TRAGEDIA & RICATTI. Il cognato del boss muore mentre lavora al caseificio. E al noto imprenditore delle mozzarelle la minaccia: o ci dai 700 MILA EURO o stipendi per moglie e figlie
23 Dicembre 2025 - 11:49
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CASAL DI PRINCIPE – Dietro l’operazione che ha riportato in carcere il boss Pasquale Apicella, c’è una delle pagine che sembrano essere connotate dalla maggior espressione di cinismo: lo sfruttamento di una tragedia familiare per estorcere denaro a un’azienda casearia.
Tutto inizia il 22 febbraio 2023, quando in un’azienda agricola di Cancello ed Arnone muore Luigi Schiavone, cognato del boss Apicella. Già pochi giorni dopo il funerale, il 6 marzo, la sorella di Apicella, Maria, e le due figlie della vittima, Angela e Valentina Ester Schiavone, si riuniscono in casa del boss.
È lì che, secondo le intercettazioni, viene deciso una specie di “prezzo” del dolore familiare: il datore di lavoro deve pagare un “ristoro ulteriore” che va dai 700 agli 800mila euro. Dalle registrazioni emerge un dialogo agghiacciante. Le due nipoti, consapevoli dei rischi, implorano lo zio: “Zio, però tu stai attento… mica ti fai arrestare?”. Apicella le zittisce con sicurezza: “Non ci pensare a me”.
Nel caso in cui il denaro non fosse arrivato, le stesse donne avevano pronto un piano B: imporre all’imprenditore l’assunzione fittizia di entrambe, con uno stipendio garantito di 1.500 euro al mese ciascuna, fino a dicembre. La richiesta è stata definita dalle forze dell’ordine un “ristoro extra”, un “pagamento” aggiuntivo che nulla aveva a che fare con i risarcimenti previsti dalla legge per gli infortuni mortali sul lavoro.
Pasquale Apicella si recò più volte presso l’azienda, situata a Cancello ed Arnone. L’imprenditore, molto noto, di cui però non divulgheremo il nome, tentò persino di chiedere che agli incontri fossero presenti anche le donne della famiglia, sperando in una mediazione meno dura. Apicella, parlando con un parente, definì quel gesto da “vigliacco” e promise che sarebbe passato alle vie di fatto: “Gli feci capire che se ti devo picchiare, ti picchio”.
Per questo episodio, Apicella, sua sorella Maria e le due nipoti sono accusati di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo gli inquirenti, non si trattava di una legittima richiesta di risarcimento, ma di una dimostrazione di forza del clan, pronta a trasformare anche il lutto in affari. L’imprenditore, alla fine, non cedette né al denaro né alle assunzioni forzate, impedendo che il reato si consumasse, ma pagando il prezzo di mesi di paura.
