CASERTA. Condanna a 2 anni il poliziotto che investì e uccise Marco Dongu. La famiglia non ci sta: “Quanto valeva la sua vita?”

13 Luglio 2026 - 18:50

CASERTA – Un agente di polizia di 24 anni è stato condannato a due anni di reclusione con pena sospesa per la morte di Marco Dongu, il 26enne deceduto in un incidente stradale sulla Variante Anas quasi tre anni fa.

La sentenza è stata emessa al termine del processo celebrato con rito abbreviato. Il conducente dell’auto della polizia, che stava eseguendo un’inversione a U sulla superstrada, ha anche ricevuto la sospensione della patente per un anno. La vicenda risale al 2023, quando Dongu, in sella alla sua moto Yamaha, si scontrò con il veicolo della polizia. La sentenza non ha soddisfatto i familiari del 26enne. L’agente condannato è residente a Teano.

L’omicidio colposo prevede una pena comunque contenuta. Della sentenza, in realtà, andrà letto il risarcimento, sicuramente deciso con questa decisione del giudice, la cosiddetta Provvisionale, ovvero la somma di denaro riconosciuta come anticipo sul risarcimento definitivo. 

Questo meccanismo è pensato per dare un sollievo economico rapido alla famiglia, che può così ottenere una parte delle somme prima di dover attendere l’esito di un eventuale lungo giudizio civile per la liquidazione definitiva.

Qui sotto, il post di Massimiliano Dongu, zio di Marco:

Quanto vale la vita di Marco Dongu? Sono trascorsi quasi tre anni da quel giorno maledetto in cui la vita di Marco Dongu è stata spezzata. Tre anni di vuoto, di domande senza risposta e di un dolore che, anziché attenuarsi, aumenta ogni giorno, ogni ora, ogni singolo istante.

Oggi, però, la ferita ha ricominciato a sanguinare ancora più forte. Oggi è arrivata la sentenza del rito abbreviato. La risposta dello Stato per la perdita di Marco è questa: due anni di reclusione con pena sospesa e un anno di sospensione della patente. Mi chiedo, e chiedo a chiunque abbia ancora una coscienza: tutto questo quanto è valso? Davvero la vita di un ragazzo vale così poco di fronte alla legge?

Marco non è morto per una tragica fatalità inevitabile. È morto per la superficialità e l’irresponsabilità di chi, per ironia della sorte, avrebbe dovuto proteggere i cittadini. Due poliziotti, a bordo della loro auto sulla superstrada della Reggia, hanno deciso di compiere una manovra folle: un’inversione di marcia in un tratto dove era severamente vietato e pericolosissimo. Non stavano inseguendo nessuno, non c’era alcuna emergenza, nessun impegno lavorativo urgente che giustificasse un simile azzardo. Potevano semplicemente fare la cosa più normale e sicura del mondo: prendere la prima uscita e rientrare dall’altra parte.

Invece hanno scelto la scorciatoia. E a pagare il prezzo più alto, l’unico definitivo, è stato Marco. Oggi la rabbia si unisce allo sconforto. Questa sentenza non restituisce dignità alla memoria di Marco e non rende giustizia a chi è rimasto qui a piangerlo. Ci lascia solo con un senso di totale smarrimento e la dolorosa certezza che, per la giustizia degli uomini, una vita spezzata in quel modo vale appena un foglio di carta con la condizionale. Il vuoto che Marco ha lasciato è incolmabile, e nessuna sentenza potrà mai guarire questo cuore spezzato. Ma il silenzio non può essere un’opzione quando la giustizia dimentica il valore della vita umana.