BENI CONFISCATI, ecco come il clan dei CASALESI ha spernacchiato e forse spernacchia ancora lo Stato, riprendendosi con gli interessi i valori persi con l’atto di confisca

24 Settembre 2022 - 12:59

CasertaCe, di tutto può essere tacciata, fuorchè di essere una passiva riportatrice delle dichiarazioni di Nicola Schiavone, figlio di Francesco Schiavone Sandokan. Quando ha detto cose che non ci convincevano, quando abbiamo ritenuto che la stava sparando grossa, l’abbiamo sempre sottolineato a chiare lettere. Ma stavolta, lui cita dei fatti specifici, due immobili di Casal di Principe realmente confiscati e assegnati alla proprietà municipale. Cose dunque che si possono riscontrare e che appaiono come solamente degli esempi tra tanti altri. Ci piacerebbe veramente trascorrere una settimana di romitaggio per leggerci e farci leggere gli ultimi 25 anni di delibere e determine del comune di Casal di Principe per poi passare a quelle di tutti gli altri comuni che hanno acquisito in questa provincia centinaia e centinaia di milioni di euro in beni confiscati alla camorra

CASAL

DI PRINCIPE – (g.g.) Perchè Caserta è l’ultima provincia del mondo e non solo d’Italia? E mo’ ve lo diciamo subito: perchè mentre in un altro punto del pianeta, dichiarazioni, come quelle rilasciate a verbale dal collaboratore di giustizia Nicola
Schiavone, non uno qualsiasi, ma il figlio di Francesco Schiavone Sandokan, fondatore e capo indiscusso del clan dei casalesi, susciterebbero quantomeno un dibattito, quantomeno una assunzione di responsabilità da parte delle autorità di governo, prefettura in primis, qui da noi vengono trattate come se si trattasse di un comunicato stampa sulla sagra delle castagne o dei funghi.

Leggete in calce a questo articolo “cosa si fida di dire” questo qua. Attenzione, CasertaCe ha più volte esposto le sue perplessità su certe dichiarazioni rese da Nicola Schiavone e apparse, ai nostri occhi, cioè agli occhi di chi è stato assiduo, attentissimo testimone del tempo, di un’intera generazione segnata dal dominio del clan dei casalesi e dalla sua infiltrazione in molte strutture, grandi e piccole della pubblica amministrazione casertana. C’è sembrato, infatti che il pentito oltre ad essere una persona sufficientemente colta, è anche uno a cui piace la ribalta e a cui piace l’idea di far capire a tutti, attraverso il proprio racconto, che lui muoveva i fili del mondo intero, avendo il peso criminale per condizionare tutto quello che decideva di condizionare nella politica, negli affari e nel sistema degli appalti.

Insomma, in qualche occasione, e lo abbiamo scritto, c’è sembrato che Nicola Schiavone l’abbia sparata grossa. Però, quando lui parla dell’argomento dei beni confiscati alla camorra che appartiene a quelli autocelebrativi, auto-elegiaci, adatto a definire quella che vorrebbe essere una sorta di icona criminale, fornisce una serie di informazioni che si prestano in maniera agevole al controllo e al riscontro storico documentale.

Perchè Nicola Schiavone non si limita a dire che loro, quelli del clan dei casalesi, di cui per 5 o 6 anni è stato il capo, si rivalevano beffardamente nei confronti dello stato, in quanto mal sopportavano i momenti in cui questi sottraeva la proprietà di immobili, ma anche di beni mobili a camorristi, alle loro famiglie o ancor più spesso ai loro prestanome; non si limita a dire che questa beffa avveniva grazie alla compiacenza, alla collusione, alla corruzione imperante negli uffici di tanti comuni della provincia di Caserta a cui lo stato attribuiva alla fine di una procedura più o meno lunga, la proprietà dei beni confiscati; non si limita a raccontare il meccanismo attraverso cui i proprietari colpiti, prima da sequestro e poi dalla confisca, si rifacevano di tutti o di parte dei soldi pesi per effetto di questa.

