ALLA ZANNINIMANIERA. Il sindaco Michele Apicella umilia la Prefettura che gli aveva chiesto di non farlo, e approva il Puc ad una settimana dalle elezioni. Leggi e giurisprudenza dimostrano che è un atto illegale

18 Maggio 2026 - 19:48

Non ci eravamo certo illusi che un articolo sarebbe servito a dissuaderlo. Non ci è riuscita neppure una lettera della Prefettura. Molti ci hanno criticati, accusandoci di un eccesso di enfasi e di atteggiamento persecutorio, quando abbiamo messo insieme, in un rapporto di causa e d’effetto, la brutalità di Giovanni Zannini con il suo consenso che non ha eguali in Italia. La vicenda di Trentola è espressione di una deriva trogloditica con la quale le istituzioni diventano dei luoghi di spoliazione da parte di una serie di piccoli Attila, di pesci piranha che manco l’osso fanno sopravvivere

TRENTOLA DUCENTA (g.g.) Quando, l’altro giorno, abbiamo pubblicato l’articolo sull’incredibile decisione presa dal sindaco Michele Apicella di convocare un consiglio comunale a una settimana dalle elezioni per approvare il PUC del comune di Trentola Ducenta, sapevamo bene che quell’articolo non sarebbe servito a persuaderlo dal desistere.

Lo sapevamo bene perché in questo atto, come del resto in tanti altri atti erogati dai comuni di questa provincia, non c’è buona fede. E quando non c’è buona fede, lo strumento della persuasione, delle parole che possono dissuadere dall’intraprendere una procedura che, a nostro avviso, non è solamente inopportuna ma è proprio illegale, alla luce del testo letterale dell’art. 38 comma 5 del TUEL (CLICCA E LEGGI IL NOSTRO ARTICOLO DELL’ALTRO GIORNO), non serve assolutamente a nulla. Il nostro percorso professionale, qui in provincia di Caserta, soprattutto quando si tratta di raccontare gli aspetti trogloditici della politica che si sviluppa – pardon, si sotto sviluppa – in molti comuni dell’agro aversano, è stato anche un percorso di vita.

Abbiamo capito che c’è poco da fare e da sperare contro una mentalità che si adagia su un’incultura universale e apparentemente irreversibile, che non riguarda solamente la scarsa conoscenza da parte delle persone dei fatti della politica, soprattutto quando questa è chiamata a gestire l’istituzione della cosa pubblica. Perché ci sono fatti talmente deplorevoli, talmente gravi, talmente evidenti, che non occorre un bagaglio consistente di nozioni amministrative per valutarli, per giudicarli.

Ricorriamo a un esempio, così ci capiamo meglio: mettiamo che in un comune di 20mila abitanti, in pratica demograficamente speculare a quello di Trentola, che sia ubicato in Emilia Romagna, in Toscana, in Umbria, nelle Marche, in Veneto, in Lombardia, in Piemonte, un sindaco che è anche ricandidato alla massima carica cittadina abbia deciso di approvare il PUC a sette giorni dalle elezioni. Magari sarebbero stati contenti i beneficiari, quelli che hanno visto crescere esponenzialmente il valore dei terreni di loro proprietà, ma tutto il resto dei cittadini avrebbe preso le distanze da un’operazione del genere che nell’urna elettorale si sarebbe trasformata in un boomerang. Esattamente il contrario dell’effetto elettorale che una porcheria del genere potenzialmente determina nella troglosfera agro aversana.

Ma questo è un puro discorso di scuola, accademico, fondato su quella che in alcune simulazioni matematiche si chiama ipotesi per assurdo. Perché in un posto normale, ma appena normale, nessuno si sognerebbe di approvare un piano regolatore a una settimana dalle elezioni. E questo lo affermiamo in base a una sorta di ius civile che non ha nulla a che vedere con la legge applicata, ma è una sorta di diritto naturale, dato che rappresenta una categoria che precede, che rende anche inutile il ricorso alla legge per determinarne il discrimine della possibilità o dell’impossibilità di realizzare una roba del genere. È, dunque, un fatto di civiltà, di buona educazione istituzionale, di cultura minima, fondata sul rispetto di se stessi prima ancora che della res publica che si amministra.

