Casalesi, stop alla confisca: la Cassazione dà ragione alla moglie e alle figlie del fedelissimo del clan

18 Gennaio 2026 - 18:30

Il provvedimento impugnato riguardava immobili, società e disponibilità finanziarie ritenuti riconducibili al condannato

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AVERSA – La Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza della Corte d’Assise d’Appello di Napoli che aveva parzialmente respinto l’incidente di esecuzione promosso da Patrizia D’Angelo e dalle figlie Marilisa e Ludovica Capoluongo, terze interessate nella confisca di beni disposta nei confronti di Maurizio Capoluongo, condannato in via definitiva per associazione mafiosa come appartenente al clan dei Casalesi.

Il provvedimento impugnato riguardava immobili, società e disponibilità finanziarie ritenuti riconducibili al condannato e confiscati ai sensi dell’articolo 240-bis del codice penale. La Corte d’Assise d’Appello, nel giudizio di rinvio, aveva riconosciuto solo parzialmente i crediti vantati da Patrizia D’Angelo, rigettando per il resto le richieste di restituzione o esclusione dalla confisca che in particolare ha interessato: immobili e terreni siti in viale Kennedy, ad Aversa, per i quali è stato accertato un mutuo di circa 300 milioni di lire (all’epoca pari a circa 154.000 euro), contratto negli anni ’90 e successivi mutui e terreni e villette nel complesso di via San Michele, sempre nel Comune di Aversa, acquistati e successivamente rivenduti tramite società coinvolte.

Inoltre La Corte d’Assise d’Appello aveva riconosciuto a Patrizia D’Angelo un credito di 46.481,12 euro per somme impiegate nell’operazione immobiliare di viale Kennedy e un credito di 39.183,72 euro per il valore di un terreno di via San Michele nel Comune di Aversa.

La Suprema Corte, accogliendo il ricorso, ha però censurato la motivazione dell’ordinanza, ritenuta non conforme ai principi già fissati in precedenza. In particolare, i giudici di legittimità hanno ribadito che, in presenza di beni formalmente intestati a terzi, non è sufficiente evidenziare anomalie finanziarie o sproporzioni reddituali per giustificare la confisca.

Secondo la Cassazione, l’accusa deve dimostrare in modo rigoroso la riconducibilità dei beni all’iniziativa economica del condannato, indicando con precisione quale parte delle risorse impiegate provenga dall’attività illecita e quale, invece, sia riferibile ai terzi intestatari. Un accertamento che, nel caso di specie, non è stato compiuto.

Criticato anche l’impostazione secondo cui spetterebbe ai terzi fornire la prova piena della lecita provenienza dei capitali: nel procedimento di incidente di esecuzione, hanno chiarito i giudici, il terzo è gravato solo da un onere di allegazione, mentre resta all’accusa l’onere probatorio sulla disponibilità effettiva dei beni in capo al condannato.

Alla luce di queste considerazioni, la Corte di Cassazione ha disposto l’annullamento dell’ordinanza con nuovo rinvio, demandando alla Corte d’Assise d’Appello di Napoli un nuovo esame, nel rispetto dei principi di diritto enunciati.