LA NOTA. Il sultano Zannini ha vinto all’ente idrico accordandosi con i capi tribù, tecchete e bam, Marcello De Rosa e Pietro Smarrazzo. Caro Oliviero, ma cosa combini! Ma come ti è venuto in mente di candidare Lia Caterino?

23 Maggio 2026 - 19:24

L’esito del voto sul nuovo presidente dell’ente che coordina le strategie sulla gestione delle risorse idriche della provincia di Caserta suggerisce una riflessione tutto sommato semplice per noi di CasertaCe, visto che sul degrado che ormai è scaduto nell’annullamento della politica in questa provincia, ne scriviamo da anni. IN CALCE ALL’ARTICOLO UN VIDEO CHE GIRO’ MOLTO NELLA RETE QUANDO IL SINDACO DI CASAL DI PRINCIPE CACCIO’ DALLA GIUNTA LA COGNATA DELLA CATERINO

CASERTA (Gianluigi Guarino) La crisi totale dei partiti, la prova della loro irrilevanza in provincia di Caserta, è costituita dall’esistenza di vere e proprie sacche di potere, manifeste, operanti come interlocutori viventi che si muovono senza problemi sopra la traccia, completamente autoreferenziali, associate a singoli personaggi, i quali riescono a coinvolgere elettori e anche amministrazioni comunali in base a un meccanismo di bassa mangiatoia clientelare che permette loro di mantenere in vita, per più anni, queste strutture di consenso completamente indipendenti e impermeabili rispetto ai cosiddetti partiti tradizionali.

Ciò è dovuto a motivi di carattere generale e ad altri di carattere peculiare, che appartengono cioè alle patologie specifiche di cui il sistema socio-politico della provincia di Caserta soffre ormai in maniera apparentemente cronica e irreversibile.

Il pioniere di questa particolare e ipertossica modalità di relazione con il consenso è stato Giovanni Zannini, che era e resta il più potente titolare di un poderoso peso specifico che si è costruito attraverso una spasmodica attività di promozione clientelare spinta all’ennesima potenza, grazie anche e soprattutto a un’attitudine forsennata, spregiudicata e bulimica di costruzione di una vera e propria struttura personale di adepti, con un meccanismo che molto poco ha a che fare con i modelli della politica e molto di più con le posture di altre forme associative.

Sulla scia di Zannini si sono mossi soggetti come Marcello De Rosa e, ultimamente, come Pietro Smarrazzo, i quali non avvertono il bisogno di un’appartenenza a un sistema più o meno ordinato com’è, almeno sulla carta, quello rappresentato dai partiti.

La loro vita è una sorta di riffa, della serie “tecchete e bam”, che trova terreno fertile nel deserto etico causato dalla scomparsa totale dei vincoli che, ad esempio, i partiti della cosiddetta Prima Repubblica avevano, nel momento in cui stabilivano confini della decenza da non superare, costituendo così un limite invalicabile per i vari scalatori di poltrone e di aree di potere.

Adesso la politica, soprattutto a Caserta, è no limits. E tutto sommato la convergenza dei voti a disposizione di Pietro Smarrazzo e di Marcello De Rosa, all’interno dell’assemblea dell’ente idrico provinciale, sulla candidatura confezionata direttamente dal presunto esilio di Roccaraso di Giovanni Zannini, si configura come un evento tutt’altro che imprevedibile.

Proviamo a spiegarvi rapidamente il perché: Smarrazzo è stato eletto nel campo largo, è un consigliere regionale di maggioranza, ma a Caserta ha fatto votare per il sindaco di Vairano, Stanislao Supino, ossia per una protesi di Giovanni Zannini. In pratica, quest’ultimo, Smarrazzo e De Rosa si sono ritrovati sulla stessa posizione, senza alcuna necessità di dar conto a nessuno, non avendo sostanzialmente un partito sovraordinato rispetto alle proprie ambizioni e ai propri obiettivi.