Se poi entriamo esplicitamente nella carne viva del diritto amministrativo, non c’è dubbio. Come abbiamo detto, l’articolo 38 del TUEL parla chiaro. Noi lo abbiamo facilmente interpretato l’altro giorno, e siccome non siamo i depositari della verità rivelata del diritto e della legislazione, siamo andati a pescare qualche sentenza del Tar e del Consiglio di Stato.

Pensate un po’: il TAR della Liguria ha esercitato la sua potestà su un PUC adottato da un commissario ad acta. Ad acta significa che lui è stato nominato, probabilmente dalla Regione Liguria, proprio in relazione a un’inadempienza del comune in questione nell’approvazione del PUC nel rispetto dei tempi stabiliti. In poche parole, la funzione obbligatoria di un commissario ad acta viene revocata da un TAR in quanto non viene riconosciuto a questa figura terza, estranea alla politica di quel comune, la sua impermeabilità rispetto a una procedura che, nel momento della nomina del commissario, ha neutralizzato, bloccato, fermato, la funzione della politica nell’atto di approvazione di un PUC. Dunque quel 21 maggio, data del via libera del commissario ad acta ligure, viene relazionato alla data delle elezioni fissata in quell’anno 2019, in quel dato comune della Liguria, per il 26 maggio, momenti troppo vicini che possono dunque condizionare la libera espressione del voto dei cittadini elettori.

Già nel 2012, su questa materia, si era espresso il TAR del Veneto che anticipava quello che avrebbe fatto il TAR della Liguria nove anni dopo: annullò la delibera di approvazione del PUC in quanto questo era stato approvato dopo l’indizione dei comizi elettorali. In poche parole, il TAR del Veneto interpretò – ma non è che ci volesse un maestro dell’esegesi del diritto amministrativo per farlo – il dettato del già ciato dell’art. 38 comma 5 del TUEL, il quale usa due aggettivi relativamente agli atti che un consiglio comunale può approvare dopo l’indizione dei comizi elettorali: “urgenti e improrogabili”.

Di fronte alla visione del legislatore, di fronte alla necessità di tener pulito il principio di libertà da ogni condizionamento del voto del cittadino elettore, un PUC non è né urgente e men che meno improrogabile. L’ovvio riconoscimento da parte della giurisprudenza della prevalenza del un principio fondamentale che affonda le sue radici nel dettato costituzionale, ossia la garanzia di libertà di espressione del voto, taglia totalmente la testa al toro E ammesso e non concesso, altra ipotesi per assurdo, che qualcuno si possa mettere a questionare sul valore e sul significato di questi due aggettivi, il principio per cui la legge tutela la libertà di espressione del proprio voto, affrontando non a caso il tema degli atti amministrativi approvabili dopo l’inizio della campagna elettorale, tagliamo totalmente la testa al toro. Ecco perché noi parliamo di atto illegale spingendoci anche oltre al limite tracciato – finalmente una botta di vita da Palazzo Acquaviva – dalla Prefettura di Caserta che ha scritto al sindaco Apicella e al presidente del consiglio comunale Ferdinando De Chiara chiedendo loro di astenersi da questa approvazione per evidenti motivi di opportunità.

E se un sindaco come Apicella se ne frega anche di una lettera della Prefettura, attaccandosi pretestuosamente ad un presunto tempo perso dall’amministrazione provinciale, la quale, come si sa, deve svolgere, con i suoi uffici, la verifica della rispondenza di ogni PUC ai carichi urbanistici, definiti per ognuno dei comune della provincia di Caserta, dal PTCP (che sta per Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale), strumento sovra ordinato rispetto al PUC e che a sua volta deve rispettare la cornice disegnata dal piano regionale urbanistico, in quanto anche la Regione Campania esercita la sua funzione di controllo, non a caso esposta con vive censure, per eccesso di carico, per troppo cemento, nel momento in cui ha esaminato il PUC del Comune di Trentola. E allora non si deve offendere Apicella nel momento in cui lo additiamo come un interprete di una brutalità politico-istituzionale che, sarà anche un caso, appartiene a tutti quei sindaci agganciati e arruolati da Giovanni Zannini in questa provincia e nell’agro aversano in particolare.

