Luciano Licenza assolto dopo 10 anni. Ecco i contenuti della sua difesa e le prime ragioni per cui la Corte di Appello li ha considerati fondati
24 Giugno 2026 - 19:25
Oggi la prima parte dell’articolo da noi dedicato alle motivazioni esposte dai giudici della IV Sezione Penale. Le confutazioni sul rapporto tra l’imprenditore e il politico Tommaso Barbato sugli appalti della Regione per le reti idriche, le incongruenze su un subappalto e…
CASERTA (g.g.) – Il nome di Luciano Licenza è rimbalzato molto spesso nelle cronache di tutti i giornali e anche CasertaCe si è occupato molto di lui. Tanti titoli lo hanno riguardato e sicuramente non gli hanno fatto piacere. Se però un organo d’informazione afferma di essere ispirato da principi e concezioni liberali, non può far finta di nulla di fronte a una sentenza di piena assoluzione, com’è quella emessa dalla Corte d’Appello di Napoli circa due mesi fa, ossia nello scorso aprile. Licenza, dunque, ha pieno diritto di vedersi riconoscere una visibilità pari a quella riservatagli quando è stato inquisito per reati di camorra e quando è stato condannato in un primo tempo per questi motivi. Un verdetto duro: 6 anni di reclusione all’esito di un rito abbreviato davanti a un Gup del Tribunale di Napoli dentro a un procedimento partito nel luglio 2015, quando all’alba furono eseguite decine di arresti con l’operazione “Medea”, la mamma tragica di Eschilo.
Un verdetto che dopo dieci anni, sembra assurdo ma è così, è stato ribaltato con l’assoluzione di Luciano Licenza e dell’altro imprenditore Bartolomeo Piccolo, in quello che è stato uno dei molti rami processuali dipanatisi da quella ordinanza.
La Corte di Appello, come è consuetudine fare nella premessa delle sue sentenze, ha sintetizzato le motivazioni della condanna: “Occorre ricordare, in estrema sintesi – scrivono i componenti della IV Sezione Penale della Corte di Appello di Napoli, presidente Diego Vargas, consiglieri Antonietta Golia ed Elisabetta Catalanotti – che il giudice di prime cure, sulla base degli atti delle indagini preliminari, ha affermato la penale responsabilità degli odierni ricorrenti (Licenza e Piccolo, ndr) in relazione al reato di partecipazione alla associazione di stampo camorristico denominata clan dei Casalesi, con condotta consistita nel finanziare il clan attraverso dazioni periodiche di denaro alla famiglia Zagaria, dazioni su richieste ad nutum e la corresponsione del 5% degli importi dei lavori in appalto ricevuti a trattativa diretta – per ottenere la mediazione di Zagaria con i clan del luogo ove i lavori dovevano essere svolti e per garantire tranquillità ai cantieri aperti sul territorio di riferimento del clan -, ottenendo in cambio ingenti commesse per lavori di somma urgenza nel Ciclo Integrato delle Acque, garantite dalla influenza di Zagaria Michele sulla Regione Campania, attraverso la mediazione di Barbato Tommaso ed altri dirigenti non identificati”.
Barbato, aggiungiamo noi, era il consigliere regionale nolano del partito di Clemente Mastella e sarebbe diventato nel 2005 consigliere regionale e che quest’ultimo avrebbe portato al Senato alle elezioni politiche del 2006.
I reati ascritti a Tommaso Barbato sono precedenti al 2005 e riguardano un periodo in cui lui non era consigliere regionale ma, o perché era dirigente interno alla Regione o perché era a capo di un ente della Regione con potestà decisionale nel settore delle acque.
Licenza ha nel tempo modificato la conformazione del suo collegio difensivo. In passato ne faceva parte l’avvocato Vittorio Giaquinto, mentre negli anni, avvicinandosi al tempo in cui il dibattimento poi si è realmente svolto, sono stati Giuseppe Stellato e Giulia Bongiorno a patrocinare la sua difesa.
La Corte d’Appello inizia a sviluppare il suo ragionamento mettendo sul tavolo i contenuti dei ricorsi dei difensori. Prima di tutto cita le argomentazioni esposte a suo tempo da Vittorio Giaquinto, il quale aveva segnalato la genericità della chiamata in correità di Licenza da parte del collaboratore di giustizia Massimiliano Caterino, detto ’o Mastrone, una delle persone per anni e anni più vicine al super boss Michele Zagaria.
