Parente del boss Bidognetti, imprenditore “re” del business milionario dei rifiuti per il clan dei Casalesi. Nessuno sconto di pena a Gaetano Cerci
20 Gennaio 2026 - 11:33
Legato al clan dei Casalesi, aveva ricevuto una condanna a quindici anni di reclusione per una serie di reati in un periodo temporale compreso tra gli anni ottanta del Novecento e il decennio scorso. Il suo ricorso, poi respinto, chiedeva il riconoscimento della continuazione dei reati commessi in quel lasso di tempo
CASAL DI PRINCIPE (alfonso centore) – La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Gaetano Cerci, noto imprenditore di Casal di Principe che raggiunse la massima notorietà nei decenni scorsi per via delle controversie legate al suo nome a causa delle testimonianze di pentiti, verbali, scandali ed indiscrezioni legate al Clan dei Casalesi e, addirittura, ad un’ipotetica connessione massonica tanto da collegare il suo nome a quello di Licio Gelli, storica figura massonica legata alla Loggia P2 nel secolo scorso.
Cerci fu condannato nel 2019 a quindici anni di reclusione a causa di un lungo filone di reati che vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione e tentata estorsione, oltre a svariate violazioni delle misure restrittive nel periodo della indagini preliminari e delle fasi dibattimentali del processo. Il suo ricorso, respinto dai giudici della settima sezione penale, si basava sull’individuazione di un disegno criminoso unico, includendo una moltitudine di reati, tra cui quelli specificati precedentemente, compresi in un periodo di tempo che attraversa tre decenni.
Per i giudici, la continuazione non può essere ricostruita a posteriori sulla base della ripetizione delle condotte. Deve essere riconoscibile sin dal primo reato, elemento che nel caso specifico è stato escluso. Il ricorso è stato quindi giudicato generico e infondato, con condanna al pagamento delle spese processuali e di 3 mila euro alla Cassa delle ammende.
Nel provvedimento viene richiamata una lunga sequenza di condanne: dall’associazione mafiosa accertata tra Caserta e provincia negli anni Novanta, alle estorsioni aggravate dal metodo mafioso commesse tra il 2013 e il 2014 a Castel Volturno, fino a una tentata estorsione, violazioni delle misure di prevenzione a Casal di Principe e altri reati per i quali la continuazione era stata riconosciuta solo in parte dalla Corte d’appello di Napoli.
Ma il profilo di Cerci, nato nel 1965 e legato per parentela acquisita al boss Francesco Bidognetti, emerge anche dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Da anni viene indicato come figura chiave nei traffici illeciti di rifiuti tra Nord e Sud e come riferimento operativo del clan dei Casalesi in quel settore.
Le dichiarazioni di Carmine Schiavone e di altri pentiti collocano Cerci, già dalla fine degli anni Ottanta, in ambienti massonici ad Arezzo, descrivendolo come intermediario nei rapporti con imprenditori del Centro-Nord. In questo contesto viene più volte citato Licio Gelli, indicato come regista occulto di parte dei traffici di rifiuti tossici destinati a siti tra Napoli e Caserta.
Un quadro confermato da ulteriori testimonianze che parlano di incontri, mediazioni e contatti tra emissari dei Casalesi, imprenditori e ambienti riconducibili a Villa Wanda, fino a ipotesi di interferenze su procedimenti giudiziari.
La decisione della Cassazione, assunta lo scorso dicembre, chiude il fronte processuale sulla continuazione: nessuna riduzione complessiva della pena, perché – per i giudici – non c’è una regia criminale unica, ma una pluralità di scelte illegali distinte nel tempo.
