Altra tegola sull’amministrazione di Gennaro Caserta. Guai per la famiglia dell’assessora Nicoletta Improta e di Barbara Cesaro, candidata di Zannini alla Regione. Stabilimento dei parenti chiuso e titolare indagato
27 Aprile 2026 - 16:09
Si tratta di un fatto pubblico. Naturalmente è una primissima fase dell’indagine, rispetto alla quale nessun marchio di colpevolezza può essere appiccicato addosso ai due imprenditori
TEVEROLA (fede.borr.) – Non è una ditta qualsiasi quella che, nella giornata di giovedì, è stata raggiunta da un’ispezione a tappeto da parte dei carabinieri della Forestale di Marcianise, coadiuvati dalla Polizia Municipale di Teverola.
Una visita di controllo che ha portato al sequestro dell’intero opificio e alla denuncia del titolare, che automaticamente viene iscritto nel registro degli indagati. Fermo restando che ciò non vuol assolutamente significare che il medesimo possa essere additato come colpevole di una condanna preventiva.
La premessa sulla “specialità” dell’impresa è doverosa, soprattutto perché, in senso lato, quando presunti reati riguardano persone direttamente imparentate con chi esercita funzioni di tipo istituzionale, o si è comunque un soggetto salito alla ribalta per una candidatura presentata in occasione di un’importante consultazione elettorale – quale è quella delle Regionali – si tratta di circostanze che fanno assurgere le medesime persone ad un rango di importanza pubblica che ne giustifica pienamente l’esposizione delle generalità.
Lo dovrebbero sapere bene, dunque, Nicoletta Improta assessora alla pubblica istruzione e all’edilizia scolastica nella giunta del sindaco Gennaro Caserta, e Barbara Cesaro, l’architetta candidatasi nella lista di Forza Italia alle ultime regionali, quota rosa della coppia elettorale formata da lei e dal consigliere regionale sospeso Giovanni Zannini, quando i maxi manifesti di entrambi furono srotolati su un edificio nella centralissima via Roma.
L’assessora e l’architetta hanno più di qualcosa in comune oltre alla passione per la politica. Anzitutto, sono cognate: i loro mariti sono infatti fratelli. La prima è legata a Pasquale Morra, la seconda ad Antonio Morra. E i due congiunti sono proprio i titolari della ditta specializzata in marmo finita sotto sigilli, la Morra Stone Srl situata sulla provinciale Teverola-Casaluce, cui legale rappresentante è appunto Antonio Morra, il marito della Cesaro.
Seguendo la linea descrittiva del comunicato stampa dei carabinieri, le irregolarità che, ripetiamo, potrebbero configurare dei veri e propri reati, appaiano molto gravi: i militari hanno rilevato che l’impianto risultava articolato in tre distinte aree, tutte accomunate dalla presenza diffusa di polveri biancastre, presumibilmente riconducibili al processo produttivo. Poi, quando è stato richiesto al Morra di esibire i necessari titoli autorizzativi per lo svolgimento dell’attività, questi non ha saputo fornire documentazione valida. Anzi, l’unica autorizzazione alle emissioni in atmosfera era assai datata, risalente addirittura al 2011, nonché intestata a un’azienda diversa. Ed anche quando i militari si sono recati presso gli uffici comunali non è stata fatta emergere alcuna pratica autorizzativa riferibile all’attività dei Morra.
Sulla base di quanto emerso, si è configurata l’ipotesi di emissioni in atmosfera prive di autorizzazione, in violazione della normativa ambientale vigente. I carabinieri hanno pertanto disposto il sequestro dell’intero stabilimento e segnalato il titolare all’autorità giudiziaria in stato di libertà. Nel corso delle verifiche sono state inoltre irrogate sanzioni amministrative per un importo superiore a 5.000 euro, dovute alla mancata iscrizione al registro elettronico nazionale per la tracciabilità dei rifiuti e all’assenza dei registri di carico e scarico relativi ai rifiuti speciali prodotti.
