LA DOMENICA DI DON GALEONE…

26 Aprile 2026 - 05:44

26 aprile 2026 ✶ IV Domenica di PASQUA (A)

Solo chi ama, conosce davvero

I vangeli non vogliono tanto raccontare dei fatti, ma rivelare il loro significato profondo; gli evangelisti non sono dei cronisti, ma dei teologi. In questo brano, Gesù viene presentato come buon pastore: egli è punto di passaggio obbligato per arrivare alla salvezza; egli è la porta, cioè il sacramento fontale da cui ci viene ogni grazia.

Vita dura quella del pastore! Allontanarsi per settimane, non vedere che pecore e pascoli! La loro vita è amara più che dolce, sofferta più che goduta, penosa più che bucolica. Chi accetta questo lavoro, però, finisce per affezionarsi agli animali: le lunghe giornate e nottate trascorse insieme fanno sì che il pastore si senta più un padre che un padrone. Queste realtà il Signore le conosceva bene, come i suoi ascoltatori, popolo nomade e dedito alla pastorizia; le sue parole non erano nuove, come forse a noi moderni.

Gesù, buon pastore! Non dobbiamo pensare alle statuine di gesso, o all’agnellino sulle spalle di Gesù, perché, se leggiamo Giovanni con attenzione, ogni leziosaggine scompare, il linguaggio diventa ruvido: “È un ladro e un brigante … Il ladro viene per rubare, uccidere, distruggere”. Ma è presenta anche tanta tenerezza: “Chiama le sue pecore una per una, e le conduce al pascolo”. Siamo pecore? Che importanza ha? Siamo pecore tutti; tutti facciamo parte di qualche gregge o tribù o circolo o gruppo o Chiesa o, Dio non voglia, di qualche branco. Il gregge di Gesù non rende schiavi, non porta al vizio e alla rovina. Buon pastore? Forse molto meglio dire: pastore unico!

Sappiamo distinguere tutti la voce del “buon” pastore da quella dei ladri sfruttatori? Attorno a noi, in questo zoo umano, sentiamo ruggiti e ululati; Machiavelli stesso raccomandava al “principe” di essere “lione” e “golpe”, ma poteva anche aggiungere serpente e iena. Non è facile, ma è necessario distinguere la voce del Maestro: solo Lui ci potrà salvare. Bisogna tenere presente, soprattutto, che Gesù rivolge questa dura invettiva non solo contro i «pastori di Israele» (i leader religiosi), ma più in particolare contro i farisei. Perché questa denuncia? Perché i riti sono dei “mezzi” che rischiano di diventare “mercimonio” senza che la vita ne sia trasformata. Ecco perché l’elemento primario nel comportamento del rituale religioso è il rito stesso e la sua stretta osservanza, non l’éthos e la conversione (B. Lang, V. Turner, G. Theissen). La preoccupazione centrale di questi uomini è adempiere le norme, osservare i riti, essere considerati come uomini esemplari. Il problema è che rendono compatibile questa preoccupazione fondamentale con «vite occulte» e «sentimenti inconfessabili» che sono propri di autentici banditi. Buona vita!