INCREDIBILE MA VERO. Il poliziotto Oscar Vesevo, quello della pen-drive di Michele Zagaria, ha rischiato di andare in carcere con le condanne cancellate dalla Cassazione. Ecco cos’è successo

21 Gennaio 2026 - 17:37

La Procura generale presso la Corte di Appello non si era accorta che proprio i giudici di secondo grado avevano dichiarato a suo tempo prescritto l’anno e otto mesi inflitto in primo grado per due capi di imputazione di truffa. Approfittiamo dell’occasione per riepilogare l’intera vicenda giudiziaria dell’uomo che finì al centro delle cronache subito dopo la cattura del boss Michele Zagaria

CASAPESENNA (G.G.) – Oscar Vesevo, il poliziotto che per anni è stato al centro di inchieste e procedimenti giudiziari legati all’accusa di aver trafugato dal rifugio bunker in cui fu arrestato Michele Zagaria una pendrive del boss, che poi avrebbe venduto all’imprenditore Orlando Fontana, ha rischiato seriamente di essere arrestato senza che fosse sopravvissuta nei suoi confronti una sola accusa.

Ciò è accaduto per un errore compiuto dalla Procura Generale presso la Corte di Appello di Napoli, com’è noto titolare anche dei provvedimenti di esecuzione di pena. L’errore è consistito nel non aver assimilato l’esito tombale di quanto la Corte di Cassazione aveva deciso qualche tempo fa nei confronti di Vesevo. Davanti ai giudici supremi, il poliziotto, trasferito a causa di questi problemi alla Questura di Isernia, era arrivato dopo un complicato processo di primo grado e un altrettanto complesso processo di secondo grado.

In primo grado Vesevo era arrivato con otto capi di imputazione per truffa, uno per peculato, oltre alle accuse di corruzione e accesso abusivo ai terminali. Delle truffe ne erano sopravvissute due, in quanto il Tribunale aveva già sancito l’improcedibilità per le altre sei. La sentenza aveva assolto Vesevo per i reati di corruzione e accesso abusivo ai terminali, mentre lo aveva condannato per le due truffe a un anno e otto mesi e a tre anni e otto mesi per il peculato, per una pena complessiva di cinque anni e quattro mesi.

Tutt’altro che irrilevante era stato il riconoscimento della non sussistenza dell’aggravante camorristica, oggi regolata dall’articolo 416-bis, comma 1, un tempo articolo 7 del D.L. 152/1991.

Vesevo, difeso dall’avvocato Giovanni Cantelli, si è presentato al cospetto dei magistrati della Corte di Appello, dove è stato stabilito il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione relativamente alle due truffe, con conseguente cancellazione della condanna a un anno e otto mesi. Il reato di peculato è stato derubricato in furto aggravato dall’introduzione in abitazione privata. Per questo reato Vesevo è stato condannato a tre anni e tre mesi.

La Corte di Cassazione ha stabilito che il poliziotto aveva pieno diritto, per il lavoro che svolgeva, di introdursi all’interno dell’abitazione privata. Per questo motivo è caduta l’aggravante, sopravvivendo il reato di furto, anche questo però oggetto di prescrizione. Non essendo rimasto nulla, i giudici della Corte Suprema hanno annullato senza rinvio la sentenza della Corte di Appello.

Ed è qui che si è verificato l’errore: la Procura Generale, non avendo recepito l’informazione relativa alla prescrizione dei reati di truffa, ha firmato un’ordinanza di carcerazione per Vesevo. Una situazione vieppiù imbarazzante, poiché era stata la stessa Corte di Appello a dichiarare prescritti i due reati e dunque a cancellare la condanna a un anno e otto mesi inflitta in primo grado.

L’avvocato Cantelli, difensore del poliziotto, è intervenuto facendo notare la circostanza e, conseguentemente, la Procura Generale ha annullato l’ordinanza appena citata. Poiché è trascorso un breve lasso di tempo prima che ciò avvenisse, Vesevo non è finito in carcere solo perché la pena di un anno e otto mesi è al di sotto del limite oltre il quale si entra in cella ed è ricompresa nelle previsioni di esecuzione con pene alternative, come ad esempio l’impiego in strutture che erogano servizi sociali.

Quantomeno, finalmente, questo tormentone della pen-drive può dirsi definitivamente terminato.