Ecco perché l’accusa a Martusciello è fantozzianamente “una boiata pazzesca”. Punto per punto la affrontiamo sul piano logico e sostanziale
15 Luglio 2026 - 19:56
Da quando abbiamo saputo che la presunta operazione corruttiva consistente in quattro assunzioni nella Huawei sarebbe stata legata a un’Academy attivata dall’Univeristà casertana Vanvitelli, con l’azienda cinese ci abbiamo iniziato a lavorare col nostro solito spirito laico e liberale. Purtroppo per voi lettori, prima di entrare nel merito vi dovete sorbire una noiosa autocitazione che spiega la nostra linea editoriale. Però, siccome si tratta di un fatto molto serio, allora chi vuole, può passare appresso in quanto l’articolo è suddiviso in paragrafi
CASERTA (g.g.) – Questo giornale cerca continuamente di mostrare il suo spirito liberale. E già, perché noi liberali lo siamo sul serio e di una tensione a un convinto rispetto dei principi del liberalismo è intrisa la nostra linea editoriale.
La grassa ignoranza che, impera in questa provincia, rutta la seguente sciocchezza da anni: cosa c’entrano con il liberalismo i toni durissimi che Casertace utilizza in diverse circostanze? Stupidaggine colossale: il liberalismo non è una forma di espressione estetica, definita da un canone posturale; il liberalismo è una concezione della vita che si basa su uno sforzo costante, inesausto, di riconoscimento, di legittimazione neutra e neutrale delle idee altrui.
Riconoscimento e rappresentazione, al di là della condivisione. Questo giornale chiede sempre, proprio sempre e ancora sempre, a chi si ritiene toccato dai suoi articoli di contestare, confutare, realizzando però lo stesso sforzo a cui quotidianamente ci sottoponiamo per argomentare le tesi che esprimiamo. Il fatto che queste siano esposte in maniera più o meno muscolare non conta un tubo nella definizione della nostra caratura di liberali, perché il linguaggio è, questo sì che appartiene alla disciplina dell’estetica e non a quella della dottrina.
I lettori più attenti di Casertace sanno benissimo che non c’è stata una sola riga inviataci a contestazione di nostri articoli che noi non abbiamo pubblicato o che abbiamo censurato. E sanno anche bene che Casertace ha sviluppato una ricerca continua e unilaterale di fatti e di atti che possano eventualmente mettere in discussione le nostre tesi. Lo facciamo proprio perché siamo dei liberali senza se e senza ma.
Ad esempio, quanti articoli avete letto in Casertace densi di argomentazioni molto dure nei confronti di Fulvio Martusciello, europarlamentare e coordinatore regionale di Forza Italia? Decine e decine. Rispetto al suo accordo politico con Giovanni Zannini e anche quando è stato iscritto nel registro degli indagati da parte della magistratura belga per l’ormai nota vicenda Huawei.
Ora, nel momento in cui i magistrati dell’accusa hanno ottenuto l’autorizzazione del Parlamento europeo per procedere nella loro indagine, non è solo normale, ma è doveroso staccarsi dalle notizie schematiche e sommarie delle agenzie di stampa per procedere alla nostra maniera, alla solita maniera, alla maniera di Casertace. Dunque, documenti in mano e solito proverbio guida di ogni nostra azione professionale: carta canta, villan dorme.
L’ACCUSA DELLA MAGISTRATURA BELGA
Abbiamo tradotto diligentemente dal francese l’ipotesi di accusa, non a caso piena di condizionali, formulata dalla magistratura belga e ispirata dalle dichiarazioni di Valerio Ottati, lobbista della Huawei, il quale afferma di aver avvicinato Martusciello per ottenere sostegno nel momento in cui anche l’Europa, dopo gli Stati Uniti, si apprestava ad erigere barriere doganali, in pratica dazi, per contenere la concorrenza dei prodotti cinesi, tra cui gli smartphone, che sortiscono da un contesto produttivo comunque diretto dallo Stato centrale e dunque con un costo del lavoro che non potrà mai raggiungere i livelli di quello di una qualsiasi democrazia, di una qualsiasi economia di mercato. A fronte di questa sollecitazione lobbistica, Martusciello avrebbe presentato, secondo Ottati degli emendamenti a provvedimenti protezionistici posti all’attenzione e sottoposti al voto dell’assemblea di Strasburgo e Bruxelles in cambio di un vantaggio personale che configurerebbe il reato di corruzione.
