IL NOME. DROGA E CAMORRA. CONDANNATO ad oltre 14 anni un “vip” della malavita locale

16 Luglio 2026 - 11:10

Così hanno deciso i giudici della Prima Sezione della Corte di Cassazione

MONDRAGONE (a.c.) – La Corte di Cassazione, Prima Sezione, costituita dal presidente Giacomo Rocchi e dal relatore Massimiliano Micali, ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Napoli, che aveva riconosciuto il vincolo della continuazione tra due diverse condanne a carico di Sergio Pagliuca, ma senza concedere una riduzione della pena maggiore rispetto a quella già stabilita.

Pagliuca era stato condannato in due distinti procedimenti: il primo riguardava la partecipazione al clan camorristico “Fragnoli-Pagliuca”, operante tra Mondragone e altri comuni del Casertano, reato per il quale aveva ricevuto una condanna a sette anni di reclusione; il secondo procedimento riguardava, invece, un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e diversi episodi di spaccio, commessi tra il 2014 e il 2015, conclusosi con una condanna a dieci anni di reclusione. Di lui scrivemmo già nell’ambito del più vasto procedimento che portò alle condanne di altri 19 esponenti della stessa fazione malavitosa nel comune di Mondragone (clicca e leggi).

Con la sentenza n. 23925, pronunciata lo scorso 3 aprile, ma depositata solo il 30 giugno, i giudici della Prima Sezione penale hanno respinto il ricorso della difesa, ritenendo corretto il modo in cui era stata rideterminata la pena.

In seguito alla condanna, la difesa aveva chiesto di riconoscere che tutti quei reati fossero espressione di un unico disegno criminoso, ottenendo dalla Corte d’Appello il riconoscimento della continuazione. In questo caso, i giudici napoletani avevano individuato come reato più grave quello relativo all’associazione finalizzata al traffico di droga, assumendolo come pena base.

Su tale pena erano stati applicati gli aumenti previsti per gli altri reati e, al termine del calcolo, era stata applicata la riduzione di un terzo prevista per il rito abbreviato, portando così la durata della reclusione a un totale di 14 anni e 8 mesi.

Secondo la difesa, il beneficio della continuazione era stato riconosciuto solo formalmente. L’avvocato sosteneva, infatti, che l’aumento applicato per il reato di associazione mafiosa fosse sostanzialmente identico alla pena inflitta nel precedente processo e che, di conseguenza, la decisione non rispettasse il principio di favore che ispira l’istituto della continuazione.

Nel ricorso veniva inoltre contestata la motivazione della Corte d’Appello, ritenuta insufficiente nella determinazione degli aumenti di pena, ma la Suprema Corte ha respinto tutte le censure. I giudici ricordano che, quando viene riconosciuta la continuazione tra condanne definitive, dopo aver individuato il reato più grave, la procedura penale impone di fissare la pena base e motivare separatamente gli aumenti previsti per i cosiddetti reati “satellite”. Secondo la Cassazione, questo obbligo è stato rispettato.

La Corte d’Appello aveva infatti spiegato che l’aumento era giustificato dalla particolare gravità delle condotte contestate e dal ruolo ricoperto da Pagliuca all’interno del clan, ritenuto un sodalizio mafioso particolarmente pericoloso e radicato sul territorio. La difesa sosteneva, inoltre, che fosse stato applicato un semplice cumulo delle pene al momento della condanna, mentre i giudici hanno dimostrato che c’era effettivamente stato un beneficio legato alla determinazione della pena, dovuto alla scelta del rito abbreviato.

Per questi motivi, i giudici della Prima Sezione hanno rigettato il ricorso e condannato Pagliuca al pagamento delle spese processuali.