L’ARRESTO DI ANTONIO, NICOLA E ARMANDO DIANA. Il pentito: “Peppe Russo ‘o padrino mi disse che Zagaria era un loro socio”. L’acquisto delll’area in un’asta alla presenza di Dario De Simone

19 Gennaio 2019 - 13:11

GRICIGNANO D’AVERSA – Nell’analisi delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, pubblicate nell’ordinanza firmata dal gip del tribunale di Napoli Maria Luisa Miranda, su richiesta dei pubblici ministeri della dda Alessandro D’Alessio e Maurizio Giordano, e che ha portato all’arresto di Antonio, Nicola e Armando Diana, titolari della Erreplast di Gricignano d’Aversa, è la volta, oggi, di Orlando Lucariello a cui va associato, come elemento di riscontro, Dario De Simone, ovvero uno dei pentiti più datatti del clan dei casalesi.

Il dettaglio lo potrete leggre nello stralcio che pubblichiamo in calce. Va detto, invece, subito che per gli inquirenti Lucariello è attendibile in quanto preciso su tempi, circostanze, ma soprattutto luoghi in cui si sono svolti i fatti che attesterebbero, secondo il pm, la relazione diretta, addirittura, di tipo societario, tra la famiglia dei repezzati,

cioè i Diana, e il boss Michele Zagaria.

Preciso è Lucariello nel raccontare che i Diana si stabilirono a Gricignano dopo aver acquistato la proprietà dello stabilimento Lollini.

Rispetto a questa operazione, Dario De Simone, raccontava a suo tempo di essere andato lui personalmente, nella sezione fallimentare del tribunale di Bologna per garantire che l’acquisto all’asta di quell’area i circa 40 mila quadrati avvenisse senza soprese per i Diana

Di quella vicenda, De Simone ha ricordato una notte trascorsa all’Hotel Jolly e la compagnia di Costantino Diana che con lui andò in tribunale. C’erano anche un avvocato di Caserta che De Simone ricorda si chiamasse Michele Russo e Antonio Diana, cioè il figlio di Mario, cioè colui che è stato arrestato qualche giorno fa.

600 milioni di vecchie lire, la cifra spesa per l’acquisto per un’area in cui, in un primo tempo, i Diana insediarono un deposito della Montefibre di Acerra, impresa per la quale lavoravano come autotrasportatori.

Lucariello viene condotto fisicamente nella zona dell’ex stabilimento Lollini e riconosce sia l’area che i singoli luoghi come effettivamente questi si sono evoluti.

Lucariello sostiene di aver chiesto la tangente estorsiva ai Diana, in quanto riferimento di zona del gruppo Russo-Schiavone, egemone per l’area di Gricignano ed Orta di Atella.

Dopo questa richiesta, Peppe Russo o’padrino, correva l’anno 1994, convocò Lucariello. E anche qui il racconto si esprime con dovizia di particolari e con dettagli precisi. Di solito Lucariello e Russo si incontravano o a casa della mamma di Russo o in un deposito sito in un terreno dei Russo, nella contrada di Casal di Principe di Santa Maria Della Preziosa. In questa circostanza, racconta che Russo gli avrebbe detto che Zagaria in persona lo aveva contattato per dirgli che la famiglia dei repezzati era cosa sua.

Anzi, gli avrebbe detto di pù, visto che Zagaria aveva confessato a Russo di avere addirittura delle quote societarie direttamente o indirettamente all’interno della società dei Diana. Di qui, la direttiva di non chiedere soldi estorsivi visto che sarebbe stato lo stesso Zagaria a provvedere a pagare la famiglia Russo. Ciò che sarebbe avvenuto almeno in una circostanza, a quanto Lucariello dice di ricordare.

Non conosciamo gli assetti delle società dei Diana nel 1994. Cerceremo di informarci. Sappiamo però che a quei tempi molto attivi erano Armando Diana, fratello di Mario, padre di Antonio e Nicola, ucciso il 26 giugno 1985 e Costantino Diana, altro fratello.

Come elemento valutativo nostro, abbiamo la sensazione che negli anni 90 protagonisti Armando e Costantino, con i giovani Antonio e Nicola ancora con ruoli non fondamentali, esisteva un meccanismo di convivenza tra Zagaria e i Diana. Che poi questo sia durato anche successivamente, qundo Nicola e Antonio hanno preso le redini, non ci possiamo mettere la mano sul fuoco. Dunque, il discorso diventa complicato, perchè la responsabilità individuale che questa si rifà ad un’ordinanza che alla fine motiva la decisione di arrestare o di non arrestare in base a delle considerazioni specifiche.

A noi, dunque, non resta altro da fare che continuare l’analisi dei vari contributi dei collaboratori di giustizia, senza pretendere di avere la verità in tasca, prestando grande attenzione a quelli che i magistrati della dda identificano come elementi di riscontro.

Alla prossima.

 

 

QUI SOTTO LO STRALCIO DELL’ORDINANZA