Genericità, ma non solo, visto che l’avvocato Giaquinto aveva definito come inidoneo l’apporto dell’altro collaboratore di giustizia, Attilio Pellegrino, del quale veniva segnalata la limitatezza dell’apporto conoscitivo. In poche parole, la difesa di Luciano Licenza riteneva Attilio Pellegrino non in grado, per le cose che lui veramente conosceva sulle relazioni tra il clan dei Casalesi e gli imprenditori, di formulare accuse e chiamate in correità effettivamente credibili nei confronti di Licenza. L’avvocato Giaquinto esprimeva forti riserve anche relativamente alle dichiarazioni rilasciate da un terzo pentito, ossia il sanciprianese Raffaele Venosa, in ordine alla contraddittorietà della sua lista degli imprenditori estorti dal clan e partecipi del clan, consegnata ai pubblici ministeri della Dda, rispetto a quella resa da Caterino. Tra gli accusatori di Licenza c’era stato anche l’ex consigliere provinciale Giacomo Caterino, il cui contributo viene considerato irrilevante, sempre secondo l’avvocato Giaquinto. Tutto ciò viene scritto in premessa alla spiegazione dei fatti attraverso i quali i giudici della IV Sezione Penale giungono al loro verdetto di assoluzione. Diversa invece è la collocazione che viene data alle ragioni esposte dai difensori di dopo, soprattutto Stellato. Contenuti della difesa che diventano centrali nella valutazione finale dei giudici del secondo grado.
Con le memorie difensive e la documentazione allegata, depositate nel corso delle successive udienze del 2023, 2025 e 2026, i difensori di Licenza hanno evidenziato una serie di elementi sopravvenuti dopo la sentenza di primo grado a sostegno dei motivi di appello. Elementi di novità che costituiscono, quando sono effettivi, punti sui quali le Corti di Appello pongono la massima attenzione e su cui sviluppano un’analisi di contenuto e non solo limitata al rispetto delle procedure da parte del giudice di prime cure.
Tra questi fatti nuovi figurano le sentenze passate in giudicato che riconoscono Licenza quale vittima del clan nel medesimo periodo oggetto di contestazione; le dichiarazioni rese da Tano Grasso nell’udienza del 2017 davanti al Tribunale di Aversa-Napoli Nord, nell’ambito del processo Medea con rito ordinario imperniato sulla figura di Pino Fontana poi condannato definitivamente, che attestano l’estraneità di Licenza a qualsiasi iniziativa antiracket.
Eh già, perché una delle accuse formulate ai danni di questo imprenditore ma anche di diversi colleghi era quella di aver montato un vero e proprio teatrino di finzione con l’obiettivo di accreditarsi in forma associativa, come gruppo di vittime della camorra. I documenti presentati da Stellato in Corte di Appello hanno dimostrato che a questo teatrino Licenza non partecipò. Altra documentazione è stata quella relativa alle sentenze emesse nei confronti di Barbato Tommaso dalla Corte d’Appello di Napoli nel 2022, divenute definitive, che hanno riqualificato la condotta originariamente contestata, facendo emergere l’esistenza di un sistema clientelare e affaristico del tutto avulso dalle logiche della criminalità organizzata. In questa maniera, la catena secondo la Dda ininterrotta della relazione tra interessi economici della camorra e soggetti della politica e dell’imprenditoria che questi interessi curavano e proteggevano, si è interrotta nel momento in cui uno dei protagonisti è stato considerato dai tribunali solo un corrotto ma non un corrotto amico del clan dei Casalesi e della camorra in generale. Continuando nella carrellata delle ragioni esposte dalla difesa,
A ciò si aggiunge il parere tecnico-professionale redatto dal dottor Giuseppe Taglialatela, dal quale emerge come l’impresa di Licenza abbia registrato un significativo decremento dei lavori ottenuti nell’ambito del ciclo integrato delle acque tra il 1997 e il 2013.
La difesa dunque sostiene che questa presunta relazione con Barbato non si è certo tradotta in un accrescimento degli appalti e degli affidamenti all’imprenditore di San Cipriano, tutt’altro. E questo indebolisce la quadratura del cerchio corruttivo concretizzatasi, sempre secondo la Dda, con il sostegno economico fornito da Licenza a Tommaso Barbato (a cui Licenza era arrivato attraverso un esponente di Alleanza Nazionale, il politico napoletano Marcello Taglialatela) in occasione delle elezioni regionali del 2005. Altro tema riguarda la vicenda Vicar e i subappalti da questa acquisiti da Carmine Zagaria. Nella memoria di Stellato viene precisato che Licenza lasciò la società, cedendo le proprie quote alla CAL Immobiliare, riferibile al già citato Pino Fontana, ed il contratto per la realizzazione delle unità immobiliari in Caserta, cui era interessato Zagaria Michele, fu stipulato solo il 16.4.2009, ossia dopo che questo abbandono era stato definito e realizzato.
Fin qui le ragioni sciorinate dagli avvocati difensori. Nella seconda parte, che pubblicheremo tra domani e dopodomani, entreremo nel merito della valutazione che i giudici danno di queste ragioni in relazione alla loro decisione di assolvere Licenza e, per la cronaca, anche Bartolomeo Piccolo.
