L’EDITORIALE. Centro per il rimpatrio CASTEL VOLTURNO. Sterile e banale la retorica della sinistra terzomondista, ma la scelta del governo Meloni è sbagliata e vi spieghiamo perché
23 Aprile 2026 - 13:16
Su queste cose bisogna ragionare, provando ad uscire dalle nefaste logiche curvaiole delle fazioni politiche, e occorre anche spiegare bene, in modo da evitare l’insidia del “mai nel mio giardino”. E’ una questione di un marchio di infamia che il governo ha tentato e sta tentando di combattere prima di tutto sul piano culturale a Caivano e che invece, a Castel Volturno, coltivando la percezione, l’evocazione del degrado universale, rafforza, rassegnandosi al destino di una enorme e ineluttabile zona franca di tutte le nefandezze
di Gianluigi Guarino
CASTEL VOLTURNO – Non sono e non siamo concettualmente contrari alla necessità di determinare delle regole all’immigrazione di cui l’Italia costituisce una sorta di mega hub non regolamentato, a causa della sua posizione geografica mai ristorata seriamente, al di là delle chiacchiere, da una vera costruzione di una politica europea di mutua assistenza e di mutua assunzione di responsabilità nella regolazione dei flussi. Gli altri Paesi, anche quelli dichiaratamente più progressisti, sbarrano le loro frontiere, ben sapendo che l’Italia sarà costretta a diventare una sorta di recipiente pieno del gas delle tensioni di un “tutto pieno” e “più che pieno” senza speranza.
Per cui la Francia, la Svizzera, la Croazia, l’Austria e di rimbalzo la Germania, l’Olanda ecc., riescono grazie al punto di approdo principale, ossia quello italiano, a realizzare una regolamentazione serena dei flussi. Noi, no. Siamo costretti e saremo sempre costretti, al di là del colore politico di chi ci governerà, ad assumere qualche misura di carattere straordinario che va necessariamente a incidere sugli aspetti ontologici della dignità dell’uomo inteso in quanto tale; saremo costretti perché acritica attuazione di un concetto di accoglienza che non ha però incubato seriamente in sé delle politiche di controllo numerico, si trasformerà in una bomba perennemente innescata e spesso esplodente che va ugualmente a ledere diritti dell’uomo com’è sicuramente quello di garantire uno straccio di sicurezza ai propri cittadini.
Le furbe e speciose propagande di chi utilizza periodicamente il tema dell’immigrazione, quale leva politica e politico-elettorale, tranciano costantemente l’equilibrio tra questi diritti, rimuovendo un concetto per me assolutamente ovvio, e cioè non è questione di razze, di neri, di bianchi, di turchini, di gialli, ma è semplicemente una questione di equilibrio antropico. Attenzione non antropologico, ma semplicemente antropico, cioè di relazione numerica, quoziente tra territorio, spazi fisici e persone che questi sfruttano, abitano. Se il quoziente va a puttane, non sarà il colore della pelle o la razza a determinare problemi di carattere sociale, di convivenza, ma semplicemente accadrà quello che può accadere in un qualsiasi luogo chiuso in cui tu fai stare cento persone quando a malapena ce ne potrebbero stare dieci. A un certo punto, lo scontro, il disordine, va, come si suol dire, da sé.
Ma questi sono discorsi che facciamo noi liberali, che abbiamo un cervello che come punto di partenza non si annette a nessun partito, e che forse negli ultimi 20-25 anni, non trova neppure dei punti di approdo che gli possano consentire di trovare delle convergenze solide in nessun partito del panorama nazionale. Questo è l’attuale destino, di chi si sforza, da un punto di vista liberale di utilizzare la logica e il buonsenso quali strumenti cognitivi che percorrono una strada di risoluzione dei problemi.
Utilizzare l’acronimo CPR è diventato, sempre nell’esposizione dozzinale della propaganda di chi vuole semplicemente sulle poltrone al posto di chi ci sta nel presente, evocazione di lager. In effetti non sappiamo se sono posti ospitali. Probabilmente non lo sono. Probabilmente avvengono situazioni in cui si va al limite del trattamento umano, ciò accade in quanto sono guidati, governati da uomini e da donne, ognuno dei quali ha un carattere, ha delle forme espressive che travalicano molto spesso, soprattutto nel nostro paese, i protocolli formativi, le regole di base, le cornici comportamentali, gli statuti.
