I NOMI. CORRUZIONE IN TRIBUNALE. L’avvocato imbattibile nelle cause per gli incidenti di auto: “Non perdo mai”. La “tariffa fissa” ai giudici per le sentenze
17 Febbraio 2026 - 11:02
SANTA MARIA CAPUA VETERE – L’indagine della procura sammaritana e del Nucleo di polizia economica finanzaria della Guardia di Finanza di Caserta, passata in parte, quella relativa ai giudici di pace accusati di corruzione, alla procura di Roma, competente sui magistrati casertani, ha lasciato un’immagine tutt’altro che positiva sul modus operandi che avvocati e giudici avevano rispetto alle cause di risarcimento danni per incidenti auto, molto spesso, a detto degli stessi legali coinvolti, pilotate in cambio di denaro.
Come raccontato anche nei giorni scorsi, la lista degli indagati è aperta dai tre magistrati onorari: Rodosindo Martone, Bruno Dursio e Maria Gaetana Fulgeri, tutti in servizio presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il gip della procura di Roma, foro competente per i magistrati sammaritani, ha disposto nei loro confronti la misura interdittiva della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio per la durata di un anno. Accanto a loro, la figura cardine del presunto sistema è l’avvocato Giuseppe Luongo, per il quale è stata ordinata la misura degli arresti domiciliari.
Completano il quadro altri legali come Michele Zagaria, Vincenzo Castaldo e Michele Chirico, per i quali è stato applicato il divieto temporaneo di esercitare la professione di avvocato per un anno. Vengono inoltre menzionati i medici Giuseppe D’Amico e Michele D’Amico, quest’ultimo professore universitario, ed Elvira Merola, moglie del giudice Martone, indagati ma senza alcun tipo di limitazione della libertà.
Le conversazioni captate tra l’avvocato Luongo e alcuni suoi interlocutori delineano un rapporto professionale ben diverso da quello che dovrebbe intercorrere tra un legale e un magistrato, fondato invece su uno scambio di denaro in cambio di sentenze favorevoli.
Nel corso di un dialogo con un collega, il legale ha raccontato di aver personalmente versato 2.500 euro al giudice di pace Dursio per ottenere una pronuncia positiva in una causa che lo vedeva direttamente coinvolto per un risarcimento danni.
L’esito del processo, alla fine, non fu un’accoglienza piena della domanda ma una dichiarazione di improponibilità, una formula che comunque lasciava aperta la possibilità di riproporre la causa in futuro. Nonostante il magistrato non avesse deciso nel merito, la somma versata non venne mai restituita, e l’avvocato ammise di non aver mai osato chiederla indietro per non compromettere un rapporto che riteneva prezioso in prospettiva.
Il racconto prosegue con un altro episodio risalente a qualche tempo prima, quando nel corso di una causa complessa che prevedeva consulenze tecniche d’ufficio, il legale aveva nuovamente consegnato del denaro al giudice per superare le difficoltà emerse in aula. Dopo un iniziale irrigidimento del magistrato, che aveva minacciato conseguenze per presunte dichiarazioni mendaci, la situazione si era sbloccata proprio grazie a quell’intervento economico, secondo il racconto di Luongo.
Alla fine il giudice risolse la pratica con una sentenza di improponibilità, spostando di fatto il processo davanti a un altro magistrato. Anche in quel caso, i soldi versati non furono mai più menzionati, e l’avvocato preferì lasciar perdere pur di mantenere un canale aperto.
Dalle conversazioni emergeva con chiarezza la natura consolidata del legame: l’avvocato confidava di non aver mai subìto un rigetto negli ultimi dieci anni, un dato statisticamente sorprendente che lasciava intendere quanto il sistema fosse ormai rodato. La svolta nelle indagini arrivava con un’altra intercettazione, nella quale il legale spiegava a un cliente il meccanismo corruttivo in tutti i suoi dettagli. Con alcuni giudici di pace, rivelava, esisteva un accordo preciso: in cambio di denaro, i magistrati si rendevano disponibili a decidere le cause di risarcimento danni in modo favorevole.
La tariffa era fissa, pari al venti per cento della somma liquidata in sentenza, con l’aggiunta di un extra di mille euro per i casi in cui l’importo riconosciuto fosse particolarmente elevato. Un sistema perfettamente oliato, che trasformava l’amministrazione della giustizia in un affare privato e faceva dei processi una merce di scambio.