Attenzione: Smarrazzo e De Rosa, entrambi candidati alle regionali per il centrosinistra, non è che abbiano votato per il centrodestra, rappresentando una solenne baggianata affermare che Supino sia stato il candidato del centrodestra: Supino era il candidato di Zannini e, “schiaffatevelo in testa”, lo sarebbe stato anche se quest’ultimo avesse scelto di appartenere al PD, ai 5 Stelle o all’alleanza Verdi-Sinistra di Bonelli e Fratoianni. Non c’è alcuna caratteristica, non c’è alcun connotato politico, realmente politico, nell’elezione di Supino alla presidenza dell’ente idrico provinciale, appartenendo la stessa a quella logica che determina il formato di questi piccoli, medi e grandi feudi personali, di cui abbiamo scritto all’inizio.

Zannini, De Rosa e Smarrazzo, anche se questi due ultimi non lo ammetteranno mai, approfittando del fatto che ieri si è votato a scrutinio segreto, si sono messi insieme e hanno trovato un terreno comune nella loro attitudine alla costruzione e al mantenimento di un grumo di potere costruito solo attraverso un meccanismo compromissorio che fa letteralmente impallidire la famosa partitocrazia della Prima Repubblica, termine coniato dal grande Marco Pannella.

L’harakiri di Gennaro Oliviero

Da parte sua, Gennaro Oliviero ha fatto di tutto per buttarsi la zappa sui piedi, muovendosi come se avesse già a disposizione in partenza una grande maggioranza, in grado di consentirgli anche di far eleggere il suo autista o il suo gommista di fiducia. Invece quei numeri non c’erano.

Gennaro Oliviero è una persona che continua a godere di un significativo consenso elettorale, ciò vuol dire che possiede delle qualità e delle capacità empatiche. Ma quando deve mettere la testa a pensare alla fase tattica e poi alla fase strategica di un passaggio politico, dimostra di soffrire di carenze sorprendenti, somigliando a un calciatore di seconda o terza categoria chiamato a giocare una partita in Serie A.

E’ stato un errore madornale, tanto grande da non apparire neppure vero, la designazione a candidata presidente dell’Ente idrico campano da parte di Gennaro Oliviero di Lia Caterino, consigliera comunale di Casal di Principe, che abbiamo conosciuto per un video al calor bianco girato all’indomani del siluramento dalla giunta in cui svolgeva la funzione di assessora alle politiche sociali , ad opera del sindaco Ottavio Corvino, di sua cognata Rosa Coppola (ve lo riproponiamo in calce a questo articolo in modo da consentirvi di farvi familiarizzare con il personaggio), al cui successo elettorale la Caterino aveva contribuito – forse in maniera decisiva – apparentandosi con lui al ballottaggio alle comunali di Casal di Principe.

Ora, con tutto il rispetto di Lia Caterino, ci piacerebbe capire come diavolo sia venuto in mente a Oliviero di calarla in questa contesa, sapendo bene che dalla candidatura della Caterino non sarebbe arrivato un solo voto frutto di un’azione di proselitismo da essa direttamente realizzata. Un errore di presunzione veramente sorprendente quello compiuto da Gennaro Oliviero. Visti i numeri risicati, infatti, c’era bisogno di un candidato in grado di dialogare autonomamente con altri sindaci e con altri delegati, aiutando Oliviero e il PD a raggiungere i 12 voti che servivano all’elezione a presidente.

Vabbè, questo dimostra che uno Zannini sgangherato, indebolito, azzoppato, è comunque sufficiente per battere Oliviero e, di rimbalzo, anche il PD di Graziano. Insomma, uno Zannini a tre cilindri riesce ad avere la meglio su un Oliviero a pieno regime. E questa rappresenta una vicenda che promuove sicuramente una riflessione su una delle concause che hanno determinato la nascita e il consolidamento del partito di Zannini, un vero e proprio sultanato con tutte le caratteristiche endogene e laterali di questo sistema di monocrazia che ancora oggi, nonostante un esilio di cui dovremmo un attimo parlare, dato che a nostro avviso a questo punto è inutile tenere Zannini a Roccaraso, tanto vale farlo tornare a Mondragone – perché tanto è lo stesso – connota e avvolge la provincia di Caserta.