CASERTA. L’imprenditore Salvatore Capacchione vince il round alla Corte di Cassazione: annullato con rinvio al Riesame un sequestro di beni e contanti per più di 1 MILIONE E MEZZO di euro

16 Febbraio 2026 - 18:17

Il decreto iniziale del gip di Smcv, il rigetto del ricorso da parte del Riesame e ora i punti che i giudici della Cassazione considerano fondamentali per le decisione di annullamento. Questa vicenda patrimoniale è connessa all’indagine penale che ha portato Capacchione ad essere indagato per i reati di autoriciclaggio connessi ad un’attività di offerta di false agevolazioni fiscali che avrebbero portato ad un incasso di più di 17milioni di euro

CASERTA – La Seconda Sezione penale della Corte di Cassazione, presieduta da Angelo Caputo, ha accolto il ricorso dell’imprenditore casertano Salvatore Capacchione contro l’ordinanza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

Tempo fa l’imprenditore Salvatore Capacchione ha subito un decreto di sequestro firmato da un gip del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, per un importo di 952mila euro considerati da quel giudice un profitto diretto conseguito dalla Ars Urbium, società riconducibile all’imprenditore di Caserta. Di questo sequestro fecero parte anche alcuni beni intestati sempre a Capacchione, una somma di 60.500 euro a cui furono affiancati alcuni orologi dal valore di 514.200 euro, dedotto da 5 fatture emesse dalla società Gioielleria Srl.

Contro questo decreto, Capacchione presentò ricorso al riesame di Santa Maria Capua Vetere, che rigettò l’istanza dell’imprenditore.

Successivamente, questi ha presentato un ulteriore ricorso, impugnando il divieto del Riesame, ricorrendo all’ultimo grado di giudizio, vale a dire quello della Corte Suprema di Cassazione. Questa procedura di sequestro preventivo ha marciato parallelamente all’indagine penale, operata dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Caserta, coordinata dalla Procura sammaritana. In questo contesto investigativo, Capacchione è stato indagato per i reati di autoriciclaggio, indebita compensazione, indebita percezione di erogazioni in danno allo Stato.

In questi giorni i giudici della Corte Suprema hanno fatto conoscere la propria decisione su quella che resta una misura cautelare di tipo patrimoniale, ricadente nella cornice giuridica dei sequestri a scopo preventivo, cioè finalizzati a tutelare beni e valori affinché questi restino congelati durante il periodo di realizzazione dei diversi gradi di giudizio, a tutela di chi eventualmente ha subito un danno dall’accumulo di questi finanziamenti, primo fra tutti lo Stato erogatore degli stessi.

Nel dettaglio, il ricorso è stato accolto. Ciò perché, per quanto riguarda il reato più grave, ossia quello di autoriciclaggio, mancherebbe una precisa definizione del cosiddetto locus commissi delicti, ovvero il luogo dove questo presunto reato si sarebbe concretizzato. Inoltre, il Riesame di Santa Maria Capua Vetere non avrebbe considerato il periculum in mora, arrivando attraverso una desunzione a stabilire l’esistenza del fumus. Mancano, secondo i giudici della Cassazione, concreti elementi che forniscano solida certezza sul modo con cui si possa realizzare il pericolo di dispersione di questi beni, frutto del profitto ottenuto dall’imprenditore, con conseguente necessità di mettere in opera la misura cautelare di tipo patrimoniale.

Non si tratta di un annullamento tombale e definitivo che si verifica solo quando la Cassazione decide, in una maniera o nell’altra, in una formulazione “senza rinvio”. In questo caso tutto il fascicolo del sequestro preventivo ritorna al tribunale del riesame di Santa Maria Capua Vetere che dovrà pronunciarsi stavolta tenendo precisamente conto dei rilievi avanzati dai giudici della legittimità.

Per la cronaca, i reati contestati a Capacchione risalgono a qualche anno fa e riguardano una presunta attività finalizzata a un illecito profitto ottenuto con la monetizzazione di crediti considerati fittizi, ceduti con un corrispettivo a terzi considerati dalla Procura della Repubblica in buona fede. Si tratterebbe di un’offerta di agevolazione fiscale che, sempre secondo l’accusa, Capacchione avrebbe offerto come soggetto mediatore, e dunque al centro, di un gruppo di imprenditori edili, professionisti e presunti prestanome. Queste agevolazioni fiscali venivano rese credibili attraverso un’attività tale da persuadere le vittime sul fatto che esistessero i requisiti per ottenerle. Il tutto avrebbe garantito a Capacchione e ai suoi alleati una somma di 17 milioni e 545mila euro.