IL FOCUS. L’incendio di camorra del capannone divenuto proprietà della famiglia del commercialista condannato, Guido Sorvillo, riemerso dalle ceneri con un incarico forse prefettizio al Comune di Lusciano
3 Aprile 2026 - 13:31
La segnalazione di un nostro lettore di Sparanise sull’incerta regolarità rispetto alle norme di sicurezza, della super merceria di famiglia contigua agli uffici comunali, ci ha indotti stante il silenzio ingiustificabile del sindaco De Pasquale e l’inerzia nei controlli dell’ufficio tecnico, a riannodare i fili di una storia iniziata qualche decennio fa riguardante il capannone di Eco 2000 ugualmente dei Sorvillo da cui arrivano al negozio le forniture anche queste frutto di acquisto alle aste fallimentari
SPARANISE (g.g.) – Da una notizia medio piccola, può nascere una notizia o un approfondimento più grande. Qualche settimana fa, una segnalazione, giuntaci da un nostro lettore di Sparanise, ci ha indotti a chiedere al Comune si Sparanise se fossero stati mai effettuati dei controlli per accertare se l’esercizio commerciale oggetto della segnalazione del nostro lettore. Al momento quell’articolo non ha sortito alcun effetto, degli uffici del Comune caleno non ci è arrivata nessuna risposta. E questo non va bene perché il sindaco Fabrizio De Pasquale non han capito che noi di CasertaCe abbiamo la testa dura e più lui non risponde, più si defila su questo negozio e sulle ville abusive dei congiunti del boss Giuseppe Papa e noi più scriveremo e insisteremo fino a quando ci dovrà essere un’autorità, una istituzione che si ponga il problema di verificare se una o più leggi siano state o meno violate.
Rimanendo all’esercizio commerciale in questione, un’amministrazione comunale che si muove all’interno di uno stato di diritto non può sfuggire al suo dovere di dare pubblicamente la risposta alla seguente domanda: quel negozio è o in linea o non è in linea con le norme di sicurezza che garantiscono incolumità a chi ci lavora e ai clienti? Risposte che dopo la strage di Crans Montana sono diventate assolutamente ineludibili.
Quel negozio come già scritto in un precedente articolo CLICCA E LEGGI è gestito da familiari del ben noto commercialista sparanisano Guido Sorvillo, non più in servizio, sempre a quanto ci risulta, nella professione libera ma vivo e vegeto per quanto riguarda le nomine pubbliche di sottogoverno, come quella remunerata, ricevuta, non sappiamo se dal Comune di Lusciano o dalla Prefettura di Caserta (in questo caso non ci stupirebbe affatto per come funzionano le cose nella stanze di palazzo Acquaviva) di capo dei revisori dei conti del Comune alla porte di Aversa.
Si diceva all’inizio di questo articolo, da cosa nasce cosa: Guido Sorvillo in passato condannato per il reato di minacce e per questo in difficoltà nel rapporto con il suo ordine professionale è ancora ben presente nelle vicende del territorio caleno. Noi non vogliamo, almeno per quanto riguarda questo articolo, metterci qui a ragionare su ciò che in passato è emerso, seppur solo nella superficie di indagini della magistratura inquirente e degli organi di polizia. Ma quantomeno avendo capito bene come è costruito l’apparato di distribuzione di questo negozio che si trova in pratica all’interno dell’immobile che ospita il Comune, tanto che il sindaco De Pasquale ci parcheggia davanti, molto spesso, la sua Porsche Cayenne, ci siamo immediatamente incuriositi. Un tipico prurito da giornalisti alimentato anche da un ricordo vago relativo ad un capannone di quella zona che diversi anni fa fu incendiato con un attentato tipicamente camorristico. Certo, poteva trattarsi anche di un altro capannone. Dunque, come dovere o come dovrebbe essere dovere di un giornalista appena decente, ci siamo documentati e abbiamo realizzato che il nostro ricordo era assolutamente preciso: il capannone da cui il negozio dei Sorvillo si approvvigiona oggi è quello avvolto dal rogo di qualche decennio fa. Va da se che le vicende di questa struttura al centro di indagini relative a fatti di camorra diventino un nostro target giornalistico che rimette al centro del racconto il nome di una famiglia, quella dei Sorvillo, di cui da anni e anni non si parlava più. Confessiamo anche che dopo aver saputo della nomina di Guido Sorvillo al vertice dei revisori dei conti di Lusciano, lo stimolo ad occuparci di questa trama rimasta purtroppo insoluta e indefinita da un punto di vista giudiziario, chissà perché, è cresciuto ulteriormente. Proveremo a farlo alla nostra maniera con un focus suddiviso in due puntate. Questa è la prima.
