TRUFFA ALL’INPS. Mamma prende la pensione per aver lavorato in comune: ma è tutto falso. L’imbroglio dei due dipendenti INPS e lo Stato che vuole i soldi dai 5 figli
18 Marzo 2026 - 13:37
CASAPESENNA – Una pensione per un lavoro che non aveva mai fatto è al centro della storia che vede coinvolta una famiglia dell’agro aversano. Dopo una lunga battaglia legale, la Corte di Cassazione ha messo la parola fine sulla vicenda: i soldi vanno restituiti all’Inps, anche se la diretta interessata, una donna di nome Gaetana, di Casapesenna, era del tutto estranea alla truffa.
La storia è quella di un raggiro ai danni dello Stato, andato in scena qualche anno fa. Due dipendenti dell’allora Inpdap (l’istituto che prima gestiva le pensioni dei pubblici dipendenti, oggi confluito nell’Inps) avevano inventato di sana pianta un rapporto di lavoro tra la signora Gaetana e il comune di Casapesenna. Peccato che quel rapporto di lavoro non fosse mai esistito. Sulla base di questi falsi, era stato erogato un trattamento di fine servizio, una somma consistente finita nelle tasche della donna.
Scoperto l’inganno e condannati i due dipendenti truffaldini in sede penale, l’Inps si è rivolto al tribunale civile per riavere indietro i soldi. La richiesta era rivolta non più alla signora Gaetana, ormai deceduta, ma ai suoi eredi, ovvero i suoi 5 figli.
Sia il Tribunale civile di Santa Maria Capua Vetere che, successivamente, la Corte d’Appello di Napoli hanno dato ragione all’istituto di previdenza. I giudici hanno stabilito che si trattava di un “indebito oggettivo”: quei soldi non erano dovuti, punto. E, anche se la signora Gaetana era stata solo uno strumento inconsapevole della truffa, la somma era stata effettivamente percepita. Per questo, gli eredi erano obbligati a restituirla.
I familiari hanno deciso di portare la questione fino in Cassazione, sperando in un ribaltone. La loro difesa si basava su due punti principali. Primo: secondo loro, l’Inps non aveva provato a dovere che il denaro fosse arrivato davvero alla signora Gaetana. L’istituto aveva mostrato i bonifici fatti alla banca che fungeva da cassiera, ma non la prova che la banca avesse poi girato quei soldi alla donna. Secondo: sostenevano che il termine per chiedere indietro i soldi, che di solito è di dieci anni, si fosse ormai prescritto.
La Cassazione, però, ha chiuso la porta a tutte queste argomentazioni. Con un’ordinanza depositata il primo marzo di quest’anno, gli “ermellini” hanno spiegato perché i ricorrenti non hanno ragione. Sul primo punto, i giudici hanno ricordato che nel processo del lavoro, come in questo caso, le prove sono ammesse con molta libertà. La Corte d’Appello, sulla base delle testimonianze e di tutti gli elementi raccolti, aveva ricostruito in modo convincente che la somma era stata effettivamente incassata. La Cassazione, corte che si occupa della legittimità delle sentenze emesse in precedenza, non può entrare nel merito di queste valutazioni: il suo compito è solo controllare che le regole siano state applicate correttamente e in questo caso, per la suprema Corte, lo sono state.
Sul secondo punto, relativo alla prescrizione, la sentenza è ancora più netta. I giudici di Napoli avevano stabilito che il termine per chiedere la restituzione era stato “sospeso” a causa del comportamento truffaldino dei due dipendenti infedeli. In pratica, siccome il credito dell’Inps era nato da un inganno, l’orologio della prescrizione era rimasto fermo
Il ricorso, quindi, è stato dichiarato inammissibile. Per i cinque fratelli Ragnino non c’è più scampo: dovranno restituire all’Inps quanto indebitamente percepito dalla loro congiunta. Una vicenda che lascia l’amaro in bocca, perché coinvolge persone probabilmente estranee alla truffa, ma che alla fine devono fare i conti con il principio giuridico fondamentale secondo cui i soldi pubblici, se presi senza titolo, vanno sempre restituiti. Anche a distanza di anni e anche se a prenderli, a suo tempo, fu un parente.