Quello che ha fatto Michele Apicella potrebbe anche essere sufficiente per conquistare voti sufficienti a poter vincere le elezioni. Ma ciò accadrebbe per effetto di un’alterazione del processo di libera espressione del voto. Un atto di questo tipo cataloga l’attuale sindaco di Trentola in un elenco, in un quaderno di amministratori (si fa per dire) che fanno della prevaricazione, dell’aggressività politico-istituzionale, il loro credo.

Non è improprio connettere l’atto spregiudicato, senza precedenti, realizzato da Michele Apicella al grasso lessico degli insulti e delle contumelie scritte dal sindaco di Casaluce, Francesco Luongo, altro zanniniano di ferro contro questo giornale (CLICCA E LEGGI IL NOSTRO ARTICOLO DI IERI); non è improprio connetterlo, sul piano della mentalità che lo sorregge, alla raffica di querele presentate nei nostri confronti da Anacleto Colombiano ricalcando lo stesso metodo che molto poco ha portato bene a quello che l’attuale presidente della Provincia ha chiamato “questo pastore del nostro gregge”, cioè Giovanni Zannini, e a Giorgio Magliocca.

Al primo cittadino di Trentola, vogliamo infine regalare un’altra pillola giurisprudenziale, questa volta tombale, di sicuro la più importante, perché a pronunciarsi sulla questione, nel 2023, è il Consiglio di Stato, vale a dire il massimo organismo della giurisdizione amministrativa, il quale si è pronunciato su una questione inerente a una delibera di approvazione di un PUC revocata dal TAR. I giudici di Palazzo Spada hanno precisato che la limitazione espressa dall’articolo 38 comma 5 del TUEL riguarda gli atti del consiglio comunale e non quelli della giunta: in poche parole il Consiglio di Stato conferma, solidifica e rende granitico il principio di una non approvabilità di un PUC in piena campagna elettorale.

È chiaro che un qualsiasi cittadino, e non sarà difficile che salti fuori, il quale abbia un interesse diretto, leso dall’approvazione del PUC di Trentola Ducenta, potrà impugnare la delibera del consiglio comunale davanti al TAR della Campania, che di fronte a questa giurisprudenza granitica non potrà che revocare questo atto.

L’antropologia dello zanninismo

Ma ciò a Michele Apicella non interessa, lui vuole mandare un segnale elettorale a quelli che diventeranno ricchi grazie a questo PUC e che in questa settimana si faranno in otto per lui. Ciò significa alterare il processo di libera espressione del consenso. Una preoccupazione che ha percorso anche la Prefettura di Caserta nel momento in cui ha spedito la sua missiva al comune di Trentola. Ma la Prefettura non sa con chi ha a che fare. La Prefettura ritiene che parlando di inopportunità si vada a stimolare la preoccupazione di un sindaco, di un professionista, il quale di fronte a un alto richiamo istituzionale sa, prima di tutto per amor proprio, che deve operare un ripensamento. La Prefettura non sa che certi comuni dell’agro aversano sono una giungla senza leggi e senza regole. Anzi, con una legge, quella del più forte, quella del più spregiudicato.

Una struttura della potestà su cui Giovanni Zannini ha costruito un consenso senza eguali in Italia. Perché 32mila voti di preferenza, in rapporto alla popolazione degli aventi diritto al voto in provincia di Caserta, costituiscono una cifra record, sicuramente ineguagliata a livello nazionale. E siccome Zannini non è De Gasperi, Giorgio La Pira, Togliatti o Almirante, ciò è potuto capitare perché si è creata un’articolazione del consenso fondata proprio sull’esistenza e su un particolarissimo esercizio della potestà da parte di sindaci come Michele Apicella che hanno imparato da Zannini a non temere la legge, il diritto, la buona pratica del rispetto delle istituzioni. Quando noi abbiamo scritto tante volte che lo zanninismo ha avvelenato definitivamente i pozzi del sistema sociale della provincia di Caserta, hanno detto che esageravamo.

E beh, guardate questo rito tribale consumatosi a Trentola Ducenta e vedrete che di qui a poco, come abbiamo avuto ragione alla lunga in tante altre circostanze, avremo ragione anche nella nostra estensione a fattori antropologici quali elementi di costituzione di un consenso malato e assolutamente tossico.