campania.

E allora, avendo già scritto tutto prima, ce la siamo presa comoda per la scrittura del dopo. Noi di Casertace e pochissimi altri possiamo dunque affermare che quella di cui ci occuperemo oggi dev’essere definita, senza mezze misure, una “disfatta annunciata”. Trovare per credere. Scrivete Cirielli Casertace nella ricerca Google e vi accorgerete che non ci stiamo certo sparando la posa

All’indomani dello scontato epilogo nella squadra della tristezza rituale, non si sa quanto realmente avvertita, Giorgia Meloni, Arianna Meloni ed Edmondo Cirielli. Nella squadra dei soddisfatti per conferma e consolidamento dell’autostima, noi di Casertace.

Al netto dell’ampia possibilità di attingere alla prova di Google, quante volte i lettori più attenti e fedeli ( per fortuna tantissimi) hanno letto, con ampia profusione di argomentazioni, sin dal fiorire di quest’anno, sin dal gennaio scorso, che avrebbe costituito un grave errore per il centrodestra candidare Edmondo Cirielli? Un errore che, almeno in apparenza, si configura nel manuale di quelli tipici compiuti dal Palazzo romano, autoreferenziale e quindi, il più delle volte, miope rispetto alle dinamiche territoriali, che andavano focalizzate con maggiore attenzione, soprattutto in Campania e che, al contrario, per quel che concerne Fratelli d’Italia, sono state consegnate passivamente a un viceré assolutamente non attrezzato e inadeguato, che ha sfruttato questa delega in bianco per piegare ai suoi interessi personali ogni lettura dello stato di fatto, rovesciando la realtà che lo rendeva manifestamente, inadatto, inapplicabile alla candidatura a governatore per due ordini di motivi.

Prima di tutto perché Cirielli non è mai stato un fighter, un combattente, un un lottatore, un vero animale da campagna elettorale. Solo un abbaglio che ha accecato per qualche mese le sorelle Meloni gli ha eventualmente consentito di godere di questa reputazione tale in funzione della fuorviante vendemmia realizzata con Alberico Gambino alle elezioni europee e frutto esclusivamente dell’antico radicamento clientelare di quest’ultimo: uno che resta un vecchio arnese di una politica trasformistica, che crea consenso intorno a un uomo e solo incidentalmente, e in misura complementare, intorno a un simbolo di partito, con sistemi tanto datati quanto discutibili, in un contesto territoriale per giunta connotato, nel maggio del 2024, da una concorrenza elettorale pressoché inesistente e dal sostanziale disinteresse per quella competizione dell’allora governatore Vincenzo De Luca.

È vero che Cirielli vanta un’affermazione importante nel suo palmarès, ma questa è avvenuta solo grazie ad alcune contingenze favorevoli. Cirielli è diventato infatti presidente della Provincia di Salerno in piena onda berlusconiana, quando il centrodestra in Campania ha raggiunto il suo massimo storico, varcando in molti luoghi della Regione il 60% e anche il 70% in occasione delle elezioni politiche del 2008, cui seguirono quelle provinciali di Salerno e Napoli, dove vinse Gigino ’a Purpetta, al secolo Luigi Cesaro, che inserì nella sua giunta Francesca Pascale, che di lì a poco sarebbe diventata la fidanzata – e tante altre cose – di Silvio Berlusconi.

In secondo luogo perché si sapeva benissimo, o meglio, a noi appariva palmare, che Cirielli, uomo inespressivo, poco carismatico, fisiognomicamente poco rassicurante, dotato di un’oratoria banalmente ordinaria, grigia, monocorde, senza impeti e mai sorprendente, non avrebbe mai potuto diventare un catalizzatore di interesse, di curiosità; uno di cui si parla al supermercato o al bar il giorno dopo un suo intervento televisivo o veicolato attraverso i canali social; uno in grado di trascinare le folle alla stessa stregua di ciò che può fare, al riguardo, una sogliola o lo scoiattolo sbadigliatore prima di andare in letargo.

Quante volte avete letto da questo giornale che Edmondo Cirielli sarebbe stata l’opzione peggiore, tra tutte quelle ipotizzate, per sfidare le derivate deluchiane rimaste, al netto dei casertani Zannini e Santangelo, tutti dalla parte di Conte e della Schlein, non certo per attitudine o simpatia nei loro confronti, ma perché, da formidabili rabdomanti del voto organizzato quali sono persone come Mario Casillo, Mocerino, Clemente Mastella, eccetera, avevano già dato per spaccato il centrodestra sin dalla primavera scorsa, quando già vedevano questo Cirielli dettare, grazie al mandato pieno e scriteriato delle Meloni sisters, ritmi, cadenze e definizioni tra un veto e l’altro, tra un “vorrei ma non posso”, un “posso ma non so se voglio” o un “vorrei, non vorrei”, che finanche il filosofo-paroliere Giulio Rapetti, in arte Mogol – quello dello scoglio che non può arginare il mare – non ci avrebbe capito una mazza.

Cirielli, dai primi mesi del 2025 in poi, non ha mai riempito la scena, ma l’ha semplicemente disturbata.