UN’ACCUSA CHE NON REGGE PRIMA DI TUTTO PER LOGICA
Embè, verrebbe da dire. Le lobby sono l’anima del parlamentarismo americano. Di per sé non sono promotori di attività criminali. Possono anche diventarlo, ma almeno nel senso anglosassone del termine, criminali non sono. Lo sanno bene anche i magistrati belgi che per questo hanno voluto costruire un’avventurosissima e piuttosto inverosimile ipotesi corruttiva: in pratica, Martusciello si sarebbe messo a disposizione in cambio di quattro assunzioni da parte dell’azienda cinese, che avrebbe pescato la quaterna da un corso di formazione, definito in slang angloamericano “academy”.
Ora, già pensare che Martusciello possa imbastire un’attività parlamentare ad alta esposizione e da bastian contrario rispetto alle posizioni dominanti, maggioritarie esistenti nel parlamento, per impiegare quattro persone in un’azienda di telefonini, sfida la logica di un realismo fondato sulla conoscenza delle cose della politica e della loro lettura con lo strumento del buonsenso, rispetto al peso e delle possibilità che può avere un politico come Martusciello.
Un peso che rende inverosimile anche la semplice ipotesi corruttiva, proprio esistendo una sproporzione netta, palmare, improponibile tra l’entità dell’azione parlamentare e il presunto compenso corruttivo dei quattro posti che, ammesso e non concesso Martusciello volesse garantire ad altrettanti suoi “clientes”, ci impiegherebbe tre minuti contati, utilizzando modalità legali e nient’affatto rischiose.
QUANDO SOLO PER I PM VALGONO LE DEDUZIONI LOGICHE
Ma questi ragionamenti i Pubblici Ministeri li definiscono suggestivi. Ovviamente quando non li fanno loro, dato che le ordinanze e ogni provvedimento che arriva da chi esercita l’azione penale come inquirente sono pieni, pienissimi, di deduzioni logiche che molto spesso sono effettivamente logiche, ma che poi dovrebbero essere tali anche nel momento in cui portano a considerare l’accusa poco credibile ed eventualmente insostenibile in un giudizio. Altrimenti la suggestione di un ragionamento logico diventa un processo dialettico a intermittenza, selettivo, e questo non va bene perché squilibra l’azione dell’inquirente rispetto a quella di un indagato, il quale può porre ogni argomento, può esporre ogni tipo di chiaro contenuto a sua discolpa, tanto fa lo stesso visto che nella fase iniziale di un’indagine quello che conta è solamente il punto di vista dell’accusa.
VENIAMO AI FATTI: LA VANVITELI SMENTISCE IL RACCONTO FANTASTICO SULL’ACADEMY HUAWEI
E allora togliamo di mezzo la suggestione, la deduzione logica e veniamo ai fatti. Martusciello avrebbe, secondo i magistrati belgi, determinato le condizioni affinché quattro suoi protetti entrassero in questa Academy della Vanvitelli e, per effetto esclusivo di tale partecipazione, venissero poi assunti dalla Huawei.
Siccome questi fatti sarebbero accaduti in un’università casertana che ha nel capoluogo i suoi uffici, sia quelli dei dipartimenti didattici che quelli dell’amministrazione, con sedi e facoltà decentrate ad Aversa, Santa Maria Capua Vetere e Capua, l’argomento diventa giocoforza d’interesse di questo giornale, chiaramente avvantaggiato nell’acquisizione di informazioni precise.
L’ACADEMY? NESSUNA SELEZIONE NE’ IN ENTRATA NE’ IN USCITA DIREZIONE HUAWEI
Uno dei vertici operativi dell’Università della Campania, colui che ha competenza sull’organizzazione di queste Academy è Ferdinando Montecuollo. Lo abbiamo ascoltato al telefono. Ci ha detto quattro cose molto chiare. Innanzitutto che ignora i contenuti dell’indagine in questione. Inoltre, non ha mai incontrato Fulvio Martusciello in vita sua, ma la cosa più importante è quello che afferma nelle ultime due argomentazioni esposte. L’Academy si è svolta con un sistema aperto. In poche parole, si potevano iscrivere tutti gli studenti della Vanvitelli. Non c’era nessun processo di selezione. Non c’era alcun vincolo, alcun requisito da presentare se non quello di essere uno studente dell’Università della Campania. L’iscrizione avveniva attraverso un percorso online, per cui non era possibile realizzare a monte un qualcosa che potesse favorire la prospettiva di uno o di un altro partecipante.
