VERGOGNA ASL e anche un po’ Prefettura. 50 dipendenti della Rsa di Caserta da tre anni senza lavoro. Blasotti, Limone&Co. tradiscono l’impegno e affidano servizi a coop.private

10 Gennaio 2026 - 04:30

Non si parla assolutamente di clausola sociale e passaggio di cantiere. Una situazione iniqua, un manifesto di ingiustizia con pochi precedenti. Una dipendente disoccupata riesce a riprendersi il posto con un giochino di prestigio

CASERTA (G.G.) – Un’ingiustizia. Secondo noi è tale quella che stanno subendo da oltre tre anni i circa 50 lavoratori della Rsa che eroga servizi a disabili e che si trova alle spalle dell’ospedale civile di Caserta. La vicenda è nota ai nostri lettori più attenti. Affonda le sue radici nelle vicende giudiziarie che hanno poi portato all’emissione di un provvedimento di interdittiva antimafia a carico di Koinè, una delle cooperative controllate dal noto imprenditore di Carinola, trapiantato nella vicina Falciano del Massico, Pasquale Capriglione, indagato per le sue presunte interessenze con il clan dei Casalesi attraverso la relazione professionale con Luigi Lagravanese, che Nicola Schiavone junior, figlio di Sandokan, ha indicato come l’unico vero fiduciario del clan per quanto riguarda il sistema degli appalti dei Comuni e degli ambiti intercomunali della provincia di Caserta e di parte di quella di Napoli.

Con la defenestrazione di Koinè, il servizio di assistenza infermieristica, OSS e ausiliaria per quanto concerne le pulizie e la preparazione dei pasti fu affidato alla cooperativa arrivata seconda nella gara bandita dall’Asl, vale a dire la Filipendo di Gennaro Bortone di San Cipriano, trapiantato a Lusciano.

Ma anche la Filipendo, a stretto giro di tempo rispetto all’assunzione dell’attività all’interno della Rsa casertana, fu colpita a sua volta da un’interdittiva. D’altronde, anche noi di Casertace, anzi solo noi di Casertace, spulciando riga per riga le informative della Squadra Mobile della Questura, avevamo già assunto prima la piena consapevolezza che la Filipendo costituisse un sottoprodotto di Koinè, almeno per quanto riguardava la gara in questione.

A quel punto l’Asl, invece di scalare ulteriormente la graduatoria affidando il servizio alla nota e piuttosto antica cooperativa di Santa Maria Capua Vetere, Icaro, riferibile all’imprenditore Gabriele Capitelli, si fermò. Ciò avvenne in quanto la Prefettura di Caserta pretese che, essendo a suo avviso quella gara totalmente falsata, risultasse opportuno che la gestione della struttura fosse totalmente internalizzata e dunque realizzata dal personale Asl.

Già il reclutamento delle persone destinate a raggiungere la Rsa ci convinse poco. Si trattava di gente che da anni svolgeva, in pratica, lavoro d’ufficio o di completamento soprattutto all’interno del Palazzo della Salute, sede del Distretto 12 di Caserta, oppure di precari che grazie a questa occasione ottennero un contratto a tempo determinato senza aver maturato un’adeguata esperienza.

Il sistema partì con circa 30 persone impiegate e i 50 operatori di Koinè e Filipendo rimasero desolatamente disoccupati. Organizzarono presìdi e manifestazioni, furono fatte loro mille promesse, furono come al solito presi in giro dai sindacati, a partire dall’ovvia incidenza del dominus della Cisl Nicola Cristiani, accompagnato dal sodale Giovanni Letizia, che da una parte rassicuravano i lavoratori disoccupati dicendo che avrebbero lottato per loro, dall’altra partecipavano attivamente all’operazione di riempimento degli spazi con personale dell’Asl scelto attorno a un tavolino al quale Cristiani e Letizia ovviamente erano seduti.

Da allora sono trascorsi quasi tre anni e nessuna delle promesse è stata mantenuta.

