IL NOME. Truffa le suore di AVERSA con un abbonamento da 80 euro al mese per “aiutare la Polizia”: CONDANNATO
21 Marzo 2026 - 12:14
AVERSA – Era il 2018 quando all’Istituto “Sorelle dei poveri di Santa Caterina da Siena” di Aversa arrivò una telefonata. Dall’altro capo del filo, una voce femminile che si presentava come la “dott.ssa Moretti”, appartenente alla Polizia di Stato, chiedeva un contributo per sostenere le forze dell’ordine. La richiesta sembrava legittima, tanto che le suore, dette saviniane, dal nome della fondatrice della congrega, la Beata Savina Petrilli, accettarono di sottoscrivere un abbonamento da ottanta euro per una rivista delle forze di polizia, convinte di fare una buona azione. Non sapevano che dietro quella telefonata si nascondeva un inganno studiato nei minimi dettagli.
A finire sotto processo fu Gabriele Giulio Cavalli, settantenne originario di Serracapriola, titolare della ditta FCR che si occupava della distribuzione delle riviste. Le indagini rivelarono presto il meccanismo fraudolento: le pubblicazioni oggetto degli abbonamenti, che le vittime credevano di acquistare per sostenere la polizia, venivano in realtà distribuite gratuitamente. I soldi versati finivano nelle casse dell’imputato, mentre il pretesto della beneficenza si rivelava un raggiro studiato per carpire la buona fede di chi, come le suore aversane, aveva una naturale propensione ad aiutare il prossimo.
La sentenza del Tribunale di L’Aquila del dicembre 2023 aveva condannato Cavalli per truffa e falso, una decisione poi parzialmente riformata dalla Corte d’Appello dell’Aquila nel settembre 2025. I giudici del gravame ridussero la pena a otto mesi di reclusione e duecento euro di multa, ma confermarono integralmente le statuizioni civili in favore della parte civile.
La difesa di Cavalli ha tentato fino all’ultimo di scardinare l’impianto accusatorio, con particolare attenzione proprio al caso della scuola di Aversa. Nel ricorso alla Cassazione, il legale ha sostenuto che le telefonate non fossero state effettuate dal suo assistito, ma da una donna, e che quindi non vi fossero prove del suo coinvolgimento diretto.
Ha inoltre sottolineato che le riviste potevano essere legittimamente vendute dalla ditta FCR in virtù di contratti con gli editori, e che le suore avevano regolarmente ricevuto gli abbonamenti sottoscritti, negando così la sussistenza del reato di truffa.
La Cassazione ha però chiuso ogni spiraglio. I giudici della Seconda Sezione Penale, con sentenza depositata il 13 febbraio 2026, hanno dichiarato il ricorso inammissibile, confermando di fatto la condanna. La Corte ha sottolineato come, anche a prescindere dall’identificazione dell’autore materiale delle telefonate, restassero prove schiaccianti del coinvolgimento di Cavalli: le riviste venivano spedite con plichi intestati alla sua ditta, e durante le perquisizioni furono rinvenuti i telefoni cellulari utilizzati per contattare le vittime, con utenze a lui intestate.
Con la dichiarazione di inammissibilità, Cavalli è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Rigettata invece la richiesta della parte civile di ottenere il rimborso delle spese relative al giudizio di legittimità.