IL ROGO DI CAMORRA
La storia parte da un incendio che coinvolse alcuni capannoni, in gran parte di proprietà della ILPA, una società fallita. Queste strutture industriali vennero date in gestione a Domenico Sorvillo, figlio del già citato Guido Sorvillo. Da questo cambio di controllo proprietario e gestionale dei capannoni ha inizio tutta la vicenda.
All’epoca, correva l’anno 2006, uscirono articoli di stampa nei quali si parlava di una probabilissima origine dolosa, poi confermata dalle indagini, di matrice camorristico-estorsiva. Gli inquirenti, coordinati dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, ascoltarono, tra gli altri, anche Guido Sorvillo. Fu il pm Silvio Marco Guarriello, oggi Procuratore della Repubblica Aggiunto a Foggia, a occuparsi del caso insieme alla Polizia di Stato della Questura di Caserta.
Sorvillo dichiarò che alcuni mesi prima sarebbe stato minacciato da un uomo di circa 40 anni. Quel capannone si trovava, e si trova ancora oggi, con il nome di Eco 2000, nel comune di Calvi Risorta.
IL PORTO D’ARMI DI SORVILLO ANCHE PER UN FUCILE A POMPA
In quel periodo si registrò un passaggio piuttosto nebuloso: il commercialista Guido Sorvillo dichiarò, nel momento in cui presentò la documentazione alla Questura per ottenere il porto d’armi – che gli avrebbe consentito anche di detenere finanche un fucile a pompa – che il capannone di Eco 2000 apparteneva alle sue proprietà personali o comunque era riconducibile a una società da lui controllata.
Di fronte a tale dichiarazione, la polizia di Stato di Caserta, all’epoca era guidata dal questore Papa, volle approfondire la situazione. Gli accertamenti portarono alla revoca in autotutela del porto d’armi, poiché Sorvillo non era, contrariamente a quanto dichiarato, proprietario della società del capannone, né possedeva i requisiti per detenere un’arma, essendo gravato da precedenti penali.
Nel frattempo, le indagini della Procura della Repubblica e della Polizia di Stato sull’incendio doloso del capannone proseguirono, e lo stesso Guido Sorvillo fu nuovamente ascoltato. Riferì di presunte minacce ricevute, ma di queste non fu trovato alcun riscontro investigativo.
Al contrario, agli atti fu depositata un’intercettazione in cui Sorvillo invitava il suo interlocutore alla prudenza, sottolineando che comportamenti imprudenti avrebbero potuto causare guai seri, fino a conseguenze molto gravi: «Finiamo al 41 bis».
L’INCENDIO E LA POSSIBILE CONNESSIONE CON L’ASTA FALLIMENTARE
L’evoluzione delle indagini mise in discussione il movente dell’incendio doloso. Il magistrato inquirente ipotizzò che l’episodio fosse stato finalizzato ad abbattere sensibilmente il prezzo del capannone in sede di asta fallimentare.
Le indagini si collocarono così in un ambito delicato, a metà tra reati comuni e reati di stampo camorristico, questi ultimi, com’ è noto, di competenza della Direzione Distrettuale Antimafia.
Gli investigatori seguirono anche la pista del possibile riciclaggio di denaro ad opera del potente clan Papa, insediatosi a Sparanise anni prima provenendo da Villa di Briano, luogo di origine del boss Giuseppe Papa. Ciò avvenne nell’ambito della strategia adottata da Francesco Schiavone, detto Sandokan, il quale, da capo del clan dei Casalesi, preferiva non affidarsi a soggetti locali nei territori che stuzzicavano gli interessi economici della camorra dell’agro aversano, ma nominava veri e propri “vice re”, spostandoli dai comuni- epicentri del potente clan, tra le persone di sua strettissima fiducia qual era evidentemente Giuseppe Papa da Villa di Briano.
Fin qui la prima puntata del racconto a cui fra qualche giorno seguirà la seconda in modo da arrivare a dimostrare quello che a nostro avviso è stato un problema molto serio: se queste indagini avessero dimostrato che tutto il disegno investigativo era stato infondato, ciò sarebbe dovuto emergere da esplicite asserzioni dell’autorità giudiziaria. Invece, tutto è rimasto appeso. E siccome la provincia di Caserta è un posto strano, anomalo in cui purtroppo esiste una storia, anche dimostrata da indagini dell’autorità giudiziaria, di rallentamenti e anche di insabbiamenti, noi intendiamo arrivare ad un punto in cui, senza naturalmente accusare nessuno, intendiamo sostenere la seguente tesi: alla luce di tutto quello che fu raccolto al tempo si può ragionevolmente capire perché e per come quel materiale non abbia costituito strumento sufficiente per un approfondimento dibattimentale?