I CPR non sono una soluzione buona, non lo sono affatto, se proiettiamo il concetto al mondo ideale nell’accezione platonica del termine. La Francia, la Germania, la Svizzera, l’Austria, finanche la Spagna in questo momento socialistissima non ne hanno bisogno, perché hanno l’Italia che incuba tutte le tensioni in una sorta di enorme centro di raccolta degli immigrati clandestini e irregolari – altro che Cpr – da cui i paesi europei possono attingere razionalmente e ordinatamente le quote che a monte hanno stabilito, facendo tutto ciò con la massima calma e stando ben attenti a non iniettare numeri eccessivi sovrapponendoli ai grumi di tensione che pure li connotano, onda lunga, spesso nera, delle immigrazioni del passato, non ancora totalmente assorbita e integrata come dimostrano le seconde e le terze generazioni, come cogliamo qualche volta quando soprattutto dalle banlieue le immagini degli incendi, delle devastazioni, dei casseur e dei ragazzi magari nati in Francia ma che non si sentono ancora francesi. Nel mondo reale, magari non lo chiami CPR, lo chiami diversamente; magari la sinistra lo ammanta di solidarismo, spacciato per solidarietà, schierando un po’ di associazioni di volontariato per garantire il comfort giornaliero degli immigrati naturalmente a favore di telecamere, però sempre quello è.
Speriamo che i CPR non servano più, ma purtroppo oggi, non per risolvere il problema per carità, ma solo per lenirlo, per ridurlo, per contenerlo, sono l’unico strumento che garantisce una minima quota parte di rimpatri degli immigrati irregolari.
E allora uno potrebbe dire: “Amici di Casertace, amico direttore Guarino di fede liberale, se te lo mettono però in provincia di Caserta, precisamente a Castel Volturno, tu all’improvviso cambi idea e adotti l’antico sistema ‘not in my back yard’, cioè ‘mai nel mio giardino’ “.
In poche parole, ok i CPR sono un male necessario ma sempre distanti da casa mia perché io non voglio, grane quando la sera ci ritorno, quando la mattina esco e quando i miei bambini della mia famiglia e di altre famiglie giocano. Allora bisogna spiegare bene, altrimenti si corre il rischio di esprimere un pensiero debole. E questo, non sia mai detto per un liberale.
E allora, con calma cerchiamo di esplicitare il motivo per cui non ci convince la scelta del governo di insediare a Castel Volturno, nell’area “Parco umido La Piana” un luogo di detenzione. Perché questo è, un luogo di detenzione – non giriamoci intorno, e definiamolo con le parole che realmente lo descrivono – che preventivamente blocca i movimenti di chi è arrivato in Italia, in maniera clandestina, violando però le leggi esistenti nell’ordinamento del nostro Paese.
Il governo Meloni ha cercato – non sappiamo fino a che punto ci è riuscito – di rovesciare una nitida evocazione quando ha varato un pacchetto di norme definito “modello Caivano”. Un punto di partenza, non certo di arrivo, perché in quel Parco Verde, in quell’autentico girone dantesco, non abitano solamente piccoli-grandi camorristi, piccoli grandi delinquenti, piccoli grandi diseredati, ma abita una cultura sedimentatasi nel tempo; sedimentatasi in decenni e decenni in cui è stata soprattutto l’ignoranza a compiere il suo sporco lavoro e a rappresentare il caldo giaciglio, la calda dimora che ha poi allevato i fenomeni di degrado sociale, di degrado morale e un conseguente modello criminale solidificatosi finendo per abbracciare ogni vita, anche quelle delle persone che non delinquono, che questo modello hanno accettato come un vero e proprio ordine sociale. La Meloni ha ritenuto che investendo soldi e risorse si potesse cominciare ad aprire qualche piccola crepa in questa sorta di Moloch inviolabile della brutalità e dei disvalori, che si nutrono vicendevolmente.
Caivano dunque viene individuato come un problema socio-culturale, prima ancora che di ordine pubblico dal Governo. La stessa cosa invece non viene fatta a Castel Volturno.
Questo centro e questa ampia area territoriale, negli ultimi trent’anni, sono diventati nella percezione nostra di casertani, sia in quella dei campani ma anche in quella affermatasi nel resto d’Italia, dove tanto e tanto brutto hanno visto alla TV, una sorta di grande porto franco in cui sono finiti, nell’immaginario collettivo, tutti gli immigrati che hanno scelto la strada della criminalità.
