IL NOME. Imprenditore casertano indagato per evasione fiscale: ancora sequestrati 200 MILA EURO

18 Gennaio 2026 - 13:15

La Cassazione ha deciso in merito alla questione del sequestro in seguito al ricorso presentato dalla difesa. Confermata la decisione del Tribunale del Riesame e quindi precedentemente quella del gip

CASERTA – Resta sotto sequestro il patrimonio di Maurizio Conte, amministratore della Consulgest Srl, società con sede a Santa Maria Capua Vetere attiva nel settore del recupero crediti. La Corte di Cassazione, terza sezione penale, ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dall’indagato contro l’ordinanza del tribunale sammaritano che aveva già confermato il provvedimento cautelare disposto dal gip.

Il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, riguarda beni per un valore complessivo di 180.327,87 euro, somma ritenuta corrispondente all’illecito profitto derivante dal reato di omessa dichiarazione IVA, contestato a Conte ai sensi dell’articolo 5 del decreto legislativo 74/2000.

Secondo l’impianto accusatorio, l’imposta evasa è collegata a una fattura emessa nel dicembre 2019 per un importo di 819.672,13 euro nei confronti della Ciquadro Srl. La difesa aveva sostenuto che la fattura fosse stata immediatamente annullata mediante l’emissione di una nota di credito e che, pertanto, l’IVA effettivamente dovuta per l’anno d’imposta 2019 fosse inferiore alla soglia di punibilità prevista dalla legge. Inoltre, era stato evidenziato che, all’epoca dei fatti, Conte non rivestiva ancora la carica di legale rappresentante della società, assunta solo nell’aprile 2020.

Argomentazioni che non hanno convinto i giudici di legittimità. La Cassazione ha rilevato come il ricorso mirasse, in sostanza, a contestare la motivazione del provvedimento impugnato, profilo non deducibile in sede di legittimità in materia di misure cautelari reali. Ma soprattutto ha ritenuto congrua e coerente la ricostruzione operata dai giudici di merito.

Dalla sentenza emerge il consapevole inserimento di Conte in un sistema fraudolento già strutturato, riconducibile al precedente amministratore, caratterizzato dall’emissione di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti. Secondo la Corte, la nota di credito non ha neutralizzato gli effetti fiscali della fattura contestata, né può essere utilizzata per regolarizzare operazioni fittizie, trattandosi di uno strumento applicabile esclusivamente a operazioni reali.

I giudici hanno inoltre evidenziato come Conte, una volta assunto l’incarico di amministratore, abbia continuato a operare all’interno dello stesso meccanismo, risultando anche autore dell’omessa presentazione della dichiarazione IVA per l’anno 2019. Da qui la conferma del sequestro e la declaratoria di inammissibilità del ricorso. Con la decisione, la Cassazione ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di 3.000 euro in favore della Cassa delle Ammende.