Infine, non è esistita nessuna selezione realizzata dall’Università alla fine dell’Academy, e dunque, anche in questo caso, non c’è stata nessuna attività formale che ha connesso all’Academy un processo di selezione riguardante quelli che vi hanno preso parte e conseguentemente scelti in quanto partecipanti al corso di approfondimento.
In poche parole, dove stanno questi quattro soggetti che Martusciello avrebbe favorito in cambio della sua attività e delle sue iniziative parlamentari in favore di Huawei? Non ci sono, non esistono.
C’E’ UNA PROVA: OTTATI E’ UN BUGIARDO. IL GPS HA DETTO PRAGA
L’ultimo paragrafo dell’articolo lo dedichiamo a chi ha accusato il parlamentare europeo di Forza Italia. Valerio Ottati prendeva bonus dall’azienda cinese dei telefoni e degli smartphone in base agli obiettivi raggiunti e in base al successo della sua attività di lobbying, anche se questa fosse sfociata in delle situazioni rischiose e discutibili. Questi bonus venivano attribuiti in base a dei rapporti, a delle relazioni in cui praticamente il soggetto in questione avrebbe potuto tranquillamente, come poi riteniamo abbia fatto, “cantarsela e suonarsela”. E c’è una prova, questa sì che è una prova di ciò: Ottati dice infatti di aver avvicinato Martusciello, che si sarebbe impegnato per difendere nel Parlamento europeo la Huawei in cambio dei quattro posti. È bastata questa dichiarazione per ottenere il bonus. Ripetiamo, glieli avrebbero attribuiti, e Ottati lo sapeva bene, senza andare a controllare la veridicità delle sue affermazioni. Lui ha anche detto ai cinesi di aver incontrato Martusciello e di aver organizzato riunioni con altri parlamentari.
Nel computer di Ottati è stata trovata, poi – ed è questo il punto cruciale di ogni ragionamento relativo all’indagine – una traccia di un presunto incontro tra lui e Martusciello a cui avrebbe partecipato anche l’assistente di quest’ultimo. Durante tale incontro sarebbe stato stabilito il do ut des. Piccolo particolare: nel giorno indicato da Ottati in quell’appunto, che avrebbe dovuto presumibilmente diventare una relazione presentata a Huawei, Martusciello si trovava a Praga, come l’indagato può facilmente provare. Le prove di verifica GPS della sua presenza, nel giorno in cui Ottati afferma di averlo incontrato in Belgio, nella capitale della Repubblica Ceca forniscono una verità giudiziaria. Chiara e inoppugnabile: se Ottati dice che il giorno tot lui e Martusciello si sono incontrati in belgio o anche mettiamo anche in Italia, mentre quest’ultimo, in realtà si trovava, come effettivamente si trovava a Praga, in maniera inoppugnabile, come potrà verificare la magistratura belga a cui queste prove sono già state consegnate, vuol dire che il lobbista o pseudolobbista, o sedicente lobbista di Huawei ha raccontato una bugia ai magistrati dopo averla messa nero su bianco in un appunto presumibilmente da inviare all’azienda cinese dei telefonini.
Se, dunque, l’affermazione cardine, su cui si basa tutta la costruzione logica delle dichiarazioni rilasciate da Ottati ai PM di Bruxelles è falsa, vuol dire che il soggetto in questione ha potuto mentire anche su tutti gli altri elementi della vicenda.
Conclusione: nemmeno il pool di Milano, quelli che Berlusconi e Forza Italia se li sognavano anche la notte, quelli che il Manifesto del Cavaliere e del logo forzista lo avevano messo di fronte al loro letto, così come Rocky Balboa aveva fatto con l’immagine di Ivan Drago, avrebbero osato tanto.