Non è propriamente così, si tratta di una visione sbagliata, in quanto frutto di una generalizzazione. Però i fatti accaduti, le tante operazioni delle forze dell’ordine, i panorami desolanti in cui si coglie chiaramente soprattutto dal lato del litorale una sorta di monopolio delle presenze antropiche di immigrati che trovano a Castel Volturno un luogo sicuro, per l’appunto una zona franca in cui sviluppare il proprio estro, le proprie attitudini criminali insieme a un numero ragguardevole di “indigeni”, a partire dalle strutture del clan dei Casalesi, hanno costituito una base solida per instillare nella testa della gente il disegno plastico di un luogo che diventa paradigma del male; paradigma del degrado, della sporcizia materiale e morale.
Tutto concentrato in pochi chilometri, perché già verso l’agro aversano c’è la camorra propriamente detta, quella costituita da soggetti di nazionalità italiana, che fin dagli anni ’70 hanno cominciato ad associarsi, organizzarsi, con modalità anche sopraffine per soggiogare il territorio e per asservire tante istituzioni pubbliche, in modo da conquistare e controllare l’economia infiltrandola mano mano che è diventata monopolio grazie al quale sono state costruite autentiche fortune, oggi in mano anche soprattutto a quei colletti bianchi che grazie agli investimenti e grazie alle protezioni ottenute dalla camorra, si sono insediati nei processi amministrativi riguardanti le gare di appalto, i pubblici affidamenti, costruendo patrimoni miliardari riciclati in ogni dove.
Castel Volturno è stata tutta un’altra cosa, e se è diventato quello che è, cioè capitato per un corto circuito causato da scelte politiche assolutamente scellerate. E vaglielo a spiegare alla gente che lì, negli anni ’70, si viveva benissimo. Che quei luoghi in estate erano tra le più accorsate ed eleganti località turistico-balneari del Sud Italia, che la relazione tra costa e mare erogava scenari naturali da sogno, panorami meravigliosi.
Più passa il tempo, più quel ricordo si dirada e più si afferma un modello Castel Volturno che è quello di un luogo in cui lo Stato volontariamente, coscientemente, ha deciso di allentare la sua presenza, le forme di controllo portando avanti, di fatto, il seguente ragionamento: mettetevi lì, fate quello che vi pare, esercitate ogni forma di perdizione, però fatelo in questo recinto territoriale e non rompete le scatole. Se adesso lo Stato va a costruire un CPR (centro di permanenza per rimpatri) rafforza questa percezione, anche al di là delle conseguenze effettive, reali, materiali che può avere l’incardinamento di un CPR lì a Castel Volturno. Peraltro ci fa anche un po’ sorridere l’idea che l’impianto potrà contenere a regime fino a 120 immigrati irregolari, clandestini, abusivi, chiamateli un po’ come vi pare. Perché a quel punto, se attorno al CPR ci saranno 50 poliziotti, basterà farsi un giro lungo la Domiziana, ma senza neanche esagerare 1 km o 1 km e mezzo al massimo, e la Repubblica italiana ne beccherà almeno il triplo di clandestini.
Spero di essere riuscito a rendere l’idea: un territorio che tutti dicono di voler aiutare a riscattarsi dal marchio di infamia che si è appiccicato addosso ma che gli hanno anche appiccicato addosso per vicende storiche, per scelte miopi operate dalla politica che ora sarebbe troppo lungo andare a citare per l’ennesima volta, ha bisogno anche di invertire il sentiero della sua reputazione, di qualcosa che sviluppi un’emozione, di una percezione immateriale. Si chiama immagine, no?
Negli ultimi vent’anni, l’unico contributo è stato frutto del sacrificio della famiglia Coppola grazie alla quale, Castel Volturno è diventata ed è ancora la residenza, l’impianto del quartier generale del Napoli Calcio che costringe i giornali, la televisione, a citare Castel Volturno per fatti sportivi, per cose riguardanti i massimi sistemi del calcio italiano. Ma un CPR, ripeto, al di là di quelle che possono essere le relazioni tra il suo insediamento e le conseguenze effettuali dello stesso, costituisce, per quello che negli ultimi trent’anni è stato Castel Volturno, una sorta di pietra tombale percettiva. Per cui, a mio avviso, e ad avviso di Casertace, la scelta operata dal governo e in particolare dal ministro dell’interno Piantedosi non è affatto lungimirante, men che meno generosa per questa terra.
