LA DOMENICA DI DON GALEONE

24 Maggio 2026 - 06:41

24 maggio 2026 ✶ Solennità di Pentecoste (A)

La Chiesa: dissolversi come lievito, sale, luce, seme!

Parliamo “dello” Spirito, meglio, “allo” Spirito

Pentecoste significa “cinquanta giorni”. Questa festa è di origine ebraica, e commemora la rivelazione di Dio a Mosè sul monte Sinai; ma è anche la festa del raccolto: è una delle tre feste di pellegrinaggio; gli ebrei la chiamano anche “Shavuot” (festa delle settimane), e viene celebrata nel mese di maggio-giugno; durante questa festa essi usano mangiare cibi a base di latte. Per noi cristiani, la Pentecoste viene celebrata dopo cinquanta giorni dalla Pasqua, e ricorda la discesa dello Spirito sugli apostoli nel cenacolo; oggi nasce la Chiesa, e l’episodio è stato commentato da tanti pittori e musicisti, scrittori e poeti; tra i tanti voglio qui ricordare Manzoni, che a questo evento ha dedicato forse il suo inno più bello. Parlare di Dio-Padre è difficile, ma qualcosa possiamo dirla, perché Gesù ce ne parla nel Vangelo; di Dio-Figlio è molto più facile, perché si è fatto uomo, è vissuto trenta anni in Palestina, le sue parole e azioni sono contenute nel Vangelo; di Dio-Spirito è quasi impossibile parlare, perché appunto è spirito e noi siamo materia, è santo e noi siamo peccatori, è amore e noi siamo egoisti. Si sente quindi parlare poco dello Spirito; lo riconosceva anche l’apostolo Pietro ai suoi tempi: “Avete sentito parlare dello Spirito? Quale battesimo avete ricevuto?”. E Paolo, parlando agli ateniesi nel loro Areòpago, esordì dicendo che annunciava loro il “dio ignoto” (Atti, 17,23). Proviamo a parlare dello Spirito, ma con grande pudore: non si parla “dello” Spirito, come di una inutile chiacchiera; si parla “allo” Spirito, come a una persona viva; soprattutto lo Spirito si prega, si adora, si ascolta! In silenzio!

Una Chiesa davvero cattolica accoglie le tante diversità

La Chiesa non ha un “suo” fine: il suo è lo stesso fine dell’umanità. Non ci sono due obiettivi in conflitto, uno dell’umanità e uno della Chiesa. C’è un solo fine, e questo non è estrinseco all’umanità, ma scaturisce dalla stessa creazione. Perciò noi credenti dobbiamo partire dalla verità che tutti i popoli, in forme diverse, tendono verso l’unità della famiglia umana. Noi siamo cristiani, se crediamo a questa dinamica verso l’unità, a volte latente, a volte cosciente, a volte disperata. Ma anche quest’ansia disperata è il segno dello Spirito. Lo Spirito che abbiamo ricevuto ci fa responsabili dell’unità del mondo. Non dell’unità della Chiesa in sé considerata, ma dell’unità della Chiesa in vista dell’unità del mondo. Noi, nel Padre nostro, preghiamo che venga il Regno di Dio, non questa Chiesa o quella. Non è un discorso ovvio, visto che abbiamo un’eredità pesante, che perseguiva il miraggio di una unità alternativa a quella del mondo, come se davvero il mondo dovesse unirsi dentro la Chiesa e non, all’opposto, la Chiesa dissolversi nel mondo, come lievito, come sale, come luce. Pentecoste: una felice occasione per riflettere sullo Spirito, invisibile e necessario: “Senza lo Spirito, Dio è lontano, Cristo resta nel passato, il Vangelo una lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità un potere, la missione una propaganda, il culto un arcaismo, l’agire morale un agire da schiavi” (Atenagora). BUONA VITA!