“Fregano” il notaio (ingenuo) per prendersi le quote della società. Condanna per il fondatore del Centro Morrone
26 Novembre 2025 - 11:33
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CASERTA – La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Paolo Morrone, noto imprenditore della sanità casertana, da diverso tempo però sostituito alla guida dell’impero familiare dal figlio, e della sua collaboratrice C. D.C., originaria di Caserta. La sentenza è ormai definitiva.
La vicenda riguarda una donazione di quote societarie del valore di 6 milioni di euro relative alla società “Perla srl”. Morrone voleva regalare la sua intera partecipazione a D.C., ma lo statuto della società – di cui faceva parte anche suo fratello Renato – richiedeva il consenso espresso degli altri soci per questo passaggio.
Il 10 settembre 2013, Morrone e la D.C.si presentarono dal notaio Antonio Oliva (diciamolo, forse troppo fiducioso nel prossimo) a Roma con un uomo che si spacciò per suo fratello, Renato Morrone, mostrando una carta d’identità falsa. Il falso “fratello” dichiarò il suo gradimento alla donazione, ingannando così il notaio che redasse l’atto includendo questa falsa dichiarazione.
Gli avvocati di Morrone e D.C. avevano sostenuto che la presenza del fratello non era necessaria e che quindi il falso era “innocuo”. La Corte di Cassazione, però, ha giudicato infondati i loro ricorsi. I giudici hanno spiegato che il consenso di Renato Morrone non era un dettaglio, ma un requisito essenziale per rendere l’atto valido e opponibile agli altri soci. Ingannare il notaio sulla sua identità e sulle sue dichiarazioni costituisce quindi il reato di falso in atto pubblico.
In passato, Paolo Morrone fu accusato di aver riciclato 2 milioni di euro, provento di reati tributari, in pratica di una maxi evasione fiscale, andando proprio a costruire la villa di Castel Morrone. La vicenda giudiziaria coinvolse anche C.D.C., entrambi assolti. La donna fu invece condannata per riciclo di denaro proveniente da reati tributari compiuti dall’imprenditore, secondo la tesi dell’accusa.
