CASERTA. Tutto è pronto al Parravano e per il Settembre al Borgo. Ma attenzione che il palcoscenico non diventi un comizio (pagato dal contribuente)
15 Luglio 2026 - 18:25
Caserta (pm) – Fortunatamente, grazie all’azione concreta della Commissione Straordinaria del Comune, la vita culturale di iniziativa pubblica della città sembra riprendersi. Dopo il fermo di buon un anno del Teatro Parravano, a ottobre riprenderanno gli spettacoli della sala casertana. In mattinata, nella conferenza stampa tenuta per la presentazione del programma, la prefetta alla guida dell’ente comunale, Antonella Scolamiero, ha espresso soddisfazione per il risultato ottenuto, che ha coniugato l’efficienza dell’azione amministrativa agli imprescindibili principi di legalità e correttezza. Aspetto, questo, particolarmente rimarcato, perché valori tutt’altro che scontati, se si guarda alla storia delle amministrazioni passate.
Sempre nell’ambito delle manifestazioni culturali cittadine, le cose vanno bene anche per lo storico Settembre al Borgo. Con la deliberazione n. 42 del 17 giugno, il Comune ha infatti approvato il progetto esecutivo della cinquantaquattresima edizione della kermesse, intitolata “Settembre al Borgo 2026 – Fabulae“, richiedendo contestualmente l’ammissione definitiva al relativo finanziamento regionale. Si tratta, a meno di clamorosi colpi di scena, di un adempimento meramente burocratico che di fatto schiude le porte all’evento clou dell’estate casertana.
Il direttore artistico della rassegna sarà l’attore Massimiliano Gallo, fin troppo noto perché si debbano ricordarne la bravura e la ricca carriera divisa tra teatro, cinema e televisione. Il cartellone da lui composto si presenta articolato e spazia dall’arte contemporanea al teatro, dal cinema alla musica classica e jazz, fino alla fotografia, alle esposizioni e alle animazioni per bambini.
Il costo totale del progetto è di 200.000 euro, così ripartiti: 5.000 euro per la direzione artistica; 154.000 euro per le manifestazioni artistiche; 25.262 euro per l’animazione culturale del Borgo e la realizzazione della rassegna parallela Un Borgo di Libri “Cammini”; 15.738 euro per la comunicazione e gli allestimenti.
In questo quadro, la parte del leone sul fronte dei cachet la fa lo spettacolo “Cornuti e contenti” di e con Marco Travaglio, il noto direttore de Il Fatto Quotidiano, la cui mimica sul palcoscenico ci ricorda in verità – se ancora si può dire – più un ceppo di legno che un attore. A lui andranno, per la performance e la messa in scena, 32.000 euro e rotti. Il programma prevede altresì la partecipazione di numerosi altri artisti del cinema e del teatro, da Nunzia Schiano ad Antonio Milo, passando per Gianfelice Imparato e Maurizio Casagrande. Tutti volti ben noti al grande pubblico.
Lo diciamo subito. Non sappiamo nulla del mondo dello spettacolo inteso come impresa. Non sappiamo dire se i costi pagati sono alti, bassi o medi. Da spettatori, la nostra critica verso l’attore o l’artista che si esibisce si limita a giudicare se ci è piaciuto e se è bravo.
Tuttavia, ci fidiamo di quanto il professore, filosofo e saggista liberale Giancristiano Desiderio ha detto in un suo recente intervento sul Corriere della Sera, in cui ha osservato che “L’Italia piò essere definita in tanti modi ma oggi è senz’altro il Paese del festival. Sapete quanti se ne organizzano e naturalmente finanziano? Beh, nessuno conosce il numero esatto…ma …si sa che vanno in scena la bellezza di oltre tremila festival”.
Già questo dato, che lascia intravedere i contorni di uno “spettacolo di Stato“, non può che suscitare perplessità in chiunque sostenga il principio di un’ingerenza minima del pubblico nella vita civile e collettiva.
Ma non è tanto questo il punto. Qui vogliamo sollevare la questione legata a una brutta piega che, a nostro giudizio, ha preso il popolo degli artisti. Ed è, attenzione, questione civile e non politica, sempre che lo si voglia capire. Da tempo, ad attori, cantanti o ballerini non basta più esibirsi, dando libero corso al proprio talento. No. Al termine della esibizione, sentono l’impellente bisogno di esternare la propria fede politica che è quasi sempre – anzi, sempre – “gauchiste”. Con una discreta dose di presunzione, non sfiora loro nemmeno l’anticamera del cervello che nella platea, fosse anche solo per mero calcolo statistico, possano sedere spettatori che non hanno alcuna voglia di sciropparsi la loro moralina dal palco. Per la semplice ragione che non sono andati ad una riunione politica o ad un comizio. Sarebbe un po’ come se un primario ospedaliero, un attimo prima di iniziare un delicato intervento chirurgico, si mettesse a sventolare, poniamo, una bandiera pro-Pal. Un Antonio Di Pietro d’antan avrebbe detto che “c’azzecca?”.
Eppure capita, eccome. La compagnia teatrale che, terminata la recita, si presenta alla ribalta per gli applausi indossando la maglietta contro Trump o contro Nethaniau con gli slogan più insulsi. Che un artista possa avere idee contorte al punto di sostenere un regime illiberale e barbarico come quello di Hamas e appellarsi nel contempo alla nostra Costituzione, con contraddizione insanabile e demenziale che evidentemente non avverte nella sua cecità ideologica, nulla questio. Ma abbia la compiacenza e l’educazione di tenerle per se senza sfoggi pubblici.
Molto più laicamente, crediamo che questa ricerca di legittimazione attraverso la critica sociale e politica sbandierata dal palcoscenico non faccia altro che svilire l’arte la quale, se autentica, basta a se stessa. E finisce per far precipitare l’artista in quel conformismo dei “ceti colti” che già Alberto Ronchey deprecava negli anni Settanta.
Perché diciamo tutto questo? Perché il pur bravo Massimiliano Gallo ci sembra che sia già scivolato in passato in questo cortocircuito. E perché nel caso di Marco Travaglio diamo già per scontato che trasformerà il suo monologo in una requisitoria contro il governo.
Se vogliono essere di parte, devono però sapere che i soldi per lo spettacolo sono pubblici.