Qualcuno dei 50 è riuscito a trovare un’altra collocazione, ma la maggior parte è rimasta senza lavoro, creando una condizione difficile, precaria, di semi-povertà per ognuno di loro e per le famiglie che, in base a quel reddito, almeno in alcuni casi, si erano formate.

Insomma, un vero e proprio disastro. Illusi in tutte le maniere, anche attraverso corsi di formazione realizzati dalla Regione Campania, ai quali avrebbe dovuto seguire un inserimento, non si sa poi con quali modalità giuridiche, all’interno della pianta organica dell’Asl di Caserta.

Ma il vero schifo che ci ha indotti a definire tutta questa vicenda una mastodontica ingiustizia è successo ultimamente. Con buona pace del vincolo di internalizzazione, l’Asl di Caserta ha affidato a cooperative private alcuni servizi interni alla Rsa. Prima di tutto quello delle pulizie e quello della preparazione dei pasti in loco. E già qui bisognerebbe aprire un discorso che non attiene solo alla categoria un po’ materiale ma soprattutto spirituale dell’ingiustizia. Non c’è niente di ontologico, infatti, nella constatazione che nessuna persona impiegata ai tempi di Koinè e Filipendo nelle pulizie e nei pasti sia stata assorbita dalla cooperativa privata.

Ora, se è vero che la cosiddetta clausola sociale non è un dogma, cioè un obbligo assoluto e insostituibile, ma un fattore importante che deve però costituirsi come elemento di una relazione tra la tutela dei posti di lavoro e la libertà che ogni impresa ha di organizzare i propri meccanismi attraverso cui opera nell’erogazione del servizio richiesto, se è vero che l’articolo 41, comma 2, della Costituzione prevede la necessità di trovare un punto di equilibrio tra questi due diritti, è anche vero che nel caso specifico l’Asl non è assolutamente intervenuta come avrebbe avuto l’obbligo di fare per sovrintendere alla necessaria azione di verifica sulla praticabilità del cosiddetto passaggio di cantiere.

Una cosa è dire che la cooperativa privata di oggi non può magari assumere tutto il personale rimasto senza lavoro, altra cosa è non considerare, ignorare, che comunque la clausola sociale rappresenta un baluardo del nostro diritto del lavoro. Vergognoso, ripetiamo, che l’Asl non l’abbia fatto. Ancor più grave e incredibile è che la stessa Asl abbia esternalizzato, sempre con buona pace dell’impegno assunto a suo tempo con la Prefettura di Caserta sull’internalizzazione full di significativi servizi sanitari interni. Parliamo di quelli socio-sanitari che impiegavano diverse decine di lavoratori, da tre anni desolatamente senza impiego.

Nessuno, nemmeno uno, ha potuto usufruire del passaggio di cantiere. Questo non c’entra nulla con il principio costituzionale, assorbito dalla giurisprudenza, che prevede la necessità di coniugare il diritto dei lavoratori alla salvaguardia della propria occupazione e la libertà che non può costringere un’impresa a riprodurre pedissequamente la struttura occupazionale di chi l’ha preceduta.

Siamo di fronte a una vessazione gratuita, a uno dei casi più clamorosi di ingiustizia sociale e giuridica, perché ci rifiutiamo di credere che un giudice del lavoro possa considerare lecito ciò che l’Asl sta facendo.

Un esempio che parla da sé: una dipendente della Rsa di Caserta, tra quelle rimaste senza lavoro, si è mossa in maniera autonoma ed è riuscita a essere assunta, manco a dirlo, proprio dalla cooperativa che è entrata nella Rsa per erogare i servizi degli OSS. Quindi non grazie a un passaggio di cantiere. Insomma, una beffa nella beffa per tutti quelli che non hanno avuto la possibilità, la relazione, la maniglia, per uscire dalla porta ed entrare dalla finestra.

Continueremo sicuramente a seguire questa vertenza perché si tratta di vicende che rappresentano l’unica speranza che un minimo di equità attraversi l’erogazione del diritto e, più in generale, una corretta convivenza civile che sui principi di equità si fonda.