Ha rappresentato un marchiano errore dei vertici romani di Fratelli d’Italia la maturazione apparente della convinzione, totalmente sbagliata, che la complessità della politica campana potesse essere raccontata, a via della Scrofa e a Palazzo Chigi, solo e solamente da Cirielli, con la conseguenza che le due Meloni sono rimaste anni luce lontane, avulse da una realtà da affrontare applicando una logica tutto sommato elementare, grazie alla quale le sorelle d’Italia avrebbero realizzato che la sfida elettorale, per come era conformata in partenza, necessitava o di un trascinatore – che evidentemente non c’era – capace di attirare al voto i tantissimi poi astenuti perché indifferenti e non iscritti a una delle schiaccianti truppe cammellate dei signori delle preferenze di provenienza deluchiana, oppure di un paziente e operoso “pappice” in grado di bucare, con pazienza operosa, la corazza della noce che custodiva le cosiddette liste centriste, facendo vacillare la percezione dei loro promotori di una vittoria certa del duo Conte–Schlein, che al tempo non aveva ancora ufficializzato il nome di Roberto Fico.

Cirielli non rientrava, lapalissianamente ai nostri occhi, né nella prima né nella seconda opzione.

Chi respira l’aria, spesso inquinata e ammorbante, della politica campana sapeva bene, sin da dodici mesi fa, che Cirielli non sarebbe stato solo un perdente, ma avrebbe trascinato alla disfatta l’intero centrodestra. Noi lo sapevamo e lo abbiamo scritto in decine di occasioni.

In questo anno non abbiamo mai sentito dire a Cirielli qualcosa di interessante, di potenzialmente persuasivo. Solo tattica e tatticismi hanno promanato dal suo agire. Un rovello di dichiarazioni e non dichiarazioni, esposte con presunzione da uno che, a un certo punto, si è creduto un Richelieu.

Fa specie, al riguardo, che una come Giorgia Meloni, la quale per vissuto politico ha la necessità di farsi ascoltare, di raggiungere e attivare la pancia del popolo, non abbia capito per tempo tutto questo, non abbia compreso che il suo partito e il centrodestra campani sarebbero morti di tattica e dei tatticismi ad essa allegati, una qualità che la Meloni ha sempre considerato marginale rispetto alla necessità di saper parlare alla gente in maniera diretta e di risultare credibile, lei e il suo messaggio, nei confronti dei cittadini.

A meno che Cirielli, al cospetto di lei e di sua sorella, non si trasformasse, alla maniera di Hulk, nel Juan Perón che soprattutto negli anni giovanili parlava e incendiava la folla dei descamisados ammassata nella Plaza de Mayo, è chiaro che non fosse adatto a tentare l’impresa di scardinare le cittadelle campane dei cortigiani di De Luca.

Se la leader di FdI e del centrodestra avesse applicato per un attimo seriamente la testa alla questione Campania, avrebbe capito che la stronzata da non fare assolutamente sarebbe stata quella di candidare Edmondo Cirielli e, ancor di più, di consentirgli di lavorare solo per se stesso in tutta la fase preelettorale allo scopo di fare della sconfitta uno strumento per continuare comunque a dominare il partito in Campania.

Cirielli è stato un pessimo candidato, ma un formidabile distruttore, un preciso cecchino di fuoco amico. L’ex carabiniere ha dimostrato di tenere molto di più alla personale rendita di posizione che agli interessi e alla causa del partito e della coalizione cui appartiene e che ne ha fatto un potente, gratificandolo di un seggio dopo l’altro in Parlamento, della carica di viceministro degli Esteri e addirittura di quella di sottosegretario di Stato per Antonio Iannone, che – con rispetto parlando – possiede capacità politiche che gli consentirebbero al massimo di ricoprire la carica di consigliere comunale nella natia Torre del Greco.

Cirielli il distruttore ha fatto fuori, ha bruciato tutte quelle candidature possibili che, lanciate magari già a maggio o a giugno, avrebbero potuto operare soprattutto nella destrutturazione di quel corpaccione centrista risultato determinante per la larghissima vittoria di Fico. Lo ha fatto perché, se uno come Giosy Romano fosse riuscito a sovvertire il pronostico o quantomeno a perdere, a differenza di quanto accaduto a Cirielli, in maniera decente e onorevole, sarebbe diventato naturalmente un punto di riferimento di Fratelli d’Italia in Campania per tutti quelli che non si riconoscono nella faccia perennemente torva di Cirielli e in quelle gaie e irricettive dei vari Gimmi Cangiano, Cerreto, Luigi Roma, e che non sono andati neppure a votare proprio per questo motivo. E vi garantiamo che sono stati davvero tanti, pronti invece a tornare alle urne quando ci sarà da sostenere la conferma di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

In conclusione, i Palazzi romani, dove oggi signoreggiano le sorelle Meloni, hanno concesso a Cirielli tutto, ma proprio tutto, consentendogli di determinare la disfatta elettorale e di fare volontariamente terra bruciata, allontanando ogni possibile competitor interno che avrebbe potuto rafforzare il partito, attivando per la prima volta in Campania una dialettica del fare, un’elaborazione costruttiva e percepita dagli elettori, soprattutto da quelli che avevano deciso di non recarsi alle urne.

Distrazione o costrizione? Le Meloni non hanno capito nulla o avevano capito e non hanno potuto impedire che la disfatta si verificasse? La carta bianca garantita a Cirielli legittima questo interrogativo. Riconoscenza per il passato, per l’adesione subitanea a Fratelli d’Italia sin dalla fondazione, per il peso nei cosiddetti poteri forti esercitato per anni attraverso il fratello, parimenti carabiniere, inserito per decenni nel cuore dei servizi segreti italiani?

Qualcosa c’è stato per forza, altrimenti ha poco senso tutto quello che è successo e che abbiamo narrato per tutto il 2025. La nostra è stata la cronaca di una disfatta annunciata. Ma qualcosa ci sfugge. Troppo intelligente, infatti, Giorgia Meloni per non capire che, con il Cirielli distruttore, le prospettive elettorali in Campania procedevano lungo un piano inclinato verso il precipizio della disfatta.