La Porsche Cayenne che ha ucciso il maresciallo e segnato una famiglia. Non vogliamo creare mostri, ma ad uno così va impedito di distruggere il principio di libertà

13 Dicembre 2025 - 19:30

L’EDITORIALE. Siamo pienamente a disposizione dell’imprenditore Domenico Natale qualora volesse esprimere un suo punto di vista direttamente o attraverso un legale. Detto ciò ci sono delle situazioni obiettive ed oggettive che rendono necessario un intervento deciso e determinante delle autorità di polizia e dell’autorità giudiziaria. E vi spieghiamo il perché

CASERTA (Gianluigi Guarino) – Lungi da noi l’idea, anche solo remota, di creare mostri. Anche quando le evidenze appaiono palmari, è sempre bene ascoltare chi è stato oggetto di un articolo apparso severo. Questo soprattutto perché nessuno che non svolga quella professione per studi e concorso può ergersi a giudice. È una storia che dura da millenni: il peccato, l’auto-esenzione dallo stesso, la prima pietra, la seconda pietra da scagliare, e così via.

Per questo ci siamo posti il problema, ieri pomeriggio, di come sarebbe uscito da quell’articolo il signor Domenico Natale di Casagiove, imprenditore molto noto a Caserta, anche perché coinvolto in vicende giudiziarie di cui abbiamo trattato a lungo.

Abbiamo quindi controllato e ricontrollato gli elementi raccolti. Abbiamo riportato, utilizzando il modo indicativo della certezza, quelli di cui eravamo assolutamente certi, proprio perché verificati più volte. Al contrario, abbiamo utilizzato il modo condizionale dell’incertezza per gli elementi – o meglio per l’elemento – relativo al presunto contatto tra la Porsche Cayenne di Natale e un furgone, prima della cosiddetta “galleria della morte”. Pur essendo sufficientemente convinti che tale contatto ci sia stato, ci è parso giusto applicare il beneficio del dubbio, formulando contestualmente un appello a un conducente di un furgone che, comunque, si è fatto vivo, spendendo più di una parola davanti a testimoni oculari, in quella galleria, subito dopo il tragico impatto che ha ucciso sul colpo il sottufficiale dell’Aeronautica in pensione Francesco Russo.

Dunque, se Domenico Natale vorrà esprimere il suo punto di vista sui fatti così come noi li abbiamo narrati, e se vorrà farlo attraverso un legale, siamo a completa disposizione.

Detto ciò, tornando alla questione del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, va anche detto che c’è peccato e peccato. Lo ha codificato anche la dottrina della Chiesa, distinguendo i peccati veniali da quelli mortali. E allora sia detto con chiarezza, franchezza e senza volontà censoria: il sottoscritto, anche se avesse avuto a disposizione, sotto il proprio sedere, una Ferrari V12, non avrebbe mai – e dico mai – tentato quel sorpasso folle che Domenico Natale ha tentato con la sua Porsche Cayenne nell’ultima parte del tunnel in direzione Santa Maria Capua Vetere.

Mai. Una mente razionale non può ritenere che quello non sia un tentativo di suicidio o di omicidio. Non può pensare diversamente. Poi bisogna capire se questo pensiero fosse accompagnato dalla consapevolezza di avere tra le mani un “bestione” che, tutto sommato, ti tutela – o comunque ti tutela più di quanto non faccia – chi conduce, come nel caso del maresciallo Russo, una 500L o una Dacia, come quella della famiglia scampata, ma che oggi ha una figlia piccola ricoverata al Santobono.

Questo si può discutere, in quanto rappresenterebbe una consapevolezza in grado di costituire di per sé un’aggravante e, purtroppo, di suscitare nella nostra testa – a volte non lucidissima, a volte incline al peccato della generalizzazione – un cliché comportamentale “casalese”, allargatosi a macchia d’olio in tutta la provincia di Caserta, che associa determinati comportamenti a uno status di ricchezza non precisamente frutto di lacrime e sangue: una ricchezza da non tutelare con la dignità dei comportamenti, ma da ostentare, da esibire come elemento ignorantissimo e analfabetissimo della propria affermazione sociale.

C’è poco da dire: al di là del tasso alcolemico di 120 mg/dl, quel sorpasso merita un ritiro della patente immediato e lungo, molto lungo. Una eventuale restituzione del titolo di guida potrà avvenire solo dopo anni, e solo quando un pool di psichiatri, psicologi e componenti delle forze di polizia, dopo aver seguito il soggetto in un cammino di autentica resipiscenza morale, possa certificare per iscritto che si tratta di un uomo cambiato, responsabile, su cui pesa il delitto che ha compiuto.

Nei prossimi giorni studieremo, come sempre fa questo giornale, la normativa e la giurisprudenza in materia di omicidio stradale e solo allora ci pronunceremo nel merito. Solo allora diremo la nostra.

Un’ultima considerazione: sapete perché quel sorpasso è già, sul piano morale, una condanna definitiva per Natale? Per un fatto quasi ontologico, che appartiene alla considerazione di uno stato d’animo, di un modo d’essere, di una dimensione su cui l’uomo discute da millenni: che cos’è la libertà?

Noi ci accontentiamo dei minimi sistemi e ci rifacciamo alla Costituzione italiana, che in molte sue parti è scritta molto bene: la libertà è sacra, sia per religione – per la nostra religione, così come maturata nell’evoluzione della dottrina della Chiesa di Roma – sia per spirito laico. Ma la libertà non è l’espressione assoluta del proprio essere.

Nel momento in cui il signor Natale, a una velocità notevole già all’ingresso della galleria, ha tentato il sorpasso a doppia striscia continua ai danni di quella Dacia, preparando il destino fatale di Francesco Russo, ha oltrepassato il confine della propria libertà. Perché il limite della libertà è costituito dalla libertà degli altri, dalla tutela della libertà collettiva regolata dalla convivenza civile e dunque dalle leggi.

Domenico Natale, infrangendo la legge, ha tolto anche alla propria libertà il diritto di dirsi tale; infliggendo quella sorte a Francesco Russo e alla famiglia della Dacia ha rapito, rubato, compromesso e azzerato il diritto alla libertà di ogni singola persona che ha subito da lui quell’atto di violenza.