No, Schiavone non si limita a dire questo. Se lo avesse fatto, noi avremmo scritto che probabilmente questo aveva rappresentato un nuovo esempio di realtà aumentata, per non dire una smargiassata. Sollecitato da chi lo interroga, Nicola Schiavone espone due esempi precisi, due confische, realizzate a Casal di Principe su cui il clan dei casalesi è riuscito a mettere le mani facendo rientrare dalla finestra i soldi e i valori persi usciti dalla porta grazie alla confisca.

L’anello debole? Come si diceva, i comuni che essendo popolati di impostori, di mariuoli, di dirigenti, di politici, di funzionari, di impiegati sensibili e disponibili a farsi corrompere, hanno assecondato i desideri che la camorra gli notificava attraverso messaggeri, com’era ad esempio, per Nicola Schiavone, il più volte citato Dante Apicella detto Dantuccio a damigiana.

I due casi citati in maniera circostanziale dallo Schiavone, sono i seguenti: “Mi chiedete – dichiara a verbale durante un interrogatorio del 25 settembre 2018 – di fare un esempio di case confiscate su cui ho applicato il mio ordine e io le faccio riferimento – aggiunge Schiavone rivolgendosi ai magistrati e agli esponenti della polizia giudiziaria che lo interrogano – alla casa confiscata a Egidio Coppola a Casal di Principe nella zona di Santa Maria Preziosa nonchè alla casa di mio zio Giuseppe Natale che si trova tra piazza Padre Pio e Piazza Villa. Per questi due lavori consegnai la mia direttiva a Dante Apicella il quale poi aveva l’incarico di tradurla in concreto.

In poche parole, il comune di Casal di Principe secondo quello che racconta Schiavone, una volta incamerata dall’agenzia nazionale dei beni confiscati alla camorra, struttura costituita nel ministero dell’interno, ha deciso una destinazione sociale, naturalmente congrua rispetto a quelle che erano le possibilità previste dalla normativa. Subito dopo quella destinazione ha dovuto aprire una procedura finalizzata a compiere lavori di ristrutturazione, di adeguamento per i quali il comune in questione doveva pubblicare un bando, una gara d’appalto.

E allora, Nicola Schiavone contemplava tre possibilità: “Convocavo il proprietario dell’immobile confiscato e lo ponevo di fronte ad una scelta: precisamente lui poteva scegliere se indicare direttamente una ditta a cui far realizzare il lavoro e questa sarebbe stata da me direttamente proposta al comune come assegnataria dei lavori. Quindi il proprietario confiscato poteva rientrare così del valore del bene confiscato direttamente con l’impresa da lui scelta la quale gli versava l’utile ricavato. La seconda scelta che offrivo al proprietario del bene confiscato consisteva nella possibilità di usufruire della ditta che io stesso gli fornivo quando lui non ne aveva una di sua fiducia o nel caso in cui quella da lui designata, a me non piaceva. Anche in questo caso, tutto l’utile sarebbe stato versato al proprietario e l’impresa si militava a trattenere solamente l’importo per le spese vive. La terza ipotesi consisteva nella decisione assunta dal proprietario dell’immobile confiscato di vendersi il lavoro. In questo caso, il proprietario confiscato non aveva alcun rapporto con la ditta, ma questa gli versava immediatamente anche prima dell’inizio dei lavori e ben prima del momento in cui i soldi sarebbero stati incassati dal comune di Casal di Principe, il 10% del valore complessivo degli stessi lavori. In questo caso – conclude Nicola Schiavone – il proprietario dell’immobile confiscato incassava sicuramente di meno di quello che avrebbe incassato se avesse deciso di aderire alla prima o alla seconda opzione. Il vantaggio però era costituito dal fatto che i soldi, il 10% gli veniva consegnato immediatamente e non doveva attendere i tempi dei pagamenti del comune.”

Abbiamo riproposto già in sede di articolo quasi l’intero stralcio dell’ordinanza contenente l’interrogatorio di cui stiamo scrivendo. Naturalmente, ci sarò qualche virgola aggiuntiva ed è per questo che lo stralcio lo pubblichiamo comunque in calce a questo articolo.

QUI SOTTO LO STRALCIO DELL’ORDINANZA