Imprenditrice casertana condannata. Non ha pagato allo Stato quasi 400 MILA EURO. “Non potevo, ero in crisi economica”

29 Novembre 2025 - 09:30

CASERTA – La Corte Suprema di Cassazione ha respinto il ricorso presentato da R.S., imprenditrice casertana di 48 anni, confermando così la condanna a sei mesi di reclusione per una pesante evasione dell’IVA. La vicenda giudiziaria ha origine da una sentenza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, poi confermata in Appello a Napoli, che aveva riconosciuto la Santone colpevole di non aver versato all’Agenzia delle Entrate circa 390.000 euro di IVA relative all’anno 2018.

All’imprenditrica era stata inizialmente contestata la compilazione di una dichiarazione dei redditi infedele, per avere indicato operazioni inesistenti. Nel corso del processo, però, i giudici hanno cambiato la qualifica del reato, condannandola per omesso versamento dell’IVA.

La difesa della donna ha sostenuto che si trattava di un’accusa diversa da quella originale e che questo avrebbe pregiudicato il suo diritto a preparare una difesa adeguata. La Cassazione, però, ha ritenuto che il “fatto” di base – il mancato pagamento di una grossa somma di IVA – fosse lo stesso e che l’imputata, durante il processo, si era comunque difesa concentrandosi proprio sulla spiegazione di quel mancato versamento.

L’imprenditrice, per giustificarsi, aveva addotto la crisi economica e problemi di liquidità della sua azienda come causa dell’impossibilità a pagare il tributo. Tuttavia, i giudici di tutti e tre i gradi di giudizio hanno ritenuto questa giustificazione non sufficiente. Hanno osservato che l’imprenditrice non aveva messo da parte le somme necessarie per l’IVA quando avrebbe dovuto farlo e non ha fornito prove concrete di aver fatto tutto il possibile, anche attingendo a risorse personali, per far fronte al debito con il fisco.

Per questi motivi, la Terza Sezione Penale della Cassazione, presieduta dal dottor Aldo Aceto, ha stabilito che i giudici dei precedenti processi hanno agito correttamente e che non ci sono stati errori o violazioni dei diritti della difesa. Con il rigetto del ricorso, la condanna a sei mesi di reclusione diventa definitiva. All’imprenditrice è stata inoltre addebitata la pena delle spese processuali.