AVERSA CAFONA E ILLEGALE. Vi spieghiamo perché il basolato lavico vesuviano della Variante non poteva essere rimosso
9 Giugno 2026 - 09:58
È mai possibile che nessuno abbia respinto al mittente le parole superficiali, le sciocchezzuole raccontate dall’ingegnere D’Angelo in Consiglio?
AVERSA (g.g.) – È un po’ di tempo che, nelle pagine e nei gruppi social di Aversa (parliamo soprattutto di quelli inseriti in Facebook), si discute molto del modo in cui il comune normanno sta sviluppando i lavori, finanziati dal Pnrr, della pista ciclabile di 4 km che dovrebbe consentire, lodevolmente, a chi sceglie di muoversi in bicicletta di percorrere i 4 km della cosiddetta Variante, o Viale Kennedy che dir si voglia, cioè della linea di penetrazione viaria che connette la zona sud della città normanna, in cui insiste l’ospedale Moscati, alla zona nord, dove insistono il Palazzo di Giustizia e l’Università.
CasertaCe non è un giornale che succhia le ruote, o che sfrutta la scia di una polemica magari modificandone i termini, shakerandone le parole, in modo da far apparire, attraverso un titolo ad effetto, di aver scoperto qualcosa di nuovo.
Chi conosce i metodi del nostro quotidiano sa che questi sono basati sull’atteggiamento puntiglioso e certosino verso i fatti. Dunque, il fulcro delle discussioni e delle contestazioni consiste nella scelta operata dall’amministrazione comunale di Aversa di sradicare il basolato di tipo pregiatissimo, in quanto si tratta di quello di lava vesuviana, addirittura protetto dall’UNESCO come patrimonio culturale mondiale dell’umanità.
Da questa base cognitiva parte la nostra analisi. Il documento pubblico è costituito da un’interrogazione presentata negli ultimi mesi del 2025 dal consigliere comunale Dino Carratù, che ce ne ha dato copia. A questo atto di sindacato politico-amministrativo ha risposto, nel dicembre scorso, la dirigente dell’Ufficio Tecnico Comunale, ingegnere Danila D’Angelo. Ed è quindi sul contenuto di questa replica, ufficialmente e formalmente erogata, che possiamo esprimere il nostro primo punto di vista.
Guardate, non vogliamo necessariamente fare la parte dei bastian contrari, ma quando la D’Angelo afferma che il basolato è stato sradicato dal cordolo e si è deciso di cementificare la zanella, in quanto un suo reincardinamento avrebbe comportato “costi proibitivi” – così li ha definiti testualmente nella sua risposta – con tutto il rispetto per questa professionista, siccome stiamo parlando di un atto amministrativo molto serio, ossia di un’interrogazione, l’ingegnera avrebbe dovuto prepararsi molto meglio indicando delle cifre precise, in modo da spiegare che, se la cementificazione della zanella costerà tot., la reimmissione in quella struttura fisica del basolato vesuviano sarebbe costata x alla quinta, alla sesta o addirittura alla decima potenza.
Non l’ha fatto e ha sbagliato Carratù a non intervenire in aula, sottolineando la sua formale insoddisfazione per la genericità della risposta e chiedendo contestualmente responsi più affidabili e più esaurienti, in modo da informare correttamente i cittadini, molti dei quali non hanno certamente commentato in maniera favorevole la scomparsa dell’antico basolato.
Un’altra cosa che l’ingegnera D’Angelo asserisce nella sua risposta formale e ufficiale all’interrogazione riguarda il vincolo a mantenere e conservare il basolato, che non esisterebbe per i lavori in questione. “Al fine di preservare i materiali originari (non sottoposti a specifica tutela)” – spiega la dirigente – “anche in vista di un futuro riutilizzo, si è disposto di conservare quanto recuperabile presso il deposito comunale in via Frattini”. Attenzione, però, aggiungiamo noi: questo basolato non lo troverete sicuramente, ma “salvo verifica della disponibilità degli spazi”.
Bene, bene. Anzi, male, male. Non occorre un luminare della storia dell’arte e della tutela dei beni culturali per consultare buone fonti in internet e comprendere cosa sia il basolato di lava vulcanica, vesuviano, in un discorso che vale anche per quello siciliano di origine etnea.
L’intelligenza artificiale di Google è sufficientemente seria perché questa azienda si pone il problema della credibilità. Però, siccome stiamo parlando di una cosa assolutamente ovvia, non c’è neanche il problema di validare la qualità delle citate fonti. È certo, è sicuro, che il basolato in lava vulcanica (spesso noto come basalto o pietra lavica vesuviana/etnea) è soggetto a severi vincoli di tutela paesaggistica, storico-monumentale e architettonica.
Poi, entrando nel sito autorevolissimo di Italia Nostra, agenzia molto importante in materia di tutela di beni architettonici, ambientali e, più in generale, culturali, si legge – lei l’ha letto, ingegnera D’Angelo? – che il basolato in pietra lavica vesuviana costituisce una pavimentazione storica e un innegabile bene culturale, nonché un elemento di qualità architettonica particolarmente rilevante in una città che vanta l’inclusione nel patrimonio culturale mondiale dell’umanità da parte dell’UNESCO e che, come tale, è tutelato dagli articoli 1 e 4 del Codice dei beni culturali.
In verità, oltre agli articoli 1 e 4, bisogna aggiungerci anche l’articolo 3 del citato Codice, il quale recita: “Lo Stato, le regioni, le città metropolitane, le province e i comuni assicurano e sostengono la conservazione del patrimonio culturale e ne favoriscono la pubblica fruizione e la valorizzazione”.
Quindi, ingegnera D’Angelo, i Comuni, al di là del “vincolo specifico” che magari per un’ingegnera può essere tutto, ma proprio tutto, hanno il dovere, giuridicamente sancito dalla massima espressione normativa nazionale in tema di tutela dei beni culturali, di proteggere il patrimonio culturale, favorendone la pubblica fruizione.
Siccome esiste un link solido e indiscutibile tra il patrimonio UNESCO e la forma assoluta di tutela prevista dall’articolo 3, che impegna giuridicamente i Comuni a far di tutto per preservarlo e per l’appunto a tutelarlo, lei, ingegnera D’Angelo, avrebbe avuto il dovere di non sottovalutare, così come invece ha fatto nella sua risposta, l’importanza di quel basolato, che è patrimonio dell’UNESCO prima ancora di essere patrimonio del Comune di Aversa. Che è patrimonio tutelato dallo Stato prima ancora di essere (s)tutelato dal Comune di Aversa.
Bisognava fare tutto, ma proprio tutto, per tenerlo al posto suo. E se proprio la rimozione è stata inevitabile, come lei sostiene, l’analisi dei costi e degli impedimenti avrebbe dovuto essere all’altezza di questa forma di tutela che, se non produce un “vincolo specifico” relativo all’incardinamento dei basoli in quella strada, è coperta da un vincolo generale molto più importante.
Abbiamo solo iniziato con questa storia, che ci porta ancora una volta a constatare il livello bassissimo della cifra culturale che ammorba gli uffici del Comune di Aversa. Dovremmo coinvolgere in questo ragionamento anche l’assessore ai Lavori Pubblici, Francesco Sagliocco, ma qui, per i motivi che tante volte abbiamo spiegato, il discorso si farebbe imbarazzante ed è meglio calare il proverbiale velo pietoso, o citare un intercalare napoletano, divenuto una hit con il successo di Angelina Mango “che t’o dico a fà”.
